Il giglio delle convalli
Rovereto anni ‘20 – ‘30
di
Nedda Gottardi
Capitolo uno - Città
La mia città è Rovereto, i miei luoghi sono le montagne del Trentino. Dopo sposata sono andata a vivere in Toscana, bellissima terra dove vivo tutt’oggi, ma i miei ricordi più forti sono quelli dell’infanzia, negli anni ‘20 e ‘30.
Luoghi
Ricordo le strade senza traffico allora, specialmente quelle periferiche. Circolavano parecchie biciclette, che gli operai usavano per recarsi al lavoro in fabbrica; poiché Rovereto era una città piccola, si poteva attraversarla tutta in meno di mezzora, la gente si spostava a piedi da una zona allaltra e in breve tempo sbrigava tutte le sue incombenze.
I bambini andavano a scuola da soli, non ricordo di essere mai stata accompagnata dai familiari. Gli scolari sciamavano dalle loro case, si univano in gruppetti e raggiungevano le rispettive grandi scuole: quella maschile e quella femminile. In questo panorama di gran tranquillità e sicurezza, i giovani in sella alle loro biciclette pedalavano e cantavano allegramente le canzoni in voga.
La parte più antica della città, che aveva al centro la chiesa di San Marco, era collocata leggermente in alto, scendeva poi allargandosi a formare la parte più moderna.
La prima portava i segni della dominazione di Venezia nell’architettura delle case e nei nomi delle targhe. Vi trovava spazio anche il ghetto, dove erano obbligati a risiedere gli ebrei. Ancora al tempo della mia infanzia il ghetto aveva calli rapide e ben tenute, edifici semplici ma decorosi in muratura, con abbondanza di scale, ballatoi, terrazze di legno. Era abitato per lo più da operai, artigiani, popolo minuto, qualche insegnante e qualche impiegato.
Una mia amichetta abitava in uno stretto vicolo di un’altra zona antica della città, al secondo piano. Di fianco aveva un antico torrione, mozzato nel corso dei secoli (detto il torrione di Basadonna), alto una quindicina di metri e coperto di terra, dove crescevano erba ed alberi nel caos più completo.
Per andare da piazza delle Erbe a piazza del Podestà s’imboccava un tunnel che passava sotto alti edifici, piuttosto buio ma in cui ci si sentiva sicuri, almeno di giorno, perché frequentato da molte persone. Ci sono passata poche volte però ricordo il puzzo d’ammoniaca che prendeva alla gola.
So che tutta la città vecchia è stata rimessa a nuovo, valorizzata e migliorata. Mi auguro che anche quel sottopassaggio sia cambiato in meglio, e che non accolga più i passanti con quell’odore disgustoso.
Attraverso e sotto la città di Rovereto scorreva una roggia, acqua deviata dal torrente Leno, che serviva nei vecchi tempi a fornire energia ai vari opifici. Qua e là la roggia scorreva in superficie, anche in luoghi dove rappresentava un vero pericolo per i ragazzi come vicino alla scuola maschile Damiano Chiesa.
D’estate, quando passavo accanto alla roggia, avevo una gran voglia di tuffarci almeno i piedi per rinfrescarmi, ma in famiglia mi avevano inculcato un sacrosanto timore dell’acqua sia ferma sia corrente. La gora scorreva silenziosa ma piuttosto veloce e, come sempre fa l’acqua, aveva un suo fascino che mi attraeva. Mi fermavo a guardare l’acqua scorrere, ma poi mi riscuotevo e riprendevo la strada per arrivare saltellando dalle suore.
Anche al bordo del terreno situato dietro il palazzo dove abitava Lidia, scorreva una roggia. Mi sembra che prima dell’acqua ci fosse uno scivolo in pietra, forse il lavatoio delle antenate. Immagino che le rogge siano state coperte per la sicurezza dei passanti, e che le nuove generazioni non sappiano che in certi punti della città, stanno camminando sull’acqua del Leno.
Spesso le nostre passeggiate ci portavano al cimitero di guerra di Castel Dante, e lì passavamo molto tempo a leggere quel che era scritto sulle povere croci, ed a guardare gli oggetti che qualcuno vi aveva appoggiato, un elmetto o una gavetta, altre povere cose.
Il cimitero aveva un custode, e un piccolo museo dove erano raccolti molti resti di caduti. Ricordo alcuni scaffali dove erano allineati bianchi teschi.
Durante il periodo fascista Mussolini, o chi per lui, fece costruire un ossario, dove trovarono degna sepoltura migliaia di salme raccolte nei cimiteri di guerra disseminati nel Trentino.
L’Ossario è una gran costruzione di forma cilindrica rivestita di marmo, che si trova sulla sponda sinistra dell’Adige, in alto vicino a Rovereto.
Invece il piccolo cimitero di guerra, dove io bambina sostavo più volte a riflettere e a pregar,e ora esiste solo nella mia memoria.
In città le strade erano, e alcune lo sono ancora, pavimentate con cubetti di porfido disposti secondo un disegno. Non c’era dislivello di marciapiede e, dove camminava la gente, c’era a destra e a sinistra una corsia lastricata con pietre d’uguale lunghezza. Uno dei miei divertimenti era saltellare da una pietra all’altra senza toccare le commettiture.
Il Corso Rosmini e altre strade principali erano già allora asfaltate, mentre alla periferia le vie erano bianche, quando passava una delle rare macchine ci avvolgeva una nuvola di polvere bianca.
Le case avevano personalità propria, allora: la parte che si affacciava sulla via doveva seguire una rigida disposizione, ma la parte posteriore riservava sempre sorprese, scale poggioli terrazze, tutto in legno con molte piante e gabbie di uccellini. Non c’era un interno di casa che somigliasse ad un altro. Dalle finestre della mia cucina, guardando oltre il muro che separava il nostro cortile da quello vicino, potevo vedere uno chalet costruito tutto in legno, con scale e veranda. Tutto ciò è poi sparito, lasciando il posto a nuovi edifici moderni, tutti uguali e insignificanti.
Finora però non sono stati abbattuti gli antichi platani lungo il viale che dalla chiesa porta alla stazione. Sul loro tronco, giovani innamorati incidevano cuori trapassati dalla freccia dell’amore completati dalle iniziali proprie e dell’amata.
Noi bambine si almanaccava a quali nomi corrispondevano quelle iniziali, e poi ci incidevamo anche noi le nostre e a volte la data, senza abilità e impegno però, e i nostri graffi leggeri saranno scomparsi dopo pochi mesi, ma quei cuori trafitti, incisi in profondità con amorosa pazienza, forse sono ancora visibili sulle annose cortecce.
Eravamo entusiasti noi bambini quando nelle strade passava la macchina della reclame, così chiamavamo la pubblicità. Il conducente gettava dal finestrino minuscoli campioni della merce da pubblicizzare, che noi ragazzi andavamo a raccogliere, o almeno chi faceva in tempo. Ricordo delle scatolette di lucido da scarpe Brill così piccole da sembrare giocattolini, e perciò molto ambite dai bambini.
I proprietari di molte case ne abbellivano le facciate con affreschi di soggetto religioso. Sulla facciata della nostra casa trovammo negli anni ’30 un affresco, era già molto sciupato ma si intravedeva ancora una figura di Madonna. Sono passata di lì dopo molti anni, e dell’affresco non c’era più traccia, nemmeno un’ombra soffusa.
Sulle alcune facciate poi, come in tutte le città, c’erano targhe di marmo a ricordo di personaggi illustri che vi avevano abitato. La lapide che mi incuriosì di più e che ho visto tante volte era posta in via della Terra, dopo la torre civica: “Antonio Rosmini percorrendo pensoso (e fin qui era tutto chiaro) concepì l’idea dell’Essere, base del suo sistema filosofico”, e questa parte la capii anni dopo soltanto. Forse ho sbagliato qualche parola perché la mia memoria può essere indebolita dal tempo, ma il senso era quello.
Quando passavo davanti alla rinomata pasticceria Andreatta il mio interesse principale erano i "bombi", quelli a forma di cilindretto, trasparenti, con linterno colorato a forma di fiore o di frutta. Avevano un buon sapore e in bocca si scioglievano molto, molto lentamente. Li conoscevo bene quei confetti, perché il fidanzato di uninquilina faceva il commesso viaggiatore di dolciumi. Nella stagione calda, non essendoci allora refrigeratori d’alcun genere, la merce subiva danni e non era più commerciabile. Quel signore portava alla fidanzata i confetti che il caldo aveva sciupato, e lei ne regalava in abbondanza a noi bambini. Noi li apprezzavamo molto, anche se erano appiccicati luno allaltro.
Nella vetrina del pasticciere quei confetti si presentavano in tutta la loro bellezza di forma, di colori, di trasparenze. Costavano cari, e io con la mia paghetta avrei potuto comprarmene forse uno e, pur sfacciatella com’ero, non me la sentivo di entrare in quel negozio lussuoso a chiedere alla commessa uno di quei bombi.
Teatri
In città c’erano quattro teatri: uno comunale, il Politeama, che ospitava compagnie di prosa, l’opera lirica, balli, convegni eccetera, poi c’era il Teatro Maffei, di cui non ricordo in sostanza nulla se non che esisteva, e altri due erano delle parrocchie S. Marco e S. Maria, con avevano annesso il famoso Oratorio.
Questo era una istituzione provvidenziale per noi ragazzi, poiché ci trovavano un ambiente sicuro, possibilità di divertirsi e di avere un’istruzione religiosa, di giocare a palla e a calcio nell’età in cui i ragazzi prenderebbero a calci tutto ciò che si trovano fra i piedi.
I ragazzi erano affidati a dei giovani laici detti assistenti. Anche mio fratello Emilio, dopo aver frequentato per anni l’oratorio come ospite, dette poi il suo aiuto come assistente.
Ultimamente ho letto sui giornali che in Parlamento si sono occupati degli Oratori, riconoscendoli come istituzioni utili per i ragazzi, cosa che mi fa piacere.
Nell’Oratorio di Via Paganini erano rappresentate spesso spassosissime commedie di uno scrittore della città, Guido Chiesa. Gli spettacoli potevano essere diurni o serali, costavano poco, e per grandi e piccini il divertimento era assicurato.
A distanza di tanti anni mi chiedo se ora la critica teatrale abbia dato un giudizio positivo su quell’autore dialettale roveretano. A quell’epoca il dialetto era disprezzato o almeno considerato quasi niente, la lingua degli ignoranti, la Lingua con l’iniziale maiuscola era l’italiano.
Ora i tempi sono mutati e i dialetti sono giustamente considerati importanti. Nel caso del dialetto trentino, c’è da dire che la popolazione trentina vive gomito a gomito con la popolazione di lingua tedesca e per secoli, durante la dominazione austriaca, il dialetto è stato sinonimo d’italianità, chiara prova che i nostri antenati venivano dal ceppo latino.
Nel teatro parrocchiale i ruoli di donna erano interpretati da uomini e l’autore, dalla restrizione, aveva tratto occasione di scenette molto divertenti. Inoltre noi spettatori sapevamo chi effettivamente impersonava la donna in scena, con parrucca e gonna, e anche questo era per noi motivo di grande ilarità.
Ma il teatro serviva anche ad ospitare eventi particolari, e quando venne in città Alcide De Gasperi noi eravamo dietro le quinte, dove vidi una ragazza alta e rubizza che teneva in mano una scatola piena di belle genziane, fiori azzurri colti sulle Alpi trentine tanto amati dall’Onorevole De Gasperi, pronta ad avvicinarsi per consegnargliele.
Per il desiderio di poter vedere da vicino un uomo così importante e ammirato, mi offrii di accompagnarla per farle da spalla ma lei rifiutò, e con ragione visto che per cogliere le genziane aveva scarpinato un bel po’ da sola, e non le piaceva evidentemente l’idea di dividere con altri quello storico momento.
Monumenti
Ideatore, promotore, realizzatore della monumentale opera della Campana dei Caduti fu don Rossaro, sacerdote colto e instancabile. Egli concepì quest’idea: raccogliere da tutte le nazioni che avevano combattuto, vincitori e vinti, ordigni già di morte che, fusi, sarebbero diventati opera e augurio di pace fra tutti i popoli.
ssa suona ancora ogni sera come nella mia infanzia, ed è conosciuta in Italia e nel mondo per il suo messaggio di pace e d’amicizia tra i popoli. Suonava sempre la sera alle nove e mezzo in punto ed il suo suono accompagnava le tranquille serate di quei tempi. “Dopo il suono della campana” era una frase usata sovente per stabilire un appuntamento, ed il suono della campana era previsto nelle regolamenti delle case come il momento in cui i portoni sarebbero stati chiusi per la notte. Solitamente, nella buona stagione, esso segnava la fine della libera uscita per i ragazzi e le ragazze.
La campana ha un nome, si chiama Maria Dolens (Maria Addolorata) ed era prima posta sul bastione dell’antico castello ove ha sede il Museo della Guerra (la prima mondiale). La grande campana ha subito gravi danni nel tempo, ma è stata restaurata e posta non più al Castello ma sul colle di Miravalle, poco discosto dalla città e vicino al grande Ossario. Quella guerra era finita da pochi anni quando io ero bambina, era passata per le nostre vallate e sui nostri monti portando ovunque morte e rovina come succede in tutte le guerre.
Da bambina, a scuola, ascoltavo con molta attenzione ed interesse i racconti e le letture della maestra che riguardavano fatti e persone di quel tempo di guerra.
Come completamento di quelle lezioni, la maestra ci conduceva a piedi in vari luoghi che recavano tracce e testimonianze del grande massacro. C’erano numerose trincee sui monti intorno alla città, tunnel, grotte dove i soldati hanno vissuto per lunghi periodi nei quattro anni di guerra. La maestra era stata “irredentista”, nel senso che aveva sognato e sperato che l’Italia venisse a liberare la nostra regione dal dominio dell’Austria - Ungheria.
A liberazione avvenuta la sua gioia fu piena, o almeno lo immagino perché ero solo una bambina, ma ricordo ancora con quanta passione parlava delle guerre del Risorgimento, e dell’ultima grande guerra che aveva realizzato il sogno secolare di tanti italiani, l’Unità d’Italia.
L’Italia, finalmente riunita, fece con questo un bel regalo a noi e alla mia maestra. Ma non ci fu il tempo di conoscere libertà e democrazia, quattro anni dopo c’era già il fascismo. Lei ci proponeva tre figure di caduti da ammirare ed onorare: Cesare Battisti, Fabio Filzi e Damiano Chiesa, tutti e tre condannati a morte e impiccati sugli spalti del castello del Buon Consiglio a Trento.
Ho visto le madri di Filzi e Chiesa presenziare a qualche cerimonia pubblica, in onore e memoria dei due giovani giustiziati come traditori con Cesare Battisti sugli spalti del Castello.
La madre di Fabio era una signora alta, magra, distinta, vestita a lutto, e quando l’ho vista io è forse stata l’unica occasione in cui si è mostrata in pubblico. La madre di Damiano, piccola di statura e dall’aspetto più semplice, ha partecipato alle cerimonie commemorative o d’inaugurazione di varie opere.
Negli anni sessanta, frugando in una biblioteca semiabbandonata della scuola dove insegnavo, trovai un libretto che raccontava in breve e con parole semplici la storia dei tre martiri trentini. Di Fabio Filzi diceva che, mentre veniva accompagnato al supplizio perse i sensi, e che fu trascinato incosciente al capestro . Non ho cercato di verificare se questa versione fosse veritiera, dico soltanto che, essendo diventata adulta e mamma, ho provato tanta pietà per quel ragazzo molto giovane che aveva sognato di diventare cittadino d’Italia, e che vedeva infrangersi il suo sogno davanti all’orrendo capestro. Mi è più cara e più vicina questa figura così impaurita e umana, di quella luminosissima che la maestra ci mostrava allora.
Negli anni venti, per ordine di Roma, in ogni città d’Italia, in ogni capoluogo sorsero monumenti ai caduti della guerra, gruppi marmorei o di bronzo con i nomi dei caduti del paese o della città.
Non ricordo in quale anno, nella piazza davanti al Municipio, di fianco ad un grosso mortaio della guerra mondiale (ancora non veniva definita “prima”), venne posto un monumento in pietra alla memoria di due giovani roveretani, Fabio Filzi e Damiano Chiesa, morti per aver amato l’Italia. In bassorilievo, a grandezza naturale, sono raffigurati i volti dei due giovani uno accanto all’altro, il tutto circondato da una grande cornice.
I due volti sono simili uno all’altro se non proprio uguali, e gli occhi hanno solo le palpebre: quei due fori vuoti a noi poveri ignoranti non parlavano davvero, ci sembrava un lavoro lasciato a mezzo.
Personaggi
Il portone di casa e le finestre delle stanze che davano sul borgo Santa Caterina erano i miei principali punti d’osservazione: da questi si potevano vedere molte persone, e qualcuna di loro suscitò in me un interesse particolare per cui le ricordo ancora.
La signora che non ci ha mai sorriso
Un’elegante signora andava e veniva dall’esclusivo Circolo Italia, sempre sola, con aria distaccata, procedeva sempre sul lato della strada opposto al nostro. Qualche rara volta le veniva incontro, in bicicletta, l’unico figlio, ragazzino molto chic. Immagino che seguisse gli studi in qualche rinomato Collegio, perché non si incontrava mai in città. Verso la madre aveva i modi di un perfetto piccolo cavaliere.
La signora abitava ad una decina di minuti di strada da casa mia. Molto elegante, seguiva la moda con gusto e misura. Guardando lei si poteva avere un’idea di quel che era “in” e di quel che era “out”, senza bisogno di sfogliare un “figurino di moda”. Per anni, ogni giorno, noi bambine la vedemmo passare, e lei non poteva far a meno di vedere noi.
Camminava impettita, un po’ legnosa, con passi regolari, senza mai muovere il capo di qua o di là. Mai che avesse dato un segnale di aver avvertito la nostra presenza, non ci ha mai guardate, né ci ha mai sorriso.
Perché? Vorrei poter affermare che una volta si è voltata verso di noi e ci ha sorriso, così, semplicemente. Noi in un certo senso ci sentivamo un po’ sue amiche: tutti i giorni, per tanto tempo l’abbiamo vista passare. Una bambina non è fatta di legno, ha sentimenti ed emozioni, un suo sorriso mi sarebbe bastato per sentirmi bene. Ricordo quella signora soprattutto per quel sorriso negato. So come si chiamava, ed altre cose, ma questo non ha alcuna importanza.
La contessa sul triciclo
La contessa di Borgo Sacco, dove viveva nel suo palazzo, quando veniva in città doveva passare davanti a casa mia. Aveva sposato un conte, che a Borgo Sacco aveva il palazzo e i possedimenti. Passava guidando un robusto triciclo, sul quale sedevano divertiti due bei bambini biondi, sicuramente i suoi figli. Un bell’esempio di semplicità e d’efficienza! Come mi sarebbe piaciuto essere al posto loro!
Un vecchio
C’era un vecchio imponente che ogni tanto vedevamo in strada. Camminava soltanto a testa alta, ma noi bambini rimanevamo in silenzio al suo passaggio, intimoriti dal maestoso aspetto del vegliardo, o forse perché ai nostri lazzi avrebbe potuto usare il bastone.
Chissà se quel signore vedeva realmente noi bambini al suo passaggio? O per lui importava solo che la strada da fare fosse sgombra? Ancora oggi mi piacerebbe sapere di più sul quel misterioso personaggio impasto così fortemente impresso nella mia memoria.
Il Maestro Zandonai
Dopo la guerra, il busto della Regina Margherita (mangia il pollo con le dita!) venne rimosso e al suo posto fu collocato quello di Riccardo Zandonai. Egli fu compositore d’opere in musica; venne una volta a Rovereto dove al teatro comunale fu rappresentata una delle sue opere, se non sbaglio si trattava di “La serva padrona”. Mia sorella Ilda fu assunta tra le coriste e ancor oggi si rallegra di quell’insperato guadagno. Ebbe inoltre in omaggio due biglietti per l’opera di Zandonai ed io ne approfittai, ma non ricordo nulla dello spettacolo, da quanto ero in soggezione del luogo e degli spettatori. Che ci faceva una monella ignorante come me in quel luogo sacro alle Muse?
Mio cognato Giovanni, marito di Ilda, era nato a Borgo Sacco dove era nato anche Zandonai. Una sera che il Maestro nel suo camerino si preparava a dirigere la propria opera, Giovanni si presentò agli uscieri con la richiesta di un incontro col compositore. Giovanni non aveva una lira in tasca, ma non gli mancava l’inventiva e non aveva soggezione di nessuno. Disse solo che era un compaesano del Maestro e che desiderava vederlo. Lo fecero entrare nel camerino dove il Maestro lo accolse con grande cordialità, chiese notizie del paese e si dimostrò affabile e alla mano. Congedò poi Giovanni e diede ordine di farlo accomodare in platea.
Giovanni era nato veramente a Borgo Sacco, ma l’aveva lasciato ancora giovanissimo, e non mi stupirei di sapere che una qualche notizia da lui data al Maestro Zandonai non fosse stata interamente vera. Che importanza ha, però? L’arrivo di mio cognato può aver procurato al compositore un piccolo diversivo, in quei minuti di tensione prima di salire sul podio.
Il fattorino dell’Hotel Rialto
Davanti a casa mia passava il fattorino dellHotel Rialto, più duna volta al giorno. Andava alla stazione a prendere i bagagli dei clienti, li caricava sul suo triciclo e pedalava verso lHotel.
Allandata il pianale del triciclo era vuoto e, non so come cominciò, forse aveva ben interpretato i nostri sguardi bramosi, lui si fermava davanti a noi ragazzini e ci permetteva di salire sul suo veicolo. Oh, gioia! Il tratto era piano, non doveva faticare molto per spingere il triciclo, e dopo cera la discesa! Giù a rotta di collo! Si può credere quanto, la discesa sarà stata lunga cinquanta metri, dalla chiesetta delle Grazie fino al piazzale della stazione, ma a noi sembrava eterna. Quel cortese signore poteva essere dell’età di nostro padre. Forse il suo ricordo è andato perduto per molti, ma non per me. I bambini hanno buona memoria per le persone che li hanno offesi, e per le persone che sono state benevole con loro.
Una volta arrivate alla stazione, lui si occupava dei clienti in arrivo e noi...prendevamo possesso del trenino! Le portiere erano sempre spalancate, bastava salire, ispezionare un po i vagoni ed accomodarsi dove si preferiva, magari sui divani della prima classe. E sognare ad occhi aperti lunghi viaggi avventurosi in terre lontane.
Un’occhiata ai portacenere per vedere se cerano cicche da riciclare, niente, i ricchi viaggiatori fumavano sigarette col filtro.
Se a qualche ragazzino capitasse di leggere queste pagine resterebbe sicuramente stupito. Come, un trenino tutto a disposizione della piccola ma innocua banda di bambini? Certo, è la verità, allora era possibile quello che non è possibile ora, d’altra parte tante belle cose che ci sono adesso a quei tempi non cerano. Resta il fatto che noi potevamo giocare con un trenino vero che così non lo aveva nemmeno il figlio dun pascià, e ci eravamo arrivati con una “portantina” grazie a quel simpatico signore.
Povertà
Fare S. Martino e le case in affitto
“Fare S. Martino” era lo scherzoso equivalente di cambiar casa. Il giorno 11 di novembre era la data in cui scadevano i contratti di affitto, sia l’inquilino sia il proprietario rimanevano liberi da ogni ulteriore obbligo, naturalmente avendo dato la disdetta nei tempi concordati. Molte famiglie seguitavano ad abitare nello stesso appartamento per decine d’anni.
Credo che la consuetudine di eseguire i traslochi nel giorno di S. Martino venisse dalle nazioni del Nord Europa.
Chi traslocava non aveva davanti a sé molti ostacoli di spesa, di fatica e simili. Per trasferirsi da un appartamento all’altro ci voleva spesso poco tempo, ché la città non era grande.
Ora trovare un’abitazione libera costituisce un dramma per molte famiglie. Ai miei tempi, in ogni strada, su molti portoni era imbullettato il cartello “Affittasi”.
Le abitazioni di allora erano sprovviste di comodità: qualcuna non aveva nemmeno l’acqua sull’acquaio ed i servizi igienici erano ridotti all’osso, spesso vari inquilini usufruivano di un unico gabinetto che d’igienico non aveva nulla. C’era comunque in tutti la cucina economica. Molti alloggi erano costituiti da camere comunicanti, secondo la ferrea legge dell’economia di spazio e di materiali.
Le generazioni che hanno fatto seguito alla nostra, faticano a farsi un’idea della situazione degli alloggi di allora.
Dopo la guerra 4O-45, c’è stata la ricostruzione. Molte case distrutte furono riedificate con criteri moderni, l’edilizia privata conobbe un “boom” impensabile, mai visto prima. Qualunque catapecchia è stata ristrutturata e arricchita dei comfort moderni. Chi ha pochi mezzi si adatterebbe ad abitare in una casa modesta, per spendere meno: si riscalderebbe con la stufa a legna, chiederebbe i servizi igienici strettamente necessari, non avrebbe esigenza di lussi; ma dove sono le case modeste ora? Nemmeno nei paesetti si trovano più. I proprietari di casupole le hanno trasformate in mini alloggi ben accessoriati, e costano cento volte di più di quanto costava un normale alloggio al tempo dei traslochi di S. Martino.
Si depreca il bassissimo tasso delle nascite, se ne rammaricano Tizio e Caio; ma i giovani che vorrebbero metter su famiglia e diventare genitori non possono pagare gli affitti d’ora, e prolungano la permanenza in famiglia nell’attesa di potersi comprare una prima casa, o di trovare un alloggio dall’affitto accessibile, o di vedersi assegnare una casa di Edilizia Popolare, cosa non facile.
Quanti studi, sondaggi, ricerche, statistiche, convegni, trasmissioni televisive, sono stati fatti per concludere che in Italia nascono pochi bambini! Avrebbero fatto meglio ad impiegare quei soldi per costruire alloggi per le giovani coppie. Che ci sono pochi bambini lo capisce anche un cieco, perché anche lui si rende conto che ora il vagito di un bambino nel silenzio della notte è diventato un fatto memorabile.
Per costruire una casa servono le fondamenta e per costruire una famiglia serve una casa.
I Bombi
Nella piazzetta delle Oche c’era la pasticceria Andreatta, notissima in città per le sue paste veramente squisite. Noi sostavamo davanti alla vetrina, in ammirazione dei dolci esposti e per gustare il delizioso profumo che usciva dalla porta; ma poiché fare peccati di gola (solo di naso, in questo caso, a dir il vero) era male, ce n’andavamo ben presto.
Quando passavo davanti alla rinomata pasticceria il mio interesse principale erano i "bombi", quelli a forma di cilindretto, trasparenti, con linterno colorato a forma di fiore o di frutta. Avevano un buon sapore e in bocca si scioglievano molto, molto lentamente. Li conoscevo bene quei confetti perché il fidanzato di uninquilina, la signorina Zendri, faceva il commesso viaggiatore di dolciumi.
Nella stagione calda, non essendoci allora refrigeratori d’alcun genere, la merce subiva danni e non era più commerciabile. Quel signore portava alla fidanzata quei confetti che il caldo aveva sciupato, e lei ne dava in abbondanza a noi bambini. Noi li apprezzavamo molto anche se erano appiccicati luno allaltro. Nella vetrina del pasticciere quei confetti si presentavano in tutta la loro bellezza di forma, di colori, di trasparenze. Costavano cari, e io con la mia paghetta avrei potuto comprarmene forse uno e, pure sfacciatella com’ero, non me la sentivo di entrare nel lussuoso negozio a chiedere alla commessa uno di quei bombi.
Desideri inappagabili
Io non ho avuto mai una bambola degna di questo nome, e nemmeno le mie sorelle. Passavo le ore davanti alle vetrine a pascermi della visione delle bambole e della loro regina, la famosa bambola Lenci.
Né ho mai avuto, coma avere tanto voluto, un paio di scarpette di vernice nera col laccetto e il bottoncino laterali, o gli stivali per l’inverno. Le scarpe dovevano essere di vacchetta nera, e confezionate in modo che il papà potesse risuolarle. Non ho mai avuto una sottanina sgonnellata e nemmeno a pieghe, o un fiocco nei capelli, o trine sui vestiti.
Quando i lacci delle scarpe si strappavano all’improvviso e in casa non c’era il ricambio, se dovevo uscire intrecciavo con lo spago un cordoncino (non so chi mi aveva insegnato a farlo), lo coloravo con l’inchiostro e il laccio era pronto.
A quell’epoca bisognava arrangiarsi e ci si riusciva: “La necessità aguzza l’ingegno” dice un classico proverbio, e “Bisognino fa trottar la vecchia” dice un popolare e poco raffinato proverbio toscano.
Mi sarebbe piaciuta tanto anche una catenina d’oro con una medaglietta raffigurante l’Angelo Custode ma non l’ho mai chiesta, sapevo benissimo che l’eventuale spesa avrebbe dovuto essere tripla per non fare parzialità tra sorelle, e che i genitori non potevano affrontarla.
E così la catenina d’oro la possedevo nei sogni. In sogno, in qualche fortunoso modo venivo in possesso di un piccolo tesoro: catenine, anelli, orecchini. Qualcuno aveva perduto l’involto con i gioielli oppure li scoprivo sotto terra; scavavo e loro erano lì, tutti rilucenti, bellissimi, che aspettavano appunto che io li scoprissi. Per la Cresima la madrina mi regalò una catenina d’argento, anche lei non aveva molte possibilità e l’argento era tutto quello che poteva permettersi. Io ne fui felicissima, ma poi non ricordo dove andò a finire quella catenina. Ero molto sbadata, e se le scarpe non fossero state allacciate forse avrei perduto anche quelle.
Ori
Quando dal paese venivano a casa nostra i fidanzati prossimi alle nozze, mia sorella maggiore li accompagnava dal gioielliere e li consigliava nell’acquisto degli “ori” per la sposa, come era tradizione del paese. Gli ori usualmente consistevano in una sottile catenina con medaglietta, la fede, un anellino, gli orecchini, forse quindici grammi tra ogni cosa. I fidanzati cercavano di spendere il meno possibile, ma da soli non osavano contrattare l’importo e qui interveniva mia sorella che, essendo in città da qualche anno, era molto più esperta di loro.
Una volta arrivò in città un mio cugino ancora molto giovane che, da solo, andò a comprarsi un vestito già confezionato al mercato. Già pentito dell’acquisto perché si era reso conto di aver speso parecchio per un vestito di infima qualità e che non era neppure della sua misura, venne a casa e chiese aiuto a mia sorella. Insieme ritornarono al mercato al banco delle confessioni: