Stefano Mantero
La marina delle Ziguele

Titolo La marina delle Ziguele
Autore Stefano Mantero
Genere Narrativa - Giallo, Noir, Poliziesco      
Pubblicata il 19/09/2011
Visite 10273
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Il libro si libera  N.  118
ISBN 9788873883371
Pagine 170
Prezzo Libro 12,00 € PayPal

Versione Ebook

ISBN EBook 9788873883593
Prezzo eBook 6,99 €
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Una facoltosa donna della buona società viene trovata morta nella cantina di un vecchio mulino dell’entroterra, in mezzo a botti di “vino dell’Oltrepò”. Il proprietario del mulino, sospettato dell’omicidio, si rivolge all’amico Bruzzone che, con l’aiuto del capitano dei carabinieri Marco Pedemonte, finirà per risolvere il caso. Scoprirà la Verità, una verità amara, anche se il lettore resterà nel dubbio su quale sia la Giustizia che dovrebbe trionfare. Un “giallo mediterraneo”, potremmo definirlo, considerata la sua ambientazione e l’aria che vi si respira, dalla prima all’ultima pagina, con l’atmosfera che Mantero riesce a ricreare combinando alcuni ingredienti che costituiscono il cuore del romanzo e lo caratterizzano.

Ne citerò tre: la cucina e i vini, i nomi propri e la lingua della scrittura.

La cucina, con le sue ricette minuziosamente descritte (Mantero ricorda molto un gourmet) non è solo cibo, è storia e cultura. 

I nomi propri fanno parte di questa lingua. I personaggi del romanzo si chiamano Bruzzone, Mangini, Cadenasso, Risso, Devoto. Nomi la cui marcata connotazione genovese è attestata dall’elenco telefonico e che evocano lo stesso profumo del pesto, dei pagari e delle ziguele. Combinati con Aisha, Leila e Bashir danno il senso di quello che sta diventando la nostra società.

Infine, la scrittura. Chi conosce Stefano Mantero e lo ha sentito parlare non dimentica il suo eloquio impastato di dialettalità. Anche questa còcina, come la chiamiamo noi, la cadenza ligure trova nella scrittura una sua evidente manifestazione, ma essa attinge anche ad altre fonti, più letterarie, cercando nella metafora la chiave per rendere efficacemente certi scorci del paesaggio.

Bruno Morchio

 

Il giallo d’atmosfera di Stefano Mantero

di Bruno Morchio

 

Dopo Delitto sotto la città, Stefano Mantero ritorna con un secondo romanzo che ha per protagonista l’ex poliziotto Mike Bruzzone, un nome che è tutto un programma, mezzo americano e mezzo genovese (che più genovese non si può).

Nella struttura, anche questo è un giallo classico, caratterizzato dalla sequenza delitto- indagine- soluzione, che contiene addirittura un elemento topico del poliziesco anglossassone: la scena del delitto costituita da un luogo chiuso a chiave.

Una facoltosa donna della buona società viene trovata morta nella cantina di un vecchio mulino dell’entroterra, in mezzo a botti di “vino dell’Oltrepo”. Il proprietario del mulino, sospettato dell’omicidio, si rivolge all’amico Bruzzone che, con l’aiuto del capitano dei carabinieri Marco Pedemonte, finirà per risolvere il caso. Scoprirà la Verità, una verità amara, anche se il lettore resterà nel dubbio su quale sia la Giustizia che dovrebbe trionfare. Alla base del delitto, come ricordava Gadda nel Pasticciaccio, ci sono sempre le passioni, anche quando in ballo figurano il denaro e il potere (per quanto questo assunto, di fronte ai processi di globalizzazione della criminalità finanziaria, oggi non sembra più così vero come un tempo).

Un “giallo mediterraneo”, potremmo definirlo, considerata la sua ambientazione e l’aria che vi si respira, dalla prima all’ultima pagina.

 

Giunse ben presto sulla spiaggia e si avviò risolutamente verso una manciata di case e baracche, che pareva fossero state messe lì perché nessuno sapeva bene dove diavolo collocarle

 

È la spiaggia delle Ziguele (nome genovese della donzella, pesce di scoglio di scarso pregio, buono per la zuppa di pesce), nel vicino ponente cittadino.

E partiamo proprio da qui, dalle ziguele, per provare a definire la caratteristica saliente dei romanzi di Mantero. 

L’impressione è che la trama, il meccanismo giallo, interessi poco all’autore, per quanto fino alla conclusione rimane aperto, come in ogni crime story che si rispetti, il mistero di chi sia l’assassino e del movente del delitto.

Il suo interesse sembra piuttosto indirizzato verso la creazione di un’atmosfera, un milieu letterario che arriva dritto dritto dalle pagine del noir marsigliese di Jean Claude Izzo.

Come Fabio Montale è un esule, figlio di immigrati italiani, approdato in una città di porto che lo ha ospitato e ne ha fatto un proprio figlio, così Mike Bruzzone è un oriundo, figlio di italiani immigrati in America e poi ritornati nella loro città che li ha riaccolti come si fa con i figli. 

Come Montale, anche Mike è un ex poliziotto, alcolizzato, disoccupato e senza idee per il futuro. Anche lui ha tragicamente perduto i propri amori passati e guarda ai nuovi con apprensione e incertezza.

 

Era tornato, un giorno di aprile con Leila, si erano seduti sulla spiaggia, a chiacchierare e a guardare il mare, tenendosi stretti perché faceva ancora freddo. Leila, gli sembrava di tenerla ancora lì con lui, fra le sue braccia, ma era solo la nostalgia di un amore che non era più, un sentimento che avevano costruito con mille piccole gioie quotidiane e… che un giorno, per colpa di un drogato, era finito in pezzi, distrutto per sempre. 

Per Mike, si era spalancato l’abisso, lacrime, odio e il bere, bere fino ad annullarsi, per dimenticare, ma con la tragica consapevolezza che nella vita non si controlla mai niente.

 

Nel romanzo di Mantero la disposizione della città di dare casa e famiglia a chi viene da lontano è ampiamente raccontata, non solo dalla realtà multietnica rappresentata e da alcuni personaggi come don Cevasco, il prete che offre un ricovero e una opportunità di riscatto alla prostituta straniera Aicha (Cevasco ricorda tanti nostri sacerdoti impegnati nel sociale, primo tra tutti don Gallo); o i due anziani che costituiscono la nuova famiglia di Mike e ne accompagnano le ruminazioni, la vecchia Rina (che rimanda a Honorine) e l’oste Mattè (Fonfon). 

Ma è la stessa Genova che diventa porto, rifugio, la nuova patria che regala alle anime ferite dalla vita calore e compagnia.

Come?

Con la sua dimensione di solidarietà collettiva, retaggio di una solida tradizione operaia che, nel ponente cittadino, è ancora viva e presente. Si pensi alla battaglia per salvare la spiaggia delle Ziguele.

 

Un nuovo porticciolo per diportisti prenderà il posto dei luoghi che ci appartengono da generazioni. Noi ci opporremo con tutte le forze, affinché il nostro mondo non venga sommerso da una valanga di cemento. 

 

Ma anche con l’atmosfera che Mantero riesce a ricreare combinando alcuni ingredienti che costituiscono il cuore del romanzo e lo caratterizzano.

Ne citerò tre: la cucina e i vini, i nomi propri e la lingua della scrittura.

La cucina, con le sue ricette minuziosamente descritte (Mantero ricorda molto un gourmet) non è solo cibo, è storia e cultura. 

 

Telefonò al Capitano: “che ne dici di una cena a base di pesce, con degli amici, qui nella baracca?

Spinare le triglie fu un’impresa che gli richiese parecchio impegno ed un gran tempo, si consolò con vari bicchieri di un prosecco, fresco e stuzzicante, proveniente dalle colline venete, che gli mise addosso il brio giusto.

In sottofondo aveva messo un vecchio disco di Miles Davis, si sentiva allegro, un sentimento che si era fatto lontano ed estraneo, nella sua vita. 

In una pentola ben oleata, aveva fatto soffriggere dell’aglio e del prezzemolo, aveva aggiunto i filetti di triglia, una volta rosolati, li aveva salati e, infine, aggiunto del vino bianco. Successivamente aveva unito dei cubetti di pomodoro, appena sbollentati, quindi, una volta evaporata l’acqua, ci aveva posato sopra un coperchio.

La mente, si metteva a servizio dei sapori e degli odori, avviluppata da un piacere vaporoso che sapeva di buono, di antico. I pagari finirono nel forno, ricoperti di sale e farciti di spezie, tutto era sotto controllo.

 

Il desco non è solo soddisfazione di un bisogno fisico primario, ma rappresenta molto di più. Come per molti autori del noir mediterraneo, primi fra tutti Vázquéz Montalbán e Izzo, esso è occasione conviviale, manifestazione di ospitalità e vicinanza, luogo sacro attraverso il quale ritrovare il gusto della vita e respingere l’angoscia della morte. È anche viva voce dei luoghi, parola che attraversa il tempo e racconta le specificità di ogni città e paese. Ma non lo fa con l’intento di ancorarsi a un’identità gretta e provinciale, chiusa al mondo, per respingere l’altro e rifiutarne la diversità, ma per offrirsi a lui e insieme condividere una lingua nuova.

 

I nomi propri fanno parte di questa lingua. I personaggi del romanzo si chiamano Bruzzone, Mangini, Cadenasso, Risso, Devoto. Nomi la cui marcata connotazione genovese è attestata dall’elenco telefonico e che evocano lo stesso profumo del pesto, dei pagari e delle ziguele. Combinati con Aisha, Leila e Bashir danno il senso di quello che sta diventando la nostra società.

 

Infine, la scrittura. Chi conosce Stefano Mantero e lo ha sentito parlare non dimentica il suo eloquio impastato di dialettalità. Anche questa còcina, come la chiamiamo noi, la cadenza ligure trova nella scrittura una sua evidente manifestazione.

 

Mike, sorrise imbarazzato: no davvero! Il mio amico Mattè è stato un buon maestro, è come un padre per me, dovrebbe conoscerlo, ha un caratteraccio ma un cuore d’oro. È un personaggio, se chi entra nella sua osteria, per acquistare del vino, non gli piace, è anche buono a non venderglielo!

 

Ma essa attinge anche ad altre fonti, più letterarie, cercando nella metafora la chiave per rendere efficacemente certi scorsi del paesaggio.

 

Al mattino la tramontana era calata, al suo posto una brezza fresca ramazzava il cielo da qualche scampolo di nuvola.

 

Si era seduto sullo scoglio piatto a fumare e a pensare, il mare calmo sciabordava fra i massi frangiati di alghe. Al largo le prime lampare si accendevano come lucciole contro il cielo scuro. 

Non aveva voglia di ripensare agli avvenimenti delle settimane precedenti, provava una sorta di trepidazione per ciò che si proponeva, Il suo amore per Aicha, il desiderio di lei di trovare un lavoro e magari lontano, la prospettiva della sua attività con lo studio legale. Erano però nuove occasioni da cogliere, una vibrazione che verosimilmente era l’impulso stesso della vita. Si sollevò in piedi sullo scoglio, il mare era un velluto scuro, non gli era parso mai così bello e così vitale.

Saltò da uno scoglio all’altro e raggiunse la spiaggia, poi sparì, confondendosi fra le ombre e verso la baracca.

 

Ecco, questi mi sembrano gli ingredienti che creano l’atmosfera dei romanzi di Stefano Mantero. In parte originali e in parte mutuati da una tradizione letteraria ormai consolidata, in omaggio a quanto affermava un grande poeta e intellettuale genovese recentemente scomparso, con cui tutti noi sentiamo di avere un debito e verso cui resterà viva, nel tempo, la nostra gratitudine, Edoardo Sanguineti, il quale non si stancava di ripetere che, in fondo, in letteratura nessuno inventa niente.

 

 

 

 

Prologo

 

L’auto procedeva a sobbalzi lungo una strada sinuosa, che si arrampicava su, per una collina grigio verde tra gli ulivi.

Ad un certo punto, la macchina rallentò, poi prese per una strada sterrata, a mala pena sufficiente a far passare un veicolo.

Si arrestò, dopo aver percorso circa duecento metri, in uno slargo fiancheggiato da un antico mulino e da un magazzino, della stessa epoca.

La portiera del guidatore si aprì, scese un uomo sottile e di media statura, si guardò attorno, con l’aria di chi conosce bene i luoghi, ma ne è da sempre affascinato.

Contemplò in giù, verso il paese, sprofondato in un avvallamento e circondato dai rilievi, che si interrompevano improvvisamente, lasciando il posto ad altissime scogliere che incorniciavano una baia tranquilla.

Lo sguardo spaziava sulla morbida superficie, un bel mare autunnale,blu scuro, quasi vellutato, striato dal sole morente, di arancio e di viola.

Si rivolse al mulino con un sospiro, le grandi pale oscillavano appena alle folate, cigolando in modo sinistro.

Si scosse, distogliendo a fatica lo sguardo.

Era venuto fino lì, per imbottigliare una damigiana di vino novello e, non voleva perdere tempo.

Aprì il bagagliaio dell’auto,

si caricò in spalla la damigiana e si diresse, con decisione, verso il magazzino.

I due edifici, appartenevano alla sua famiglia da almeno duecento anni, lui, che non aveva la vocazione del mugnaio, aveva trasformato il magazzino, parte in cantina e parte in laboratorio, dove amava trascorrere il tempo libero trafficando con i suoi attrezzi.

Un tempo, il grande edificio era stato utilizzato come deposito, occupato in gran parte da castagne secche e da olive.

Infilò la mano libera in tasca e estrasse una pesante chiave, aprì la porta massiccia, con un piede la spinse e, con gesto automatico, accese la luce, illuminando l’ampio locale.

Posò con cautela la damigiana sopra un tavolo con il ripiano di ardesia,sbuffò per lo sforzo e, senza indugi, si levò la giacca trapuntata, posandola sullo schienale di una sedia impagliata.

Improvvisamente si accigliò, aveva avvertito un odore estraneo, non il famigliare aroma di mosto misto a muffa e polvere, un sottile ma acre sentore di fumo stantio.

Rimase, perplesso, a riflettere sull’informazione che gli aveva fornito il suo olfatto, senza trovare una spiegazione plausibile. Alla fine, si disse che quasi certamente l’odore di fumo era dovuto a qualche contadino che aveva bruciato degli sterpi, nelle fasce vicine, senza contare che da diversi giorni era afflitto da un fastidioso raffreddore che gli alterava l’odorato.

L’idea parve convincerlo, perché con una scrollata di spalle accantonò tutti i dubbi.

Gli sfuggì uno sbuffo di fastidio; la finestra vicino alla porta d’ingresso si era nuovamente aperta. Sicuramente era stato il vento, ma doveva assolutamente ricordarsi di aggiustarla. Tornò a pensare al novello e si girò su se stesso, muovendo qualche passo verso una vecchia credenza, dove teneva gli utensili per imbottigliare il vino

Con la coda dell’occhio, notò una macchia che imbrattava una giara. Si fermò dubbioso: vuoi vedere che un’altra bottiglia di bonarda è scoppiata?

Si avvicinò alle giare, guardando il ripiano su cui erano collocate, in bell’ordine, le bottiglie del vino dell’Oltrepo, ma tutto era a posto, nessun recipiente era rotto, nessun vetro costellava il ripiano, né le sottostanti giare.

Allungò una mano, per toccare la chiazza, ma a pochi centimetri dalla superficie della giara, si immobilizzò.

Ora che guardava meglio, non era una macchia, bensì un grosso schizzo, che si estendeva tutt’attorno, impiastricciando ogni cosa, vicina al lato destro della parete.

- Oh mio dio! esclamò, mentre i suoi occhi dilatati, passavano da un angolo all’altro del locale.

Si mosse, nuovamente verso destra, superando due grandi botti, che chiudevano la visuale dell’angolo.

Più che vedere, fu l’immagine a sbattergli negli occhi, un grande lago di sangue, una pozza scura che copriva l’impiantito, al centro il corpo, mezzo addossato al muro, con la testa abbandonata all’indietro, che metteva in risalto la gola, su cui spiccava un foro dai contorni violacei.

Si sentì improvvisamente pesante come il piombo, un grottesco soldatino di piombo, in attesa di una mano che lo sfiorasse, per metterlo in moto.

Invece, parve accasciarsi su se stesso, mormorò: oh mio Dio!

Ebbe un conato di vomito, corse verso l’esterno e vomitò, tenendosi allo stipite della porta.

 

 

Capitolo 1

 

Un gozzo bianco e verde, si avvicinava alla spiaggia. Si arrestò ad una trentina di metri, lo scoppiettio del motore si spense, quindi proseguì sospinto dal ritmico battere dei remi.

Dirigendosi verso un piccolo gruppo di scogli, che formavano una sorta di molo naturale, poi, con lieve urto del parabordo si fermò definitivamente, dondolando placido.

Un uomo saltò su di uno scoglio piatto, prese una cima e legò l’imbarcazione ad uno spuntone di ferro, mezzo arrugginito, infisso nel masso. Si protese verso l’interno del gozzo, tenendosi con una mano al bordo. Afferrò un secchio, lanciò un’ultima occhiata alla barca e quindi si allontanò, saltando da uno scoglio all’altro, con la facilità di chi lo fa di continuo.

Giunse ben presto sulla spiaggia e si avviò risolutamente, verso una manciata di case e baracche, che pareva fossero state messe lì, perché nessuno sapeva bene dove diavolo collocarle.

Da una finestra, una donna anziana lo apostrofò: Ehi Mike! È pieno di pesci il secchio?

Lui alzò lo sguardo e le sorrise, poi, infilò una mano nel secchio e prese un’orata.

- Caro mio, non avresti fatto fortuna come pescatore!

Mike, rise di gusto e disse: se non altro mi sono goduto questa bella giornata. Per essere quasi alla fine di novembre fa ancora un caldo!

La vecchia annuì e chiese: dove l’hai presa?

- Sono andato a Vernazzola, era uno splendore! Non ha importanza per il pesce, ne valeva comunque la pena.

Lasciò il pesce a Rina, lei ne avrebbe fatto sicuramente buon uso, poi, proseguì verso la baracca, la sua casa, la sua tana e soprattutto verso una doccia calda.

Più tardi, Mike si rivestì: jeans, una polo blu e un giubbotto di pelle scamosciata. Chiuse la porta, si accese una sigaretta e si incamminò su per il vicolo, diretto da Mattè.

Entrò nell’osteria del vecchio amico, salutando tutti i presenti. Tipi che, come lui avevano l’abitudine di andare lì, anziani soprattutto. I modi scortesi di Mattè e il suo carattere ruvido, non erano riusciti ancora ad allontanarli.

- Beh Mike, come è andata la pesca - gli domandò con un sogghigno.

- Bene! Il mare era uno spettacolo e il sole picchiava per essere a fine novembre - rispose impassibile prendendo posto ad un tavolo vicino al bancone.

- Hai fame? 

Mike annuì. 

- Allora lascia fare a me, ho fatto della bruschetta e delle acciughe marinate, da leccarsi i baffi! 

Ed accompagnò la frase con uno sguardo circolare, che sfidava gli astanti, a contraddire la sua affermazione.

Uscì da dietro il banco e gli mise davanti un piatto ovale, con le bruschette e le acciughe, un tripudio di aromi che colpivano le narici e una festa di colori che soddisfaceva la vista.

Mattè fece ritorno con una bottiglia di bianco delle Cinqueterre e due bicchieri, si sedette e versò il vino.

Lo stomaco di Mike si destò al primo boccone.

- Belin! Cosa ci hai messo dentro, polvere da sparo?

- Macché, ho solo fregato bene le fette di pane con tanto bell’aglio!

Mike bevve quasi d’un sorso il vino, che a contatto con l’aglio e il pomodoro, spolverato d’origano, parve trovare una nuova vivacità.

- Allora, cosa ne pensi?

- Buono credo, ti dirò qualcosa di più certo, quando le mie papille gustative saranno rinvenute.

- Voglio sperare che sia un complimento.

- Difatti voleva esserlo, è che il gusto tenta di stordire i sensi, però la scelta del vino è davvero azzeccata. 

In bocca rimaneva il ricordo del sole sulle colline a picco, dei cinque borghi.

La risposta doveva essere quella giusta perché il vecchio disse: credo anch’io!

Toccando il pane nel gustoso intingolo, che era rimasto nel fondo del piatto, osservò con attenzione Mattè, che aveva negli occhi orgoglio e soddisfazione, forse… anche un poco per lui.

Al tavolo si sedettero altri due avventori, Pippo e Manuelo, che proposero di giocarsi il caffè a cirulla.

Mike sapeva bene come sarebbe andata a finire, se la sorte si fosse permessa di arridere agli altri due giocatori, Mattè, si sarebbe incazzato e dopo una ridda di insulti urlati, con quanto fiato aveva in gola, avrebbe tirato loro le carte, come estremo gesto di spregio.

Invece, quel giorno vinsero Mike e Mattè, e tutti rimasero in pace a bersi i loro caffè.

Il telefono cellulare di Mike si mise a squillare, sovrastando il brusio di fondo e il tintinnio delle tazzine e dei bicchieri.

Si accigliò guardando il numero che era apparso sul display, non lo conosceva e, non erano poi in molti a sapere il suo numero. Ad ogni modo rispose: pronto! 

- Parlo con il Signor Bruzzone? Il signor Michael Bruzzone?

- Sì! Ma… chi parla?

- Mike! Forse… non ti ricorderai di me, sono Davide Cadenasso.

- Cadenasso? Uhm no, almeno dammi una dritta!

- Ti ricordi il mulino di Careno?

- Sì! Belin, era una vita fa …

- Certo, capisco bene, era davvero un sacco di tempo che non mi facevo vivo, e per tutta onestà forse non ti avrei mai chiamato, ma credi ho veramente bisogno d’aiuto, sono proprio nei guai!

Mike era sconcertato dalla piega che stava prendendo, quella inattesa telefonata. Si alzò scostando la sedia con fracasso e uscì fuori dall’osteria.

Dopo, riprese: cosa diavolo ti è successo?

- È una storia incredibile, persino io stento a credere che sia vera eppure, eppure è tutto fin troppo vero. Però Mike non posso parlarti al telefono, bisogna che ci vediamo.

Mike, sospirò perplesso, poi disse: va bene, dove ci possiamo incontrare?

- Non è un problema, se vuoi posso venire in un bar vicino al tuo ufficio. Sei sempre in questura?

Mike si sedette sul bordo di una grande vasiera, riflettendo sul fatto che quella telefonata, già confusa dall’inizio, stava rapidamente diventando un vero e proprio casino.

Si mordicchiò nervosamente il labbro inferiore e affermò: mi sa che sei rimasto un po’ indietro con le puntate, è più di un anno che non sono più in Polizia!

- Oh capisco, non sapevo, davvero non sapevo, Però, credo che forse mi potresti aiutare comunque.

Mike cominciava a seccarsi, quindi risolse: senti, potremmo vederci in piazza Caricamento, conosco un bar dove si beve bene!

- Perfetto, ti andrebbe bene domani verso le cinque del pomeriggio?

- D’accordo, vada per domani - capitolò Mike.

Da dentro l’osteria, Mattè gli lanciò uno sguardo interrogativo. Mike gli fece un gesto di saluto e si allontanò. Non aveva voglia di dare spiegazioni, neppure al vecchio amico, rispondere a domande stupite, quando si stupiva lui da solo.

 

Individuò immediatamente Davide Cadenasso nella folla che sciamava per la piazza.

Nonostante gli anni trascorsi, non era cambiato, si muoveva circospetto, guardandosi

attorno, come se temesse di essere seguito.

A Mike rammentò un furetto inseguito da una muta di cani feroci.

Si salutarono con disagio e in fretta, Mike lo osservò da vicino. Davide aveva gli occhi cerchiati di scuro, delle profonde rughe agli angoli e sulle guance. Per il resto, era un po’ quello di cui serbava ricordo.

Entrarono nel bar, a poca distanza da Caricamento, dove Mike qualche mese prima, aveva bevuto con Bhashir. Al ricordo di lui subito un altro flashback, quello di Leila, la nostalgia di un amore che sarebbe potuto ancora essere, un sentimento palpitante di vita e invece ineluttabile era giunta la morte. Bhashir e Leila, due fratelli, ma così diversi! Lui un giorno gli aveva detto: non c’è niente da spiegare Mike, sei lì che sguazzi immerso nel tuo dolore e… stai lì ancora a chiederti cosa ci sia da capire!

Ora li accolse la voce di Maria Betania, il locale pareva velato di una dolce malinconia, o per lo meno, così pareva a Mike.

C’era parecchia gente, ma riuscirono comunque a trovare posto ad un tavolo, in una delle salette sul retro.

Ordinarono due americani, quindi Mike domandò: allora, raccontami un po’ di questo casino in cui sei finito.

- Credimi, è davvero una storia pazzesca, è da una settimana che non ci dormo! Ogni volta che chiudo gli occhi, mi vedo davanti il corpo e tutto quel sangue!

Mike si rendeva conto che nella mente di Davide aveva preso posto l’orrore, sapeva per esperienza che quell’orrore non se ne sarebbe andato tanto facilmente.

- Comprendo, però è necessario che mi racconti tutto dall’inizio, altrimenti rischio di non capire niente.

- Hai ragione, hai ragione! 

Si passò le mani sul volto, come a voler cancellare il raccapriccio che l’opprimeva.

- Martedì scorso sono andato nel magazzino che c’è a fianco del mulino di Careno, metà della costruzione l’ho trasformata in una cantina. Sai, con quelle pareti spesse il vino si conserva che è una bellezza! Sono entrato con una damigiana di novello, che volevo imbottigliare, ho acceso la luce e … quando ho posato la damigiana, mi sono voltato e ho visto il cadavere di una donna immerso nel sangue!

Si interruppe mentre un cameriere serviva gli aperitivi. Davide trangugiò mezzo drink senza degnare d’uno sguardo gli appetitosi stuzzichini.

- Belin! - esclamò Mike, forse un po’ per il cadavere, forse per la velocità con cui Davide si era tracannato mezzo americano.

- Già e… come se non bastasse, i Carabinieri che indagano sull’omicidio, mi stanno addosso senza darmi tregua. Ma ti giuro Mike, non sono stato io, non l’ho uccisa io!

- Sospettano di te? - si informò Mike mentre addentava un friscieu.

- Sì, per forza! Sono l’unico ad avere le chiavi del magazzino.

- D’accordo ma, oltre alle chiavi quali altri elementi possono far pensare agli inquirenti che sia tu il colpevole?

Davide abbassò il capo riflettendo, rispose a fior di labbra: nessun altro, solo le chiavi - e prese nuovamente il bicchiere bevendo d’un sorso e facendo tintinnare il ghiaccio.

Mike sorseggiò il suo drink riflettendo, quindi domandò: conoscevi la vittima?

- No! Non l’avevo mai incontrata né conosciuta, me lo hanno chiesto anche i Carabinieri, l’ho vista solo sulle foto che hanno pubblicato i giornali.

- Vai sovente al mulino, o di tanto in tanto e sempre nello stesso giorno?

- No, forse in questa stagione vado più spesso, d’estate invece molto di rado. Sai da quando mio padre ha dato in gestione il mulino al Comune, nella bella stagione l’Azienda del Turismo, organizza delle visite guidate, e… non ho voglia di trovarmi nella confusione. Per me quel posto, è un angolo di pace! Si interruppe: meglio, era un angolo di pace, ora ho il terrore al solo pensiero di trovarmi nuovamente lì!

Per un attimo fra loro scese il silenzio, mentre la musica riempiva l’aria. 

Davide domandò: perché me lo chiedi?

- Uhm - fece Mike massaggiandosi il mento - era solo un’idea… Chi è il titolare delle indagini?

- Non so, prima mi hanno interrogato i Carabinieri della stazione del paese, poi sono venuto a Genova, da un Magistrato, negli ultimi giorni sono venuti altri Carabinieri… penso sempre da Genova.

- Ti ricordi qualche nome?

- Sì… forse, uno di quelli venuti da Genova si chiama Damonte mi sembra. No… ecco! Pedemonte!

Per poco a Mike non andò per traverso l’aperitivo; mezzo strozzato disse: porca puttana! Pedemonte?

- Sì, perché lo conosci?

La mente di Mike ritornò indietro, a fatti accaduti qualche mese prima.

Una vicenda che era iniziata con l’uccisione di un povero disgraziato, di ritorno a Genova dopo più di trent’anni passati in Argentina, che aveva avuto la disgrazia di trovare un diario appartenente ad un malavitoso e per il quale era stato ucciso senza pietà. Ripensò al Commissario Paolo Martini, che era stato suo amico e che era morto in un incidente stradale, rivelatosi un arrogante arrivista disposto a tutto. Gli tornarono in mente le gallerie sotto la città, una sorta di visceri nel ventre di Genova, nei quali un gruppo di criminali si era annidato come un virus, proliferando e conducendo l’osceno commercio di giovani donne, avviandole alla prostituzione. Era stato proprio in quei luoghi che aveva incontrato il Capitano Pedemonte, dopo una caotica azione dei suoi uomini. Molto altro gli si affollava nella mente, e soprattutto Aicha. Scosse la testa per scacciare quei fantasmi angoscianti, si limitò a dire: già, ho avuto modo di incontrarlo, è uno davvero in gamba.

- Credi che potresti parlargli, ho paura che da un momento all’altro vengano ad arrestarmi - sostenne Davide con voce incrinata.

Mike gli strinse un braccio in segno di conforto: cerca di stare tranquillo, vedrò cosa posso fare.

- Grazie Mike, speravo mi avresti aiutato. Non vedo come potrò uscire da questa situazione, però sono certo che con il tuo sostegno le cose andranno meglio.

- Voglio dirti una cosa, io sono pronto a darti una mano però, pretendo che tu non mi tenga nascosto niente, anche il particolare più insignificante. Soprattutto, niente balle, se mi accorgo che mi stai prendendo per il culo, ti scarico e me ne lavo le mani. Sono stato chiaro?

Lo stupore velò il volto di Davide, ma fu solo per un attimo; abbassò lo sguardo e 

sostenne: chiarissimo, credimi, non ho nessun motivo di mentirti.

Mike si limitò ad annuire, si alzarono. Davide insistette per pagare i drinks poi, uscirono nella sera, nell’aria che si era fatta frizzante e nella penombra che dava alla città vecchia, un fascino nuovo ed accattivante.

Mike giunse davanti alla baracca, rabbrividì nell’aria che si era fatta fredda, in lontananza i rilievi che circondano la città, si stagliavano nel cielo, violetti. Aprì la porta ed entrò in quella che oramai considerava la sua casa, la mente era ancora assorbita dalla conversazione avuta con Davide.

Si sedette al tavolo di cucina, non aveva fame. Si versò un bicchiere di whisky da una bottiglia che gli aveva regalato Mattè per il suo compleanno. Il gusto torbato dell’High land park gli solleticò le papille gustative, si rilassò appoggiandosi allo schienale della sedia e si accese una sigaretta.

 

Una facoltosa donna della buona società viene trovata morta nella cantina di un vecchio mulino dell’entroterra, in mezzo a botti di “vino dell’Oltrepò”. Il proprietario del mulino, sospettato dell’omicidio, si rivolge all’amico Bruzzone che, con l’aiuto del capitano dei carabinieri Marco Pedemonte, finirà per risolvere il caso. Scoprirà la Verità, una verità amara, anche se il lettore resterà nel dubbio su quale sia la Giustizia che dovrebbe trionfare. Un “giallo mediterraneo”, potremmo definirlo, considerata la sua ambientazione e l’aria che vi si respira, dalla prima all’ultima pagina, con l’atmosfera che Mantero riesce a ricreare combinando alcuni ingredienti che costituiscono il cuore del romanzo e lo caratterizzano.

Ne citerò tre: la cucina e i vini, i nomi propri e la lingua della scrittura.

La cucina, con le sue ricette minuziosamente descritte (Mantero ricorda molto un gourmet) non è solo cibo, è storia e cultura. 

I nomi propri fanno parte di questa lingua. I personaggi del romanzo si chiamano Bruzzone, Mangini, Cadenasso, Risso, Devoto. Nomi la cui marcata connotazione genovese è attestata dall’elenco telefonico e che evocano lo stesso profumo del pesto, dei pagari e delle ziguele. Combinati con Aisha, Leila e Bashir danno il senso di quello che sta diventando la nostra società.

Infine, la scrittura. Chi conosce Stefano Mantero e lo ha sentito parlare non dimentica il suo eloquio impastato di dialettalità. Anche questa còcina, come la chiamiamo noi, la cadenza ligure trova nella scrittura una sua evidente manifestazione, ma essa attinge anche ad altre fonti, più letterarie, cercando nella metafora la chiave per rendere efficacemente certi scorci del paesaggio.

Bruno Morchio

 

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