Alberto Caminiti
L’eccidio del cantiere Gondrand A.O.I. 1936

Titolo L’eccidio del cantiere Gondrand A.O.I. 1936
Autore Alberto Caminiti
Genere Storia      
Pubblicata il 29/11/2014
Visite 6897
Editore LIberodiscrivere® associazione culturale edizioni
Collana Koine´  N.  31
ISBN 9788899137038
Pagine 144
Prezzo Libro 20,00 € PayPal

di importante recupero storico e culturale dopo l’oscurantismo dei decenni passati, quando era impossibile scrivere di avvenimenti collegati all’imperialismo coloniale. Così erano passati nell’oblio perfino personalità di immensa cultura e pietà, missionari ed esploratori di estremo coraggio che venivano tacciati di essere state le avanguardie degli eserciti fascisti ed europei che si erano spartiti l’immenso Continente Nero. Erano pure passati nell’oblio avvenimenti storici di rilevante importanza e se qualche scrittore ne aveva fatto cenno, lo aveva fatto in chiave anticolonialista, con ciò distorcendo i fatti pur di non palesare al mondo che anche gli abissini avevano commesso atrocità terribili. Atrocità ancora maggiori perché perpetrate nei confronti di inermi lavoratori civili (e perfino di donne italiane) che in Abissinia stavano soltanto costruendo strade, ponti e ferrovie. Mi riferisco chiaramente all’eccidio che nel 1936 avvenne a Mai Lahlà presso il Cantiere edile n.1 della Società Gondrand.



 



 



Il presente testo espone tale vicenda che vide il massacro di 68 poveri operai inermi. Naturalmente i fatti sono narrati – adesso – in modo neutrale, senza cedere a passioni di parte. Per rendere più vivido il periodo e farlo meglio comprendere al lettore, è stato inserito in appendice un album fotografico d’epoca di un meccanico di auto-colonna (Pietro Mestroni di Trieste) che era un dipendente della Soc. Gondrand, la quale in quegli anni aveva ricevuto anche l’incarico del trasporto dei rifornimenti alle nostre truppe che marciavano verso Addis Abeba (occupata il 5 maggio 1936). Sono 149 scatti unici al mondo, talora eseguiti in momenti difficili (guadi di fiumi in piena, percorsi accidentati) o addirittura a poche centinaia di metri dal fronte di guerra. Di atrocità purtroppo in ogni guerra si macchiano entrambe le parti: è giusto che soprattutto i giovani conoscano tali vicende storiche che, ormai decantate dal trascorrere del tempo, devono diventare di dominio pubblico.



 



 



 



 



 



 



 


ANTEFATTO

Non tutti si stanno accorgendo che è iniziato un periodo di importante recupero storico e culturale, dopo l’oscurantismo dei decenni passati, quando era impossibile scrivere di avvenimenti collegati all’imperialismo coloniale. Così erano passati nell’oblio perfino personalità di immensa cultura e pietà, missionari ed esploratori di estremo coraggio che venivano tacciati di essere state le avanguardie degli eserciti europei e fascisti che si erano spartiti l’immenso Continente Nero.
Certamente la colpa è anche da dare alle propaganda fascista di regime che – all’epoca – aveva arruolato – come pionieri e precursori – personaggi che invece agli indigeni avevano fatto soltanto del bene.
Una figura per tutte: il Cardinale Guglielmo Massaia che passò un’intera vita al servizio degli abissini, di cui curava da medico le malattie endemiche come il vaiolo, nel mentre creava una intera generazione di sacerdoti di colore. Il Negus Menelik lo tenne presso la sua corte, stimandolo come saggio consigliere ed uomo di fede. Oggi è in corso il processo per la sua beatificazione, ma nessuno ricorda più questo grande personaggio che fu assieme teologo, medico, esploratore e cartografo, e compilò perfino la prima grammatica della lingua” oromo” parlata nella regione del Galla. 
Come comprenderete, stiamo appena uscendo dal porto delle nebbie del passato, da una sorta di terrorismo intellettuale praticato caparbiamente dagli anticolonialisti di sinistra.
E mentre in Gran Bretagna, ad esempio, nessun cittadino o studioso si vergogna di aver avuto in epoca vittoriana un Impero immenso, qui in Italia veniva impedito di accennare all’Etiopia, all’AOI o a qualsiasi vicenda di natura coloniale. 
Per cui erano passati nell’oblio avvenimenti storici di rilevante importanza e se qualche scrittore ne aveva fatto cenno, lo aveva fatto in chiave anticolonialista, con ciò distorcendo i fatti pur di non palesare al mondo che anche gli abissini avevano commesso atrocità terribili.
Atrocità ancora maggiori perché perpetrate nei confronti di inermi lavoratori civili e perfino di donne italiane, che in Abissinia stavano soltanto costruendo strade, ponti e ferrovie. 
Mi riferisco chiaramente all’eccidio che nel 1936 avvenne a Mai Lahlà presso il Cantiere edile n.1 della Società Gondrand.
Allo scopo di evitare inutili e sterili polemiche letterarie, lo scrivente intende descrivere qui appresso i sanguinosi fatti dell’eccidio citato sulla base della versione filo- abissina data dal noto scrittore Angelo Del Boca, si può dire unica da 80 anni dall’evento a questa parte, e pubblicata sul n. 311 dell’ottobre 1983 sulla rivista di Mondadori “Storia Illustrata”. 
Ad ogni buon fine se ne allega il testo completo – col n. 1 – in calce al presente libro. 


PREMESSA

L’ARMATA ETIOPICA DELLO SCIRÈ
Come noto, l’Abissinia ai tempi del conflitto italo – etiopico, era un Impero retto dal Negus Neghesti (Re dei Re) Tafari Maconnen, costituito da decine di piccoli regni, ognuno dei quali (retto da un Ras) corrispondeva – in linea di massima – ad una delle regioni storiche etiopiche. 
Un’organizzazione – quindi – a livello feudale. Nello Scirè regnava Ras Ailè Selassiè Immirù che- francamente – era uno dei capi locali più intraprendenti e combattivi, un vero condottiero (vedasi Biografia in calce al presente racconto). Egli operava con la sua armata (di circa 30 – 40.000 uomini) nella zona a nord del lago Tana e della città di Gondar, ad oriente del Tembièn e della Colonia eritrea. Proprio partendo dal lago Tana aveva più volte battuto i nostri reparti ed ora (cioè al momento che interessa la nostra storia) aveva guadato il fiume Tacazzè nella regione dello Tembellà (vedasi qui appresso la mappa n.1). Era quindi diventato una vera e propria spina nel fianco del nostro Fronte Nord e Badoglio gli aveva messo alle costole alcune nostre Divisioni per cercare di bloccarlo. Mussolini da Roma tempestava il Comando A.O. perché questa colonna venisse fermata; era intollerabile che scorrazzasse nelle nostre retrovie, impegnando ingenti forze. Siamo al 15 dicembre 1935 ed al passo di Dembeguinà le avanguardie di Immirù sorprendono ed annientano un intero battaglione di ascari (Magg. Criniti): cadono oltre 400 uomini fra ascari eritrei e militari nazionali. In più gli abissini raccolgono un ingente bottino di armi, compresi mortai e mitragliatrici. Badoglio fu costretto – per fronteggiare ras Immirù – a distogliere anche la Divisione Gran Sasso, oltre alla Gavinana, e – per ridurre l’ampiezza del fronte da tenere – vennero abbandonate talune località di recente faticosamente occupate, come il passo di Af Gagà e la cittadina di Selaclacà. In pratica eravamo tornati entro le fortificazioni iniziali di Axum. Mussolini schiumava di rabbia, ma la situazione non cambiava. 
Per meglio comprendere lo scenario bellico etiopico, necessita ricordare che tutta l’Abissinia è un altopiano e che lo stato delle strade era oltremodo disastroso. Quindi non si potevano fare movimenti di grandi masse e spesso – per poter avanzare – bisognava costruire la strada stessa da percorrere. Ecco perché immediatamente al seguito delle nostre truppe, anzi è meglio dire accanto alle nostre colonne in marcia, vi erano reparti del Genio e moltissimi gruppi di lavoratori edili civili. 
In zona la principale Ditta di logistica, ossia di trasporti ma anche di costruzione di strade. era la Gondrand, antica e nota società italiana attiva dal 1886, che aveva a Mai Lahlà proprio il cantiere n.1. Questa località (vedasi sempre Mappa n.1) si trovava immediatamente a nord di Axum e di Adua. Il piano di Immirù era semplice: seguire le poche piste disponibili e minacciare da presso Asmara e l’intera Eritrea. 
Ovviamente lo Stato Maggiore di Badoglio l’aveva intuito ed aveva dovuto staccare altre due Divisioni dal vero fronte (verso Addis Abeba), e cioè la Cosseria e la 1° Febbraio (della MVSN).
Ecco la gravità della situazione ed ecco l’importanza che aveva assunto, a favore del Negus, l’armata di Immirù: attirava intere Divisioni dal vero fronte e costringeva gli italiani a difendersi nelle retrovie, in azioni di controguerriglia, cui le nostre truppe non erano abituate. Comunque il Destino stava per compiersi, perché lungo la direttrice di marcia di Immirù si trovava il cantiere Gondrand n° 1.


Mappa n. 1 - Posizione del cantiere Gondrand n.1


IL CANTIERE DI MAI LAHLÀ
Si trattava di un vasto accampamento posto funzionalmente sulla strada Asmara – Adua a 9 chilometri dal fiume Mareb, ossia – in pratica – al confine fra Etiopia ed Eritrea, in piena retrovia ed in una zona che da molto tempo veniva considerata tranquilla, anzi – con termini militari – “non ostile”. Il campo era costituito da due ampie tende tipo Roma, dove alloggiavano circa un centinaio di operai nazionali ed eritrei (civili, quindi), e da alcune baracche in legno che ospitavano la mensa, l’ambulatorio (vi era un medico militare), il magazzino attrezzi ed i dirigenti dei lavori, ossia gli ingegneri Cesare Rocca e Roberto di Colloredo Mels. A Rocca era stata concessa la autorizzazione a tenere con sé la giovane moglie Lidia Maffioli. 
In fondo al campo vi era una piccola e seminterrata costruzione in muratura dove erano custoditi 30 quintali di gelatina, esplosivo usato per i lavori stradali. Tutto attorno al campo era posta una barriera (si fa per dire) di filo spinato su piccoli paletti, alta un paio di metri. Il cantiere era inerme, nel senso che non vi era un presidio armato a difesa. Le uniche armi a disposizione erano 15 vecchi fucili, assolutamente inadeguati. L’inchiesta della Procura militare, messa in atto dopo l’eccidio, chiarirà che:
1.    non era stato mai attivato l’ordine del Comando di Asmara di costituire un piccolo presidio di guardia, previsto in un sottufficiale ed una decina di soldati;
2.    era stato solo assegnato il sottufficiale, sergente Vaccari;
3.    l’intera zona era considerata “pacificata” né vi erano mai state prima azioni di guerriglia;
4.    il cantiere era inserito nel giro di sorveglianza delle retrovie, affidato agli squadroni di spahis libici che garantivano la sicurezza del settore.

E proprio uno di tali reparti di spahis, al comando del Ten. Luigi Caverzani di Nevea, era passato una settimana prima dell’eccidio, ed a tale ufficiale i due ingegneri avevano espresso i loro timori per le scarse disponibilità di difesa; né d’altronde l’urgenza di costruire le strade consentiva di distrarre uomini per formare turni di guardia armati. 
Il 13 febbraio 1936 alle cinque del mattino (mentre a 200 chilometri di distanza Badoglio investiva con un forte attacco l’Amba Aradam) circa 2.000 uomini al comando del fitaurari (una sorta di colonnello) Tesfai silenziosamente giunsero al cantiere. L’attacco fu improvviso, rapido e feroce e non diede scampo ai poveri operai, colti nel sonno, che furono massacrati orribilmente: sgozzati, molti evirati ancora da vivi, e trafitti con lance e scimitarre.
I due dirigenti, meglio protetti dai legni della baracca, opposero una più lunga resistenza; poi Rocca sparò alla tempia della moglie Lidia, perché non cadesse viva nelle mani di quei feroci guerrieri, e con le ultime cartucce entrambi gli ingegneri si spararono un colpo in testa. Lo avevano deciso da tempo; preferivano non cadere vivi nelle mani degli abissini che notoriamente torturavano i nemici sopraffatti. Aggiungiamo che venne pure uccisa la cameriera tigrina della sig.ra Rocca, onde evitare che anche essa venisse stuprata e seviziata. Lo scrittore Del Boca (vedasi appresso) però non accenna, neanche lontanamente alla cameriera, forse per non evidenziarne il massacro fratricida. Questo il semplice, tragico racconto dell’eccidio. 
Purtroppo, come venne accertato successivamente, i predoni non ebbero remore verso la povera signora Lidia che fu violentata più volte da morta, e poi orribilmente mutilata. I morti accertati furono 85 più due dispersi. La lista ufficiale, però, inviata in seguito alla Società delle Nazioni, per denunciare il genocidio dei civili, reca soltanto 68 nominativi. Si appurò in seguito che gli abissini si erano portati via due italiani, Alfredo Lusetti ed Ernesto Zannoni (cioè i due dispersi). Uno dei due era un S.T. medico militare, titolare dell’ambulatorio del cantiere. Parecchi scrittori che si sono occupati della vicenda, attribuiscono la differenza al fatto che nell’elenco per Ginevra non erano compresi i dipendenti eritrei ed etiopici addetti al cantiere. Nell’eccidio morirono anche una quarantina di militari etiopici, per lo più straziati dallo scoppio dell’esplosivo della polveriera, cui essi incautamente avevano dato fuoco. 
 
Fig. 1 - L’ing. Cesare Rocca
 e la moglie Lidia Maffioli.

Fig. 2 - Ras Immirù catturato, sulla nave che lo sta trasportando in Italia (è quello seduto). 

Risultò che il vicedirettore dei lavori, l’ing. di Colloredo Mels, conte del Sacro Romano Impero, aveva avuto la fortuna di trovarsi fuori dalla zone attaccata; avrebbe – quindi – potuto mettersi in salvo. Ma era un friulano di generoso ardimento, tenente dell’artiglieria da montagna in congedo, erede di una tradizione vecchia di nove secoli. Tornò in cantiere per aiutare il suo direttore e soprattutto in soccorso della giovane signora Lidia, ma invano. Si battè strenuamente ma anche lui – alla fine - si sparò un colpo in testa, per non cadere vivo nelle mani degli abissini. Pare che il suo corpo sia stato il meno torturato, quasi che i nemici avessero rispettato il suo ardito comportamento. 

IL DOPO – ECCIDIO
I rumori dello scontro e l’esplosione della gelatina fecero scattare l’allarme tutto attorno. Quando però i rinforzi giunsero a Mai Lahlà, e fra i primi gli spahis di Caverzani, non c’era più nulla da fare, se non comporre le povere salme straziate in semplici bare di legno grezzo e gettare i cadaveri abissini in una fosse comune, cui venne dato fuoco coi lanciafiamme. 
Poi iniziò la caccia, voluta da Mussolini: ricercare i guerriglieri e giustiziarli sul posto. Così venne fatto e come sempre accade in tali casi, la rappresaglia fu severa e colpì anche gente che nulla aveva da fare con l’eccidio. Sono quelli che vengono chiamati – con crudele linguaggio militare – danni collaterali. Comunque, in un villaggio vicino, dentro un tucul (casupola) furono ritrovati indumenti ed oggetti dell’ing. Colloredo: l’intera famiglia che lì abitava venne fucilata sul posto;
il gruppo di Tesfai venne incalzato senza pietà ed alla fine raggiunto da un reparto di ascari eritrei. Furono tutti giustiziati sul posto, e la stampa – anche illustrata – nazionale ne diede ampia notizia: giustizia era fatta. La vendetta, come sempre, è cattiva consigliera e furono molti gli innocenti che persero la vita dopo che si era diffusa una psicosi malefica fra i reparti della zona: bastava un semplice sospetto che un villaggio avesse ospitato Tesfai ed i suoi in fuga, e si faceva immediata piazza pulita senza processo né indagini; questo per la verità storica.
A livello politico due furono gli interventi; uno da ciascun lato del fronte.
Il comando abissino prima lanciò festosi comunicati di vittoria “sulla guarnigione di un fortino arretrato” con oltre 412 morti (!). Poi, consapevole delle atrocità commesse a Mai Lahlà, un vero genocidio di civili italiani inermi, mise il coperchio sul fatto ed assunse un basso profilo. Il Negus si lamentò direttamente col cugino ras Immirù. 
Gli italiani, da parte loro, a livello nazionale cercarono di minimizzare l’evento, onde non impressionare l’opinione pubblica ed al fine che non fosse evidenziata la scarsa sicurezza delle nostre retrovie. Necessitava non scoraggiare gli operai già sul posto e quelli che si accingevano – sempre in maggior numero – a raggiungere l’Etiopia. A livello internazionale venne data invece ampia notizia del massacro a fini propagandistici per marchiare il bestiale attacco agli inermi operai civili, fa cui una donna; il tutto ovviamente per bilanciare la cattiva fama che ci eravamo procurati in Etiopia con l’uso dell’iprite e di altri gas. In particolare, venne inviato alla Società delle Nazioni (l’ONU di allora) un esposto documentato con le tragiche fotografie dei poveri italiani massacrati e mutilati (Protesta n° 208481 / 9 del 9 marzo 1936 – XIV E.F.) (vedasi documento in  Appendice). 
Quegli operai trucidati e mutilati erano ormai diventati, come si vede, pietosa merce di scambio!


Fig. 3 - I cadaveri dei poveri operai.

Fig. 4 - La repressione italiana.

L’INCHIESTA
Subito dopo che la notizia dell’eccidio arrivò al Comando di Badoglio e ad Asmara, scattarono i consueti meccanismi di giustizia ed amministrazione militare. Ufficialmente dell’inchiesta fu incaricato il Capo dell’Ufficio Politico del II Corpo d’Armata competente per territorio, Alberto Pollera che visionò posto e cadaveri, sentì le testimonianze di coloro che avevano avuto modo di visitare di recente il campo Gondrand, e poi redasse il rapporto ufficiale, sulla base del quale fu compilata la già citata protesta alla Società delle Nazioni. Non abbiamo avuto modo di reperire altre documentazioni pertinenti, ed escludiamo – per orrore e pietà – di mostrare le decine e decine di foto delle povere salme seviziate. Particolarmente dolorosa la perdita della signora Rocca che aveva seguito in Africa il proprio marito unicamente per amore coniugale. 
L’opinione pubblica lentamente si calmò ed il tempo stese una pietosa coltre d’oblio sull’avvenimento. Favorirono la decantazione sia l’immediata fucilazione di tutti i componenti della colonna di Tesfai, inseguiti e raggiunti sulle ambe, che appagò il naturale desiderio di vendetta, sia la successiva intervenuta presa di Addis Abeba (5 maggio 1936) che portò alla proclamazione dell’Impero. Ulteriori ricerche dello scrivente hanno dato modo di appurare che tutte le salme furono ricomposte in un piccolo e ben curato cimitero a Mai Lahlà, come appare dalle foto di cui a figg.
5-6, quest’ultima eseguita in occasione dell’anniversario dell’eccidio.


Fig. 5 - Il cimitero di Mai Lahlà in cui riposano le salme dei trucidati.

F ig. 6 - La cerimonia del 1° anniversario dell’eccidio (1937).


Fig. 7 - Disegno d’epoca. Dopo mesi di inseguimento, il gruppo di massacratori del fitaurari Tesfai viene raggiunto, circondato e giustiziato sul posto.

Si aggiunge al riguardo una nota di pietosa commozione. La famiglia Rocca, volendo onorare l’ing. Cesare e la moglie Lidia, in seguito fece ristrutturare parte della propria tenuta di famiglia a Piona (Como) sulla punta dell’Olgiasca e la donò ai frati dell’Ordine cistercense di Casamari. La località è poco a sud del Colico ed il promontorio dell’Olgiasca si sporge sul lago di Como (Abbazia di Piona). 
Naturalmente ognuno agisce secondo le proprie possibilità economiche, per cui (l’ho scoperto durante le mie ricerche d’approfondimento) la famiglia dell’operaio Bendotti Luigi, trucidato a Mai Lahla, ha apposto una semplice lapide nel cimitero di Pieve Vergonte (Novara) che così ricorda il povero familiare: “Bendotti Luigi di anni 40 caduto nell’adempimento del suo dovere a Mareb (AO) il 13.2.1936 nell’assalto del cantiere Gondrand. Fieri nel loro immenso dolore la moglie e i figli posero”. 

di importante recupero storico e culturale dopo l’oscurantismo dei decenni passati, quando era impossibile scrivere di avvenimenti collegati all’imperialismo coloniale. Così erano passati nell’oblio perfino personalità di immensa cultura e pietà, missionari ed esploratori di estremo coraggio che venivano tacciati di essere state le avanguardie degli eserciti fascisti ed europei che si erano spartiti l’immenso Continente Nero. Erano pure passati nell’oblio avvenimenti storici di rilevante importanza e se qualche scrittore ne aveva fatto cenno, lo aveva fatto in chiave anticolonialista, con ciò distorcendo i fatti pur di non palesare al mondo che anche gli abissini avevano commesso atrocità terribili. Atrocità ancora maggiori perché perpetrate nei confronti di inermi lavoratori civili (e perfino di donne italiane) che in Abissinia stavano soltanto costruendo strade, ponti e ferrovie. Mi riferisco chiaramente all’eccidio che nel 1936 avvenne a Mai Lahlà presso il Cantiere edile n.1 della Società Gondrand.



 



 



Il presente testo espone tale vicenda che vide il massacro di 68 poveri operai inermi. Naturalmente i fatti sono narrati – adesso – in modo neutrale, senza cedere a passioni di parte. Per rendere più vivido il periodo e farlo meglio comprendere al lettore, è stato inserito in appendice un album fotografico d’epoca di un meccanico di auto-colonna (Pietro Mestroni di Trieste) che era un dipendente della Soc. Gondrand, la quale in quegli anni aveva ricevuto anche l’incarico del trasporto dei rifornimenti alle nostre truppe che marciavano verso Addis Abeba (occupata il 5 maggio 1936). Sono 149 scatti unici al mondo, talora eseguiti in momenti difficili (guadi di fiumi in piena, percorsi accidentati) o addirittura a poche centinaia di metri dal fronte di guerra. Di atrocità purtroppo in ogni guerra si macchiano entrambe le parti: è giusto che soprattutto i giovani conoscano tali vicende storiche che, ormai decantate dal trascorrere del tempo, devono diventare di dominio pubblico.



 



 



 



 



 



 



 


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