Daniele Granatelli
Un intenso quarto di secolo

Titolo Un intenso quarto di secolo
- In Africa e Sud America, il lavoro senza esotismi e falsi miti
Autore Daniele Granatelli
Genere Narrativa      
Pubblicata il 12/11/2013
Visite 7439
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Il libro si libera  N.  144
ISBN 9788873884705
Pagine 250
Prezzo Libro 14,50 € PayPal

Versione Ebook

ISBN EBook 9788873885047
Prezzo eBook 4,99 €

Una storia in cui si potrebbero riconoscere molti imprenditori o aziende liguri e italiane.


 


Africa… in molti di noi occidentali evoca il ghepardo lanciato all’inseguimento di una gazzella, leoni mollemente adagiati tra l’erba della savana, eco di tamburi lontani nel rosso di tramonti infuocati, America latina… grandi fiumi che scorrono tra muraglie di alberi altissimi, con stormi di uccelli coloratissimi che si alzano in volo oppure penombra di milonghe con coppie allacciate nel tango. Daniele Granatelli in quei luoghi ha trascorso venticinque anni, l’ultimo quarto del secolo scorso. Ha pur visto splendidi scenari naturali e le più varie realtà umane, ma laggiù ha lavorato e vissuto. Nella sua scrittura asciutta che non indulge a romanticherie né cede a nostalgie, ci descrive con la concretezza, talvolta anche cruda, di chi le esperienze le ha vissute in prima persona, la realtà del lavoro, l’avventura e il ritmo incalzante degli eventi, in quei territori. Per molti sarà una sorpresa, per tutti motivo di riflessione sulla “applicazione pratica” della globalizzazione.


 


 


 


 

La Paz, Bolivia, aprile 1992


Arrivai a La Paz verso le due del pomeriggio. L’elicottero sarebbe partito il mattino seguente alle otto. Non mi sentivo molto bene, l’altitudine di La Paz mi aveva stordito e avevo una leggera emicrania. In albergo decisi di coricarmi e di non scendere per il pranzo. Bussarono alla porta, un cameriere con un vassoio in mano contenente una teiera e una tazza vuota, mi consigliava di bere almeno due tazze di quel tè e sarei sicuramente stato meglio. Accettai volentieri, chiesi qualche biscotto, dato il digiuno.

Mi sorrise e mi disse che non ce n’era bisogno, che sarei stato meglio senza.

Quell’infuso aveva un sapore tutto diverso dal tè. Dopo un’ora al massimo ero magicamente in ottima forma. Quel tè era di foglie verdi di coca. Preso così era un ottimo medicinale e per niente dannoso.

Il mattino seguente alle otto, puntuale arrivò Tomas Garrido, il geologo cileno, che mi avrebbe accompagnato nel viaggio. L’elicottero partì verso le dieci, eravamo solo noi due e il pilota, coprimmo il tragitto in più di due ore.

Sorvolammo Cochabamba e atterrammo in un piazzale periferico alla città, vicino a un vecchio edificio stile coloniale. Ad aspettarci c’era un tale José Maria, con una Nissan Ebro fuoristrada a gasolio, mandato anche lui dal Dinamige boliviano. Era lui che conosceva la strada, la nostra guida. Ci consigliò di aspettare un giorno o due per partire, perché il tempo non era dei migliori. Stava piovendo abbondantemente già da una settimana e la strada era dissestata. Tomas non era d’accordo.

«O partiamo subito o ritorniamo. Se partiamo subito questa sera potremmo essere al villaggio e domattina presto sul primo giacimento».

Per i primi sessanta-settanta chilometri la strada era scorrevole e ci impiegammo un paio d’ore; il peggio venne nei rimanenti trenta chilometri. Era tutto in salita. Non esisteva più la strada, in alcuni punti dovevamo fermarci per togliere dal cammino delle enormi pietre che ci impedivano il passaggio.

La pioggia torrenziale non si placava, avevamo paura di rimanere a piedi, ma José Maria ci assicurò che il suo fuoristrada era molto forte e aveva due gomme di scorta in caso di foratura. In alcuni punti del tragitto, ci passava solo il nostro fuoristrada, se avessimo incrociato un altro veicolo avremmo avuto serie difficoltà. Entrammo in un canalone pietroso per circa otto chilometri poi finalmente seguimmo un sentiero decente che entrava nella foresta.

Mi domandavo cosa stavo facendo, perché non tornavo indietro subito. Anche se avessi trovato del minerale bellissimo, come ci si sarebbe arrivati fin quassù, con quali mezzi si sarebbero portati i blocchi a Cochabamba, con quali mezzi meccanici si sarebbe lavorato se questo era l’unico passaggio? Mentre Tomas si entusiasmava, io mi sentivo totalmente inutile, avevo fatto un viaggio per niente, ma ormai ero lì.


Arrivammo al villaggio alle cinque del pomeriggio. Forse un centinaio di abitanti in una ventina di case, due alloggi e un almacen. L’alloggio dove eravamo noi era a due piani, il più alto di tutti i fabbricati. Sotto c’era il bar trattoria e sopra sette camere, che erano utilizzate quasi esclusivamente dai garimpeiros, per placare le loro astinenze sessuali con qualche prostituta dopo lunghe permanenze sui fiumi alla ricerca del metallo giallo. Tutti i fabbricati erano di legno, alcuni molto diroccati. La metà della gente che viveva lì erano garimpeiros, buona parte dell’altra meta erano produttori di coca, il resto, prostitute e mercanti ambulanti.

Un ambulante offriva armi. Si poteva comprare un revolver 38 special Taurus per 50 dollari, o un Remington a pompa di cinque colpi per 150. In cambio accettava anche pepite, polvere d’oro o erba già trattata.

Mangiammo qualcosa insieme, poi mi congedai e andai a dormire. La camera era molto squallida e spartana, un catino e due secchi d’acqua, una tinozza per il bagno, ma per l’acqua calda bisognava chiedere e pagare un supplemento. Le lenzuola non erano fresche di bucato, ma la stanchezza e il sonno non mi diedero il tempo di pensarci.

Il mattino successivo stava ancora piovendo. Era inutile farci caso e l’entusiasmo del geologo mi spronò. Partimmo verso le otto, arrivammo al primo giacimento circa un’ora dopo. José Maria disse che gli altri due non sarebbero stati lontano, ma che bisognava andarci a piedi perché dovevamo guadare un torrente.

Il giacimento era bello e molto ricco. Con mazzetta e piccozza ne staccai alcuni esemplari che avrei poi fatto lucidare una volta giunti a Montevideo. La pioggia non si placava, arrivammo al torrente ma per fortuna non si poteva guadare per la piena, non era più un torrente, era un lago e tornammo indietro. Nonostante gli stivali di gomma e la tuta impermeabile, eravamo tutti e tre molto bagnati. La temperatura corporea, aiutava a creare condensa con l’aria umida e calda.

All’hotel feci riempire la tinozza d’acqua calda e mi ci immersi dentro.

Eravamo completamente isolati dal mondo, l’unica via di comunicazione era una radio che comunicava con un ufficio di polizia di Cochabamba in caso di emergenza.

Una volta al mese arrivava farina, carne secca e fagioli, il resto era cacciagione e frutta tropicale che la gente del luogo si procurava più a valle. Era un inferno, mi domandavo come questa gente potesse vivere qui tanto isolata dal mondo e in un posto così tetro, eppure c’erano alcune famiglie con bambini.

Sarei voluto partire subito per Cochabamba, ma tutti mi consigliarono che, dato il tempo brutto, era meglio partire di mattino per non incappare nel buio della notte. L’eccessiva altitudine di quel luogo mi dava stanchezza e sonnolenza, disteso sul letto mi addormentai e non mi svegliai nemmeno per la cena.

Il mattino seguente mangiai due banane e un po’ di papaia. E poi… via tutti e tre verso la civiltà; io seduto dietro e Tomas di fianco a José Maria. Una volta arrivato a Cochabamba mi sarei messo subito in contatto con Matilda e le avrei fatto un riassunto dell’inutile viaggio, ma più che altro le avrei detto che mi era mancata molto e che volevo sentire la sua voce.

  1. 2


Bolivia, notte, ?


Attraversammo la stradina nella foresta e ci immettemmo nel canalone pietroso. Facemmo circa due chilometri o poco più in quella gola. Fitti rigagnoli d’acqua fluivano tra una pietra e l’altra nel senso nostro.

Da lontano si sentiva uno strano rumore, sembrava un tuono.

José Maria cambiò espressione, fermò la macchina, si mise a balbettare qualcosa ma non si capiva cosa dicesse, il rumore del tuono era sempre più forte e continuativo, sentivamo che qualcosa di grave stava succedendo, Tomas scese per vedere, essendo un canalone guardò in alto convinto che il tuono venisse dall’alto. Alle nostre spalle, un’onda alta stava arrivando velocemente portandosi detriti e tutto ciò che incontrava, Tomas tentò di arrampicarsi alla parete del canalone nell’intento di salvarsi. José Maria teneva il volante saldamente nell’intento di assorbire l’urto da dietro. Io ero seduto proprio dietro ed ero inchiodato, non avevo modo di uscire, l’auto aveva tre porte e non avrei fatto in tempo ad alzare il sedile e passare davanti per poi arrampicarmi.

L’impatto fu violento. La pressione dell’acqua fece esplodere il vetro posteriore irrompendo all’interno dell’abitacolo con violenza; l’auto fu spinta in avanti facendo due o tre capriole ma in realtà non ricordo quante, poi si schiantò sopra una enorme roccia piatta semi sommersa. La Ebro era immobile capovolta con il muso al contrario. José Maria era sotto di me che annaspava per poter respirare. Riuscii ad alzarmi e mi spinsi verso il finestrino posteriore dove l’acqua non copriva completamente. Anche José Maria si alzò e mi seguì. Uscimmo a malapena perché la carrozzeria del finestrino posteriore era schiacciata.

Entrambi eravamo insanguinati ma nessuno percepiva dolore. Ci sedemmo su quel macigno, nel punto più alto dove l’acqua arrivava a malapena. Ci guardammo intorno per cercare Tomas. Lo chiamai ripetutamente ad alta voce, ero sicuro che arrampicandosi alla parete si fosse messo in salvo. José Maria mi disse che non c’era riuscito, l’aveva visto scivolare dalla parete un attimo prima che arrivasse l’onda e lo trascinasse via. Lo chiamai ripetutamente ancora, forse si era aggrappato a qualche macigno molto più a valle e non poteva sentirmi, pensavo. Mi preoccupava il fatto che indossava ancora gli stivali, e una volta pieni d’acqua e fango gli avrebbero impedito ogni tipo di movimento. Non li aveva tolti perché voleva prelevare alcuni altri campioni di minerale di roccia più a valle, da esaminarseli poi in laboratorio e, vista la persistente pioggia, non poteva usare scarpe normali.

Io avevo il viso insanguinato e sull’avambraccio sinistro una vasta ferita trasversale sopra l’orologio frantumato. José Maria aveva una vistosa ferita sulla fronte e sulla nuca, il sangue gli colava sull’orecchio e sull’occhio destro. Cominciavamo a sentire dolori e bruciori. José Maria non riusciva a reggersi in piedi, aveva un ginocchio tumefatto che si stava gonfiando, ma lui era più preoccupato per la sua Ebro che aveva appena finito di pagare con non pochi sacrifici e non era assicurato.

Forse non si rendeva conto che era ancora vivo e che purtroppo il peggio non era ancora passato.

Eravamo circondati dall’acqua, quel macigno era una isoletta che ci aveva fortunatamente salvato, ma a nessuno potevamo chiedere aiuto. La pioggia non smetteva e l’acqua sembrava aumentare, non c’era più molto spazio su quella isoletta di roccia. Nell’auto semisommersa non riuscivo a trovare niente che mi potesse aiutare, anche la mia borsa non la vedevo, forse non c’era più. Cercavo una corda, una camera d’aria, qualcosa che ci tenesse a galla. Era molto pericoloso entrare nell’auto, bastava un brusco movimento e la corrente, la massa d’acqua, mi avrebbe trascinato giù con l’auto. La riva opposta non era una parete, era molto dolce e accessibile, José Maria mi disse che dall’altra parte non avremmo risolto niente; per cercare aiuto avremmo dovuto affrontare questa riva, ma sia l’una che l’altra erano per il momento irraggiungibili.

La fronte e il naso sanguinavano, colpiti dai cristalli del vetro. Istintivamente avevo messo il braccio davanti agli occhi salvandoli dai cristalli qualche millesimo di secondo prima dell’impatto.

In piedi o seduti rannicchiati eravamo all’asciutto, ma se allungavamo le gambe dovevamo per forza metterle nell’acqua. José Maria si lamentava, il suo ginocchio era malconcio, non si vedevano ferite di taglio, aveva preso un brutto colpo, non aveva certo avuto fratture, dato che, uscito dall’abitacolo era rimasto un po’ in piedi. Ci appoggiammo seduti schiena contro schiena, lasciando lui con la gamba ferita all’asciutto e mettendo le mie ovviamente a mollo.


Pensavo: «Chissà se qualcuno sa che siamo qui. Forse Tomas ha avuto più probabilità di noi e vorrà raggiungere la strada statale per informare le autorità».

A un tratto, un forte rumore mi distolse dai pensieri. Anche José Maria scattò. Un tronco d’albero aveva urtato il radiatore della Nissan capovolta, facendola roteare di mezzo giro, sufficiente per smuoverla e farla trascinare via dalla corrente.

Aveva smesso di piovere; ci spogliammo per strizzare gli indumenti zuppi, perché asciugassero prima della notte, che sarebbe stata fredda data l’altitudine.

Cominciammo a preoccuparci seriamente della nostra situazione. Si passava alla seconda fase di paura. La prima era data da una situazione d’emergenza, di sopravvivenza immediata e fortunatamente risolta. Questa era più angosciosa, visto che non si intravvedeva nessuna possibilità di salvezza, ed era la peggiore perché ti dava il tempo di pensare, mentre la prima era istintiva.

Le gambe nell’acqua erano intorpidite, ogni tanto ci cambiavamo di posto ma sempre in modo che la sua gamba ferita rimanesse all’asciutto. Non poteva tenerla tesa per molto, stava meglio con la gamba un po’ piegata, ma non c’era spazio sufficiente. La sera stava calando, in poco tempo venne buio, un buio inquietante in quella gola. Non riuscivo a vedere José Maria nonostante fossimo vicinissimi. Mai vidi in vita mia un buio così profondo. 

Eravamo esausti, ma non potevamo riposare, tanto meno dormire. Se fossimo caduti nell’acqua con quel buio, sarebbe stata la fine.

Decisi di fare dormire lui che era più malconcio, legandolo a me con le cinture dei pantaloni, sempre spalla a spalla per reggerci.

Ogni tanto si lamentava per il ginocchio, ma sentivo che si era assopito. Poi inclinò la testa in avanti e s’inclinò su un fianco, di più non poteva perché lo reggevo con la cintura, ma mi pesava. La camicia e i pantaloni ancora umidi mi raffreddavano il corpo.

Cercai di muovere una gamba e un doloroso crampo mi attanagliò il muscolo del polpaccio. Gridai dal dolore, anche José Maria si svegliò, mi slegai da lui e mi alzai in piedi per muovere e battere la gamba tentando di togliere quella morsa dolorosa. Passò, ma il polpaccio rimase indolenzito per un po’.

Eravamo molto provati, non avevamo mangiato niente dal mattino. Non sapevamo che ora fosse, l’orologio di José Maria forse era ancora funzionante ma non si vedeva nemmeno la sua sagoma.

Il mio compagno non aveva più sonno e cominciammo a parlare.

Aveva una bimba di undici mesi, avuta da una donna del suo villaggio, ma non era ancora sposato.

Lavorava per la municipalità del suo paese, portava in giro assessori e funzionari, a volte anche l’Alcalde. La sua donna era maestra d’asilo ed era vedova da due anni.

«Lei sa che sono venuto qui, ma le avevo detto che sarei rimasto fuori tre o quattro giorni per non allarmarla, in caso di una più lunga permanenza. Perciò lei non mi cercherà per ora», disse.


José Maria cessò di parlare. Capii che, prostrato, si era riaddormentato. Avevo i piedi freddi e la pelle raggrinzita dalla lunga permanenza in acqua. L’umidità filtrava nelle ossa e la debolezza aumentava.

Pensai a Matilda e a Tommy. Poi il pensiero passò subito ai miei ragazzi.

«Quanto vi ho amato e quanto vi ho trascurato! Tania, quanto eri bella con il tutù e i pattini a rotelle e mi volevi ogni volta mostrare la tua bravura sulla pista! Poi un giorno non hai più voluto saperne, chissà perché. Omar, che non voleva più suonare il violino perché il maestro gli metteva troppa soggezione».

Mi ricordai di quando andammo a pesca la prima volta, che lo sgridai perché non faceva come gli dicevo per lanciare la lenza. Mi tormentavano le colpe e non mi davo pace.

Piangevo e mi chiedevo che padre sono, che uomo sono. Pensai a mia madre, che ormai non capiva più dov’ero. A Maria, agli amici che non avevo più, a Corti, alla Nigeria, al perché ero lì, che cosa stavo cercando veramente.

Avrei voluto dormire un po’ ma la paura me lo impediva.

Paura che aumentasse l’acqua e ci togliesse quel poco di spazio. Paura dei serpenti, che con le piene vengono trascinati dalla corrente e cercano rifugio in qualsiasi posto asciutto. Paura di non avere sufficiente coraggio. E paura infine che fossi all’ultimo atto della mia commedia…

 


Una storia in cui si potrebbero riconoscere molti imprenditori o aziende liguri e italiane.




Africa… in molti di noi occidentali evoca il ghepardo lanciato all’inseguimento di una gazzella, leoni mollemente adagiati tra l’erba della savana, eco di tamburi lontani nel rosso di tramonti infuocati, America latina… grandi fiumi che scorrono tra muraglie di alberi altissimi, con stormi di uccelli coloratissimi che si alzano in volo oppure penombra di milonghe con coppie allacciate nel tango. Daniele Granatelli in quei luoghi ha trascorso venticinque anni, l’ultimo quarto del secolo scorso. Ha pur visto splendidi scenari naturali e le più varie realtà umane, ma laggiù ha lavorato e vissuto. Nella sua scrittura asciutta che non indulge a romanticherie né cede a nostalgie, ci descrive con la concretezza, talvolta anche cruda, di chi le esperienze le ha vissute in prima persona, la realtà del lavoro, l’avventura e il ritmo incalzante degli eventi, in quei territori. Per molti sarà una sorpresa, per tutti motivo di riflessione sulla “applicazione pratica” della globalizzazione.


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