Freddie del Curatolo
La schedina di Gaetano

Titolo La schedina di Gaetano
Autore Freddie del Curatolo
Genere Narrativa - Sport      
Pubblicata il 23/09/2014
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Editore associazione culturale edizioni Liberodiscrivere
Collana Il libro si libera  N.  156
ISBN 9788873885368
Pagine 260
Prezzo Libro 15,00 € PayPal

Versione Ebook

ISBN EBook 9788899137465
Prezzo eBook 4,99 €
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Quando le partite si ascoltavano alla radio e il calcio non era solo un business asservito al potere dei media.



 



Quando si sognava di cambiare vita con la schedina in mano.



 



 



La storia di due tifosi e di un grande calciatore nell’Italia di fine Millennio. 



 



 



Il passaggio dall’adolescenza all’età adulta di due amici che inseguono la ricchezza per trovare se stessi. 



 



 



Tre destini che si incrociano come segni del Totocalcio.



 



 



Attraverso la parabola di Gaetano Scirea, uno degli ultimi campioni di sport e di umiltà di un calcio che non esiste più, una storia surreale, sorprendente e tragica come può essere a volte il destino. 



 



 



Un romanzo in cui la realtà si mescola alla fantasia in un cocktail agrodolce di eventi che lascia in bocca al lettore il retrogusto di una morale forse troppo amara



 


Primavera


Gaetano era un ragazzotto gracile dalla cintola in su. 

A lui bastavano i muscoli delle cosce. 

Se li tastava sulla corriera, lungo una strada caliginosa come il primo mattino che accompagna i camion a Bergamo. 

Il sole si appoggiava cauto sulle antenne di quelle che qualcuno iniziava a chiamare villette a schiera, s’incagliava in mezzo ai rami che ricominciavano a fiorire, inteporiva a fatica i campi di ortaggi per liberarli dalla brina antelucana. 

Questo vedevano i suoi occhi. 

“Evviva è primavera” traduceva il suo cuore. 

Primavera

Così è definito il vivaio di calciatori che ogni società coltiva, in attesa di sfoderare giocatori professionisti per la prima squadra. 

Nella Serenissima della Parrocchia Pio X di Cinisello, Gaetano giocava indifferentemente attaccante o centrocampista. 

Giovanni Crinella, eminenza grigia del pallone sulla Martesana e dirigente della Serenissima, aveva chiamato un emissario dell’Atalanta per visionarlo. 

Uno diverso, moderno. 

Baffetto curato, orologio d’argento sopra il polsino della camicia, cappotto color cammello e sigaretta lunga color cioccolato in bocca.

Non era arrivato in paese con un fuoristrada rosso fiammante diradando con un polverone la folla di curiosi, al pari dei divi del Cantagiro. 

Era sceso da una Fiat 127 giallo ocra, ma era amico del Crinella e aveva convinto i genitori di Gaetano ad avviarlo alla carriera di calciatore. 

Il padre sudava alla Pirelli e osservava la civiltà con circospezione

Aveva capito una cosa, ma non riusciva ancora a spiegarsela bene: il mondo aveva sempre giostrato lentamente, come un bove a motore quando ara i campi, ma da un po’ di tempo si muoveva in fretta. 

Troppo in fretta.

“Quando la trottola gira all’impazzata può andare chissà dove, ma se la blocchi di scatto cade con violenza. 

Mi piace Tanuzzo che sogna ad occhi aperti, che corre e calcia. Mi piace perché fa girare la trottola con giudizio. Non devo fermarlo”.

Al lavoro s’immaginava il futuro del figlio. 

“Sarebbe bello che Tanuzzo diventasse un calciatore professionista” bisbigliava, guardandosi intorno preoccupato che qualcuno si potesse accorgere che stava pensando.

“Io sono un bue, tu sei il trattore” erano le parole che Gaetano ricordava del padre, quando si sentiva piccolo, timido e impacciato e lui se lo prendeva sulle ginocchia prima che gli scivolasse via per correre in strada a giocare. 

Ogni anno attendeva che il tempo mite gli permettesse di infilarsi i pantaloncini e che terminasse la scuola per andare a tirar pedate a una palla con i ragazzi del paese, prole di emigranti avvezzi alla fatica che ringraziavano il Dio del Nord a tavola, davanti a un piatto di pastasciutta fumante e bestemmiavano per la freddezza di fuoco del tornio o per le sconfitte del Catania o del Napoli a San Siro. 

Gaetano giocava sull’asfalto mischiato alla ghiaia, nel cortile dell’oratorio poco distante dai palazzoni del Villaggio Pirelli, sull’acciottolato davanti alla chiesa, nei campetti di terra battuta e ciuffi d’erba improvvisati tra i capannoni delle fabbriche e la campagna. 

Correva tirava saltava ruzzolava a terra. 

Segnava e gioiva. 

Tornava a casa sempre malconcio, con gli zigomi stremati e gli occhi scintillanti, rapiti dal sogno. 

Lo stesso del genitore.

Presto calpesterai l’erba di un vero stadio, indosserai una divisa importante più di quella di un militare e ti muoverai al suono degli applausi dei tifosi”.

Il ragazzo puntava gli occhi al pavimento e arrossiva.

“E porterai a casa qualche soldino” aggiungeva la mamma.

Gaetano guardò fuori dal finestrino, il sogno stava per avverarsi.



Eugenio era confuso.

Con la sorellina in braccio e una valigetta di finta pelle nella mano sinistra, era convinto che papà avesse avuto proprio una bella idea a portare a vivere la famiglia vicino al mare. 

Adorava tante cose del mare: quando d’inverno si arrabbia, schiumeggiando fino alla passeggiata, essere schiaffeggiato dal vento pungente di tramontana, avere tanti amici che a fine estate piangono perché non vorrebbero andare via e invece io rimango. Non capiva, però. 

Perché papà restava a lavorare a Milano e arrivava solo al sabato, per poi ripartire domenica mattina? 

Il padre di Eugenio sperimentava gli alti e bassi della sua epoca. 

Fin dalla nascita del figlio si era messo a lavorare come un matto. 

Aveva attraversato gli anni del dissenso coltivando sogni e speranze, ma niente lo faceva sentire meno solo di una domenica passata allo stadio, durante le trasferte del suo Napoli al settentrione. 

Milano, Torino, Bergamo, Verona in serie A. 

Modena, Mantova, Brescia, Alessandria in B. 

Durante la settimana le manifestazioni, sabato i propri cari, domenica il calcio.

“La nostra società è piena di gente che lotta, spera, cavalca nuovi ideali - spiegava ogni tanto alla moglie - dobbiamo capire cos’è giusto, cosa bisogna cambiare. È iniziata l’era del dubbio; voi e il Napoli siete le mie uniche certezze”. 

Intanto era cambiata la sua vita e i dubbi aumentavano. 

I vagiti della secondogenita Anna ormai gli conciliavano il sonno. 

Aveva imparato a pensare così forte che gli pareva di parlare a voce alta. 

“Speriamo che questa voglia di un mondo migliore ci aiuti a decifrare meglio noi stessi e non vedo l’ora che importino dall’America anche quel farmaco contro la depressione di cui si dice un gran bene”.

Dopo un lustro, come sospettava, la qualità della vita non sarebbe cambiata di molto. Ma quel medicinale americano si era rivelato un toccasana.

“Libertà di pensiero… è logico che si possa riflettere su tutto, ma si ha sempre meno tempo per farlo” diceva agli amici con cui si ritrovava alla sera, davanti a un tavolo da poker nel suo pied-à-terre. 

Si era gettato ancor più a capofitto nel lavoro, scendeva sempre più raramente in piazza a protestare e scandire slogan.

Durante i fine settimana si riposava in Liguria ascoltando le cronache delle partite alla radio. Niente più stadio ma niente tranquillante, di domenica.

Allo stadio andava il figlio. 

Con un’amichetta saliva sul treno e da Rapallo arrivava alla stazione di Brignole, poi a piedi fino a Marassi, al Luigi Ferraris

Trovavano sempre un uomo o una coppia di pensionati gentili che li adottavano, giusto il tempo di entrare nell’impianto sportivo. 

Si era affezionato a lei che lo chiamava Cicciobello e alla squadra con la maglia rossa e blu che si chiama Genoa.

“Perché vuol dire Genova, è una parola inglese”

“Come Juventus?”

“Beh, credo di sì… ” 

“E cosa vuol dire Juventus in inglese?”

“Torino… mi sembra”.

Più il Genoa perdeva e più il piccolo Eugenio si infervorava. 

Continuò a tifare i Grifoni anche quando furono retrocessi in serie C e l’amichetta lo lasciò.

“Per uno meno ciccio di te”.



Sandro rientrava da casa con la fatica nella cartella di scuola e buon appetito, la voglia di mangiare spezzatino in fretta e calzare le scarpette chiodate per presentarsi all’allenamento in orario. 

I lunghi capelli erano eredità dell’infanzia selvatica nella maestosa villa dei nonni paterni, galleristi della Milano aristocratica del Dopoguerra. 

Avevano scelto la Brianza per sfuggire a una metropoli che, dicevano, l’è più minga la gran Milàn. 

Da bimbo, Sandro aveva esplorato carponi la meraviglia boschiva del suo mondo recintato e assorbito allo stesso tempo la sobrietà liberty dei nonni. 

Adorava salire a cavalcioni dei cani e della fantasia del padre, che aveva ereditato di malavoglia il mestiere di famiglia, lui che avrebbe voluto passare la vita dipingendo. 

A sei anni cadde nel laghetto del parco e fu salvato dal cane Peppìn. 

I vecchi rimproverarono alla nuora di starsene tutto il giorno a fumare sigarette senza distogliere lo sguardo dai suoi amatissimi romanzi. 

Da lì a poco la donna covò un rancore che la mise a disagio in una casa e in una società che non le appartenevano. 

Così i Bassani erano tornati ad abitare nella metropoli. 

La madre, divenuta miope a furia di divorare romanzi, non vedeva di buon occhio l’attitudine del bambino. 

La lettura dei classici sudamericani aveva accentuato il taglio indio delle sopracciglia e levava lo sguardo dal libro solamente per lamentarsi.

“Su, Marina… lo abbiamo chiamato così in onore di Sandrino Mazzola e tu non vuoi che diventi un calciatore?”

“Io avevo in mente il poeta Sandro Penna… e speravo in qualcosa di meglio”

“Il calcio è un’arte, come dipingere, Marina. Non ho mai sentito nessuno dire, invece, che leggere sia un’arte”

“Ma il ragazzo è portato anche per il disegno. E tu? Invece di regalargli un cavalletto lo riempi di scarpe, pantaloncini, calzettoni”

“Per quello c’è già la scuola. E se emulasse il mitico Gigi Meroni, fantasista e pittore, magari anche stilista?”

“Già, per morire ubriaco sotto una macchina… ”

“Investissero te, cretina!”

Ecco il levare di uno dei tanti litigi tra i due. 

Perché i genitori di Sandro litigavano eccome! 

Un rito che si ripeteva quasi ogni sera e che il piccolo conosceva a memoria. 

Quando la grande palla gialla s’inabissava dietro il palazzo di fronte e smetteva di colorare i muri della stanza, papà tornava a casa. 

Lui ficcava la testa sotto il cuscino per non sentire le urla acute, lo stridore dei piatti contro il muro, le invettive gutturali, il clangore dei bicchieri. 

Silenzio. 

Testa fuori dal cuscino. 

Attesa. 

Ancora urla, sempre più gelide, sempre più lontane. 

Fino all’ora di cena.

“Forse anche loro non sopportano il buio”.

Il 24 di settembre del 1972 il dottor Bassani uscì per sempre da quella casa. 

Senza urlare. 

Salutò Sandro con un “noi ci rivediamo, campione” e giurò a se stesso che sarebbe tornato a riprenderselo. 

“La dovranno fare, questa benedetta legge sul divorzio”.

Milano era allagata dal primo annuncio di un autunno tempestoso. 

“Perché piove ogni domenica?” 

Sandro si sintonizzò su Tutto il calcio minuto per minuto.



Babbo crudele.

Eugenio quella domenica sostava davanti alla villa di Rapallo con la radiolina a pile, incastrata tra spalla e orecchio, e la morte nel cuore. 

La famiglia stava lasciando la Liguria, si ritornava a Milano. 

Le nubi dispettose non gli avevano permesso di salutare il sole tigullino. 

L’uomo in bianco e nero della televisione riferì che sull’Italia circolava un’aria depressionaria proveniente dalla Russia e che il maltempo avrebbe risparmiato soltanto le isole. 

Eugenio prestava attenzione ad ogni singolo vocabolo. 

“Cosa ci possiamo fare noi se in Russia sono depressi, anche il babbo dice di essere depresso, allora dovrebbe andare in Russia… sulle isole c’è sempre il sole, forse perché si chiamano i-sole?” 

La radiolina intanto squittiva che l’Atalanta affrontava la delicata trasferta di Cagliari sotto un cielo terso e spalti gremiti al limite della capienza.



Gaetano aveva appena smaltito il terrore dell’aereo, atterrato in leggero ritardo all’aeroporto di Elmas. 

Cercò con ansia misurata una cabina telefonica, impilò sul cilindro bronzeo una decina di gettoni, ne infilò quattro nella fessura e compose il numero.

“Sono arrivato. Sì, tutto bene. Non lo so, speriamo”.

Negli spogliatoi l’allenatore Corsini lo prese in disparte e si rivolse a lui con tono affettuoso e cipiglio da luogotenente. 

“Oggi scendi in campo con la maglia numero 4”. 

Era l’esordio in serie A. 

Puntò gli occhi a terra ed arrossì.

Chiuse le palpebre, le riaprì. 

Era ancora nello stesso posto.

Alzò gli occhi. 

Un compagno gli diede un buffetto. 

“Il sogno. Finalmente!”



“Spegni quell’arnese, Eugenio, in macchina c’è l’autoradio”

“Tu dovresti emigrare in Russia, sono tutti come te. Io la mamma e Anna ce ne andiamo a Cagliari, va bene?”

“Va bene, coglionazzo”.

Il ragionier Lettieri non si curava delle uscite del figlio, avendo già da tempo rinunciato ad ascoltare se stesso. 

Piuttosto era curioso di sapere dalla radio chi arbitrasse la gara del Napoli.

 

L’importante è non avere Lo Bello, e anche Menegali che è romanista. Mi andrebbe bene Angonese di Mestre, o mal che vada il solito Gonella, o Giunti… 

 

“Possiamo andare, amore” fiatò la moglie. 

Girò le chiavi, la osservò di sbieco con aria rassegnata guardare l’altissima palma del giardino e l’automobile eseguì i suoi ordini.


“Papà non torna, ti ho detto”. 

La madre di Sandro aveva già lavato e asciugato tre volte le stesse posate. 

Ora armeggiava nervosamente intorno ai fornelli, inforcava un mestolo e contemporaneamente spolverava la credenza, rabboccava l’olio e nascondeva la bottiglia di Punt e Mes che aveva appena aperto. 

“E dove dorme?”

“Ha detto che va ad abitare a Bologna”

Stringò inventandosi un altro paio di faccende domestiche. 

“E tu non vai a sentire l’Inter?”

“Non tengo più all’Inter” proclamò Sandro con una fermezza che bloccò Marina con l’aspirapolvere in mano, le posate in grembo, il mestolo in bocca e il calendario di Frate Indovino a portata di penna.

“Ah, davvero? E per che squadra fai il tifo adesso, tesoro?”

“Tengo al Bologna!” disse Sandro, scappando sotto il cuscino.

1982. 

Dieci anni. 

Com’era cambiata la società in dieci anni! 

Come un corpo di bimbo che si forma e s’allunga, un cervello che immagazzina dati e li sputa fuori ingarbugliati, spesso previo consenso di un Cupido alle prime armi.

Eugenio sentiva la primavera esplodere talmente euforica e dirompente che gli rimbalzavano in mente decine di stupidaggini romantiche in merito. 

Le rondini (ma erano rondini?) che si libravano giocose nell’aere suggerivano metafore sulla sessualità, il profumo dei fiori di città che sbocciavano lo inebriava, il sole festeggiava con lui la novità dei vent’anni. 

Una parata di colori suoni ed emozioni si accaparravano il diritto di distrarlo, mentre passeggiava con Sara per il centro.

 

Io ti amo.

 

Un musetto quindicenne uscito da una fiaba dei fratelli Grimm, lambito da una marea di lentiggini che si placava all’annunciarsi di grandi occhi di luna piena.

 

Anche io ti amo e ti amerò sempre. 

 

Schiudeva le labbra appena pronunciate sul mondo, come una formula magica, santa o demoniaca. 

Parole troppo grandi per starsene da sole e soprattutto per essere profferite da lei, in quel luogo, in quel preciso istante davanti alla primavera.

Aveva incontrato Eugenio a una manifestazione studentesca, pochi mesi prima. 

Si era invaghita di quel giovanotto irsuto e un po’ goffo con gli occhi scuri e profondi e la faccia da buono.

Eugenio teneva un mini comizio, i suoi coetanei si eccitavano e salmodiavano slogan rivoluzionari in francese e spagnolo. 

Lui aizzava, incitava, si sgolava dall’alto della sua esperienza di lotta giovanile e dal largo del triplo avvitamento di una chilometrica sciarpa rossa e blu. 

Sara proveniva da una famiglia agiata, amava la musica e liberava i fantasmi di un’adolescenza stucchevolmente normale sull’avorio del pianoforte. 

Era dolce, sincera, immacolata. 

Troppo giovane per lui. 

Ma così graziosa da non poter rinunciare alle sue inaspettate moine. 

Adesso Sara era sua. 

Presto avrebbero fatto all’amore. 

Gli angeli sarebbero calati dal cielo applaudendo come tifosi olandesi ubriachi lanciando riso, tulipani e coriandoli cuoriformi. 

La terra sarebbe diventata ghiaccio secco per favorire l’effetto vapore dei corpi nello sfregamento erotico e note danubiane di Béla Bartòk o mugolii baritonali di John Lee Hooker avrebbero dato voce all’idillio.

Riposare il pomeriggio sul suo tiepido seno era un giro di ottovolante.

Per Sara invece il sesso aveva un sapore strano; era come quando assaggi per la prima volta il formaggio con i vermi vivi, ti provoca un senso di nausea al pensiero ma anche una gran voglia di provarci. 

Continuava a rimandare ma prima o poi lo avrebbe fatto.

Di lì a poco i campionati mondiali di calcio sarebbero entrati nelle case degli italiani, motivo in più per Eugenio per disertare la seconda sessione di esami all’università.

Gli levò il boccale di birra dalle mani.

“Non hai più voglia di studiare e bevi troppo” 

Le respirò a non più di sette centimetri con uno sforzo simultaneo delle narici e del labbro inferiore.

“Ho bisogno dei tuoi baci” 

“Non con l’alito al malto”

“Ho deciso di trasferirmi a Rapallo per seguire i mondiali. Non voglio perdermi un match, nemmeno Iran-Paraguay”

Sara lo squadrò in adorazione con un sorriso leggero di rispetto.

Scrollò le spallucce a te bisogna prenderti così, nel bene e nel male.

“Ti raggiungo finita la scuola”. 

Alzò il boccale, bevve un sorso di birra e lo baciò, stringendolo forte a sé.








Sandro inarcava la schiena in posizione yoga sul letto.

“Non ho alcuna intenzione di litigare”

Ilaria si rivestì senza grazia, spalancò la finestra e assorbì odore di tiglio, squilli di clacson, gas di scarico di furgoni e schiamazzi di bambini.

“Non mi diverto più con te”

“Allora vattene” ruggì lui, con una voce che arrivava direttamente dall’esofago.

Non spiccicò parola. 

Imbracciò la borsetta come fosse un kalashnikov, si aggiustò la frangia e finse di non guardarlo per l’ultima volta. 

Sulle scale bisbigliò “complimenti”. 

Ma nessuno poteva ascoltare e tanto meno capire se si fosse riferita a se stessa o all’ex fidanzato. 

Sandro cacciò la testa sotto il cuscino, allungò una mano cercando il tasto del mangianastri. 

B.B.King tappezzò la stanza di malinconia, la sua chitarra non riusciva a lacerare la rinnovata solitudine. Si sentiva indifeso, era la prima volta da quando se n’era andato di casa, convincendo suo padre a trovargli un appartamento dove ogni tanto anche lui faceva tappa, da Bologna.

Di nuovo solo.

Solo e disperato. Qualcuno nel suo cuore stava gridando, lanciando piatti, rompendo bicchieri, sbattendo porte. 

Cosa aveva ereditato dai tre anni passati con Ilaria, se non la sensazione che, dopo un po’, tutte le donne si somiglino?

Il blues gli chiese gentilmente di sollevare il guanciale. 

The thrill is gone… 

Poi pretese il dono votivo di una sigaretta.

Per fortuna c’è il calcio

Poche settimane e il Dio dell’emozione avrebbe acceso i riflettori sulla più affascinante kermesse sportiva del pianeta. 

Motivo in più per starmene per i fatti miei.

Alzò la cornetta e compose un numero di telefono di Bologna. 

Rispose una donna.

“È in casa Luciano?”

“Sei il figlio?”

“Non si risponde a una domanda con un’altra domanda”

“Te lo passo”.

La pacatezza paterna si appoggiò alle note di B.B.King.

“Ciao bestiaccia, ci sono problemi?”

“Avevo voglia di sentirti”

“Qualcosa non va con la ragazza… come si chiama?”

“Lo dimenticherò presto. Ti ricordavo di passare da Milano ogni tanto, durante i mondiali, almeno per le partite dell’Italia”

“Farò il possibile, aspettati una sorpresa”

“Ullalà! Salutami la tua… come si chiama?”

“Mi sa che anch’io lo dimenticherò presto” lo rincuorò il padre chiudendo la comunicazione. 

La donna sdraiata al suo fianco sbuffò coprendo il seno con il lenzuolo, come fosse la protagonista di una soap-opera del pomeriggio.

“Tuo figlio mi tratta male”

Luciano assunse posizione yoga.

“Non ho alcuna intenzione di litigare”

“Non mi diverto più con te”

“Allora vattene” ruggì con una voce che arrivava direttamente da Milano.


Raffaele si dondolava, comodamente appoggiato al tavolo da riunione del suo studio di consulenza. 

Facendo scivolare gli occhiali sul grosso naso gibbuto, fissava di sottecchi l’orologio come se, da un momento all’altro, le lancette dovessero impazzire. 

Mancavano poche ore a Italia-Brasile.

“O dentro o fuori”

“Dentro, ragioniere!” disse un vocione energico, facendo il suo ingresso nello studio.

“Ricchetti, cosa ci fa a quest’ora?”

“Orario di lavoro, no?”

Il panciuto energumeno chiese conferma al proprio polso.

“Si ricorda l’appuntamento, vero?”

“No, non oggi, Ricchetti. La prego”

Il cliente s’inalberò. La chioma brizzolata s’era increspata al suono delle sue parole come il mare a dicembre.

“È un mese che rimandiamo. Sto per fallire, ho solo bisogno di una sua firma, più o meno. Tenga presente che l’amministratore è lei”

“Domani, Ricchetti, le giuro… ”

“Lei mi sta prendendo per il culo, io non me ne torno a Mantova a mani vuote. Venga con me, la prego”

“Ricchetti… ”

“Dica ragioniere”

“A lei non interessa il calcio?”

Il cliente cercò il nesso, esplorando stizzito tra le tende.

“Fra poco c’è Italia-Brasile. Chi vince va in semifinale. Voglio andare a casa a godermi la partita… mio figlio torna apposta dalla Liguria, capisce?”

“Lei è veramente uno stronzo” 

Squillò il telefono, era Eugenio.

“Ciao babbino, volevo dirti che non vengo a Milano. È arrivata Sara, sto con lei… mi dispiace, forza Italia!”

Raffaele posò la cornetta. 

Osservò un minuto di silenzio.

Ricchetti fece per prendere la porta.

“Mio figlio è più stronzo di me” gli disse, congedandolo.

Consultò ancora il pendolo, convocò la segretaria e le lasciò le consegne. 

Uscì di fretta, il caldo umido si appoggiò quasi subito alla giacca d’ordinanza.

“Scusi, che ore sono?” chiese un distinto signore, fermo davanti all’agenzia di viaggi.

“Manca un’ora e mezzo” rispose Raffaele.

“Grazie!” Disse ossequioso l’uomo. 

Aveva ottenuto la risposta che desiderava.

Raffaele entrò nel bar di Enzino, l’uomo nell’agenzia.

“Salve ragionier Lettieri”

“Ciao Enzino, un bicchiere d’acqua”

“Ne basta mezzo?”

“Ne basta mezzo”

Il barista conosceva le sue abitudini. 

Ingollò una pastiglia di Tavor e bevve l’acqua d’un sorso. 

L’uomo nell’agenzia di viaggi attese il suo turno picchiettando nervosamente con il tacco sul linoleum del pavimento. 

Oltre il bancone dell’agenzia che pareva la carena di una barca a vela, era seduta un’abbronzatissima ragazza fulva, probabilmente uscita dalla gigantografia delle Maldive alle sue spalle.

“Avete l’offerta aereo più biglietto per la finale dei mondiali?”

“Sono rimasti gli ultimi, sarebbero quelli dello sponsor… hanno un prezzo particolare… il titolare dell’agenzia li cede solo a fronte di un’offerta irrinunciabile”

L’uomo allungò alla signorina due banconote pesanti.

“Questi sono per lei, se può prenotare il pacchetto, per due. Lo confermo stasera”.

La signorina gli scivolò con lo sguardo fin dentro la camicia, agitò la chioma e si ricompose, in attesa di un ammicco o di un complimento.

“… E se l’Italia vince la invito a cena, d’accordo?”

“Affare fatto!” esclamò raggiante, sporgendosi per stringere la mano alla sua nuova conquista ed esponendo il seno.

“Che nome devo scrivere?”

“Dottor Luciano Bassani, questo è il mio biglietto da visita”

“Un gallerista, adoro la pittura! Ehm… la chiamo io stasera?”

“Ci sentiamo domani, stasera sono da mio figlio, non lo vedo di frequente”.

L’Italia superò il Brasile per tre a due, con tre reti di Paolo Rossi e, come previsto dal dottor Bassani, dal ragionier Lettieri e da altri trenta milioni di connazionali, batté anche la Polonia in semifinale.

“Tieniti libero per l’undici luglio, bestiaccia”. 



“Gegè ci ha chiesto se possiamo posticipare l’arrivo in Liguria di un giorno per vedere la finale da solo con la sua Sara”.

“Speriamo almeno se la stia godendo, lo stronzo”.



L’undici luglio del 1982, Sandro era a fianco a suo padre allo stadio Santiago Bernabeu di Madrid. 

L’infanzia agreste, la caduta nel laghetto, il trauma della separazione dei suoi, l’adolescenza buia e tormentata con la madre, Ilaria. 

Nessun riflesso del passato innanzi ai suoi occhi gonfi di gioia.

Al terzo gol dell’Italia si abbracciarono talmente forte che Sandro sentì una fitta al cuore e, per la prima volta, il piacere di vivere posarsi sui suoi vent’anni.

Al fischio finale dell’arbitro brasiliano Coelho, un’orda festosa di italiani si riversò per le strade e sciamò nelle piazze, ogni angolo della Penisola gridava la sua appartenenza come non accadeva dalla Liberazione. 

Si riempivano le fontane, le pizzerie e i portafogli dei venditori abusivi di bandieroni, sciarpe e magliette. 

La costa ligure era un carnevale di maschere azzurre, automobili trasformate in carri, gente che si buttava a mare neanche fosse inseguita dalla lava di un vulcano.

Eugenio stappò una bottiglia di spumante, ne bevve un paio di calici con Sara e le spruzzò divertito tutto il resto addosso. 

La spogliò, assaggiò con i denti il poliestere dei suoi slip e la baciò a lungo in mezzo alle gambe. Come fosse la madre di tutte le cose, come se da lì fosse uscito anche Paolo Rossi, come avesse partorito lei Dino Zoff. 

Quando il suo corpo diafano e acerbo dissolse l’ultima immagine dell’urlo liberatorio di Tardelli, fecero l’amore. Avevano già vissuto quella scena nelle loro fantasie, che ora li guidavano sulle ali di una bramosia identica e assoluta. Riconobbero i propri gemiti, sincronizzarono le sensazioni, si attesero e ripartirono in contropiede. 

Si muovevano con naturalezza impropria, attaccavano e difendevano e continuarono così per buona parte della notte, mentre fuori era un tripudio molto simile.


Anche Gaetano era a Madrid, quella sera.

Lui però era in campo.

Lo videro tutti passare a Tardelli il pallone del due a zero. 

Tutto il Paese alzò con le sue mani e quelle del capitano Zoff la coppa al cielo. 

Piangeva di gioia.

Non aveva puntato gli occhi verso il manto erboso e non era arrossito. 

Lacrime al traguardo:  la fatica non offuscava i pensieri, non intaccava le emozioni. 

Erano passati dieci anni dal battesimo  in serie A, da quella soleggiata domenica a Cagliari. 

Era arrivato il trasferimento a Torino, per giocare nel club più prestigioso d’Italia, la Juventus. 

Poi la chiamata in nazionale, il matrimonio, la nascita di Riccardo.

“Grande Gai!” gli urlò l’allenatore Bearzot, gettandogli le braccia al collo.

Guardò i compagni stringersi tra loro, baciarsi, baciarlo. 

Pensò a suo padre, al suo orgoglio, ai sacrifici fatti, al trattore e al bue. 

Ma non era il momento, non poteva pensare adesso che lo stavano osservando due miliardi di telespettatori.

“Il più forte libero del mondo” assicuravano i giornalisti, e non solo quelli italiani.

“Un esempio di serietà, un uomo semplice, un professionista unico”.

Gaetano salì lungo la passerella. 

Ricevette la medaglia, abbracciò il presidente Pertini.

“Macchè unico… fate che non debba mai svegliarmi, nei sogni tutto è facile”.

Il mattino seguente i calciatori campioni del mondo atterrarono a Roma, osannati da centinaia di tifosi accorsi all’aeroporto. 



I Bassani arrivarono a Linate, avvicinati da un finanziere che chiedeva a tutti di raccontargli la magica serata di Madrid. 



Eugenio e Sara si recavano in fretta ad acquistare un nuovo materasso, prima dell’arrivo dei genitori.

“Non posso credere che abbia perso tutto quel sangue” piagnucolava la ragazzina, nascosta in una salopette troppo grande per lei.

“Campioni del mondo” ribadiva Eugenio, baciandola.





Tra un campionato mondiale di calcio e l’altro passano quattro anni.

In quattro anni possono succedere molte cose, ma spesso non capita niente di sconvolgente. 

Può accadere che un giocatore del calibro di Gaetano, a trentatré primavere, rischi il prepensionamento durante le amichevoli di rodaggio per Messico ’86, salvo essere ripescato all’ultimo minuto, bandiera di una nazionale male assortita. 

Quattro anni per trovare Eugenio alle prese con lavori precari sulle ceneri del fallimento universitario e della relazione con Sara che alterna attimi di pathos a scene da un matrimonio e scaramucce infantili.

“È meraviglioso crescere insieme a te”

“Sì, ma a un certo punto ti vorrai fermare, lo so”.

Può capitare che Sandro, nell’inverno ostile del 1984, trascorra un mese al capezzale della madre malata, vedendola scomparire così come aveva vissuto: al margine dei sentimenti altrui, all’ombra della società, con la sua pila di libri, amanti fedeli, sul comodino. 

Il figlio conservò gli ultimi due che aveva letto. 

 

Quello poco profetico (o forse no) di George Orwell e uno di tale Garcia Marquez nel quale, all’ultima pagina, Marina aveva sottolineato una frase. … perché le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra. 


In un pomeriggio di maggio senza luce, nello stadio Heysel di Bruxelles, il capitano della Juventus si apprestava a scendere in campo per disputare la finale della Coppa dei Campioni.  

Si accorse del tumulto causato dagli invasati sostenitori del Liverpool.

Quegli avanzi sbronzi di porto e di restaurazione thatcheriana chiamati hooligans si agitavano e spingevano per allargarsi dalla curva che occupavano, al settore attiguo dove erano stati incautamente posizionati tifosi bianconeri che non facevano parte della tifoseria organizzata, che invece era stata sistemata nella curva di fronte.

Gli hooligans, spalleggiati dagli headhunters, un gruppo di piantagrane londinesi, sfondarono le reti divisorie. 

Cercavano la rissa, ma di fronte non avevano ultras e non trovarono pane per i loro denti aguzzi e cariati. I sostenitori juventini, anzi, presero a scappare impauriti ed al panico di massa si aggiunse il crollo di una parte degli spalti. 

Fu una tragedia silenziosa. Le urla di centinaia di innocenti erano coperte dai cori e dagli incitamenti di altre migliaia. 

Quaranta emigranti, lavoratori, ragazzini, appassionati che avevano macinato centinaia di chilometri per partecipare a un gioco, a un evento festoso, stavano lottando contro la morte proprio mentre Gaetano, in campo, sudava per una delle tante vittorie che avrebbero dato un senso alla sua vita.

 

Un senso? Perché c’è un senso? 

 

 

Forse è questo il risveglio dal sogno.

 

Sara era volata in Inghilterra. 

La famiglia le aveva concesso una vacanza studio in uno dei college simbolo del Regno Unito e la ragazza si ritrovava a fare i conti con la propria estrazione e a considerare dall’alto una storia d’amore di cui parlava al presente anche quando era fuori dal suo tempo. 

“Mi sembra di essere stata catapultata nell’Ottocento, qui manca solo che i professori indossino la parrucca e si organizzi la caccia alla volpe” scrisse in una lettera a Eugenio. 

Lui accettò di buon grado l’invito di Werther, ex compagno di liceo, uno dei pochi rampolli rimasti in patria, forse perché in possesso delle chiavi di una faraonica residenza a Forte dei Marmi.

“Sarò da te per Italia-Francia”

“Preparo le scorte alimentari… ”

Non si poteva definire Werther un simpatico. 

Eugenio ne apprezzava la collezione di dischi, la spigliatezza con le ragazze e la propensione all’alcolismo. Ma di calcio capiva poco, simpatizzava per il Milan e preferiva il noiosissimo football americano.

La sua generosità era cristallina e disinteressata come quella delle cooperazioni internazionali nel terzo mondo. 

Era furbo e subdolo più d’un mercante d’armi.

“Tutto liscio, vecchio mio?”

Accolse Eugenio in mezzo a un’accolita di fedelissimi, variopinta scenografia di cui amava circondarsi per scimmiottare il mecenatismo intellettuale del padre, politicante del partito Socialista. 

Si accese un enorme e ridicolo sigaro e azionò lo stereo con il telecomando. 

“Non c’è male, poca grana e molti progetti”

“Eugenio Lettieri è corrispondente da Milano di un quotidiano del Sud” spiegò il padrone di casa alla giovinetta pallida con i capelli tinti di viola che sedeva al suo fianco.

“Di cosa ti occupi?” chioccolò lei con fiato di flauto traverso

“Di musica, principalmente”

“Ti presento Anita, un’amica… ascolta questo, esperto dei miei maroni”

Le prime quattro note. 

Un basso pulito e compresso, un ritmo pop molto vicino al reggae, suono avvolgente e curato, di una perfezione che nemmeno Werther riusciva a distorcere, alzando il volume al massimo.

“Bravo… hai scoperto gli Steely Dan, questa è Babylon sister da Gaucho” 

Il rampollo trasformò il ghigno in una smorfia, spense il sigaro deluso e abbassò la musica, che non aveva più motivo di invadere l’immensa veranda.

“Niente male ‘sto gruppo” esclamò un ragazzo dal fisico asciutto e atletico, leggermente butterato in viso “hanno inciso altri album?”

Werther tacque e si versò da bere, Eugenio sedette a conversare con il proselito. Anita seguiva interessata.

“Mi chiamo Sandro, ascolto blues. Faccio male?”

“Eugenio. Nient’affatto! Stai costruendo le fondamenta. Gli Steely Dan sono il balcone… ”

“E fuori di casa?”

“Il jazz”

“Difficile… ”

“Anche io esco di casa raramente”

Eugenio e Sandro si andarono subito a genio. 

Nei giorni successivi alla brutale sconfitta dell’Italia contro i transalpini di Monsieur Platini, che spazzarono via le già flebili speranze di avanzare nei mondiali, i due approfittarono dell’ospitalità di Werther per conoscersi meglio e parlare degli interessi comuni: musica, calcio e ragazze.

“Ti dispiace se preparo uno spinello?” chiese Sandro una sera.

“Insomma… non pensavo fumassi, con quel fisico da calciatore”

“Ero un calciatore. Una promessa delle giovanili dell’Inter. Ma ho sempre preferito le scappatelle agli allenamenti. Così, ogni tanto, per rilassarmi dalla frustrazione di non essere diventato il nuovo Mazzola, mi faccio una canna. Con due tiri di hashish la musica ti trapassa fino al cuore e riconosci il calore del vero interprete. Per questo adoro il blues, non c’è cosa più sofferta e allo stesso tempo più liberatoria”. 

Eugenio aspirò quella roba per la prima volta. 

Chiacchierarono fino all’alba.

 “A che squadra tieni?”

“Non lo indovineresti mai”

“Scommetto che io ci prendo e tu no”

“Ci sto”

“Colori?”

“Rossoblu”

“La mia?”

“No, la mia!”

“Ma dai… ”

“E la tua?”

“Anche la mia!”

“Sarai mica… ”

“del Bologna” fece Sandro

“Noooo, e tu tieni al Genoa?”

Trascorsero una settimana spensierata. 

Filosofeggiavano sul mondo pallonaro come ospiti del Processo del Lunedì di Aldo Biscardi. 

Altro che luoghi comuni da bar, si parlava del rombo dell’Arezzo di Angelillo contro il pragmatismo della Pistoiese, del fiuto del presidente gaio del Pisa Romeo Anconetani per gli stranieri o di quanto sarebbe cambiato il gioco più appassionante del mondo con l’abolizione dei passaggi indietro al portiere.

Sandro era anche in cerca di una preda femminile. 

Eugenio lo assecondava e consumava  carburante essenziale a base di rhum e cocacola. 

Imparò a rollare gli spinelli senza che si sfaldassero mentre li fumava.

“La tettona con i capelli viola è molto invitante, che dici Eugè?”

“La piccola Anita? Credo che sia una cortigiana di Werther”

La nazionale italiana era rientrata accolta da una salve di fischi e pernacchie. 

La settimana successiva, passeggiando per il lungomare, notarono un capannello di curiosi all’ingresso di uno stabilimento balneare. 

Sandro allungò il collo.

“Ci sarà una maggiorata della televisione”

“Forte è piena di personaggi dello spettacolo, ma anche di politici”

“Ora che ci penso… Werther ha l’ombrellone riservato in questo bagno”

Si spacciarono per nipoti dell’onorevole, consegnarono i documenti e si fecero indicare le sdraio, dopo aver dribblato la folla che si andava diradando.

“Terza fila, settore C” ordinò un toscano grasso e mulatto.

“Peggio che allo stadio”.

Di fianco a loro, senza dare nell’occhio, era seduta la personalità in questione, con un bambino rubicondo che lo tirava per un braccio e la moglie stesa al sole.

“È il grandissimo Scirea!” sbraitò Sandro d’istinto.

Il calciatore si accorse che i due lo stavano indicando.

“Avessero avuto tutti la sua grinta, in Messico”. 

Gaetano parve addirittura schermirsi, abbozzò un sorriso e si alzò. 

Prese per mano il piccolo Riccardo e si avviò verso il bagnasciuga. 

I due lo studiarono a lungo, intento a costruire castelli di sabbia, fare il bagno e cimentarsi in una gara di biglie.

“Che persona straordinaria”

Luglio si defilò in fretta, i mondiali avevano consacrato l’Argentina e il suo profeta, Diego Armando Maradona. 

Il pibe de oro, l’uomo dai muscoli di gomma e dai piedi prensili, il sinistro teleguidato che persuase anche gli appassionati miscredenti dell’esistenza di un’entità superiore, di un Dio del calcio che aveva mandato il Messia sulla terra. Lui stesso ci scherzò sopra, dopo avere segnato un gol con il pugno contro l’Inghilterra. 

“È stata la mano de dios” dichiarò in televisione. 

Ma il suo gol al Belgio, una cavalcata armoniosa, magica, inedita per un mondiale, valeva più di ogni parola e smorzò ogni polemica.

Werther licenziò sudditi e amici. 

I genitori lo aspettavano sul venti metri bialberato ormeggiato in una caletta di Santorini.

Eugenio e Sandro si scambiarono complimenti e numeri di telefono.

“Cosa combini ad agosto?”

“Torna la mia fidanzata, sono con lei a Rapallo… vieni a trovarmi?”

“Credo che andrò in California con mio padre, se mi preferisce alla sua nuova fiamma”

“Allora ci sentiamo a settembre”

“Promesso?”

“Promesso!”

Non si sentirono.

Il dottor Bassani affidò al figlio un lavoro di responsabilità: si trattava di presenziare a tutte le aste di opere d’arte della Lombardia, segnalando eventuali affari e di scandagliare fiere e mercati con pieno potere d’acquisto. 

Eugenio trascorreva ormai più tempo a Rapallo che a Milano e perse il suo numero di telefono. 

Per puro caso non si incrociarono nell’impianto sportivo di Genova, durante un Genoa-Bologna del 1987. 

Erano entrambi nel settore distinti ma Eugenio, alla fine dell’incontro, si fermò al bar a bere un grappino mentre Sandro confluiva insieme alla massa verso l’uscita e gli passò accanto. 

Ciascuno dei due, in quel frangente, stava pensando all’altro.

 

 

Quando le partite si ascoltavano alla radio e il calcio non era solo un business asservito al potere dei media.



 



Quando si sognava di cambiare vita con la schedina in mano.



 



 



La storia di due tifosi e di un grande calciatore nell’Italia di fine Millennio. 



 



 



Il passaggio dall’adolescenza all’età adulta di due amici che inseguono la ricchezza per trovare se stessi. 



 



 



Tre destini che si incrociano come segni del Totocalcio.



 



 



Attraverso la parabola di Gaetano Scirea, uno degli ultimi campioni di sport e di umiltà di un calcio che non esiste più, una storia surreale, sorprendente e tragica come può essere a volte il destino. 



 



 



Un romanzo in cui la realtà si mescola alla fantasia in un cocktail agrodolce di eventi che lascia in bocca al lettore il retrogusto di una morale forse troppo amara



 


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