Giusy F Morabito
Barroco

Titolo Barroco
La perla imperfetta tra Genova e New York
Autore Giusy F Morabito
Genere Narrativa - Giallo, Noir, Poliziesco      
Pubblicata il 29/03/2015
Visite 6202
Editore Liberodiscrivere® associazione culturale edizioni
Collana Le Vespe  N.  12
ISBN 9788899137267
Pagine 156
Prezzo Libro 14,00 € PayPal

Versione Ebook

ISBN EBook 9788899137861
Prezzo eBook 4,99 €
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A NewYork un anello meraviglioso, con una storia misteriosa, viene sottratto ad un collezionista di gioielli antichi e sembra ricomparire, in circostanze insolite, tra le vie della Superba dove la vicenda si snoda tra i caruggi, Palazzo Ducale e la zona universitaria di S. Martino.



Il Barroco, così è soprannominato il gioiello, lega tra loro i destini di un pugno di personaggi che nulla sembra accomunare: un tossico, un barone universitario, tre donne innamorate.



Le loro vite, delineate sapientemente con pochi tratti e accompagnate da un leitmotif musicale, vengono sconvolte da due morti improvvise e brutali.



Sarà Irene, criminologa per formazione, e barista per necessità, a risolvere il caso.

NEW YORK TIMES

 

“Clamore, sconcerto, stupore nel mondo dell’arte e dell’alta finanza americana!” 

 

 

Sorprendente scomparsa di un prezioso anello d’epoca, di proprietà del magnate del petrolio John Brown, noto uomo d’affari americano, presidente di varie società con sedi in tutto il mondo, noto anche per le sue famose collezioni di rari gioielli d’epoca.

È stato sottratto con grande abilità e raffinata destrezza da esperti ladri, sicuramente professionisti del settore, un anello dal valore inestimabile; si tratta del famoso BARROCO, la cui perla, unica al mondo per la sua forma dal taglio irregolare, emana una luce di tale purezza e tale intensità da non essere paragonabile a nessun altro gioiello.

L’anello avrebbe dovuto essere esposto all’importante mostra che si sta svolgendo in questi giorni in Italia. 

Il mistero da sempre avvolge l’anello: non si è mai saputo in quali circostanze il miliardario americano ne sia venuto in possesso; si narra fosse appartenuto nei secoli passati niente meno che ai sovrani portoghesi, e che sia stato poi trafugato o venduto in cambio della libertà di un oppositore al regime.

Le indagini per il ritrovamento dell’anello sono in corso; la NYPD, giunta sul luogo del furto, un lussuoso appartamento al 52° piano di un grattacielo a Manhattan, sta prendendo in esame ogni singolo indizio, anche quello apparentemente più insignificante.

Sconosciute e misteriose le ragioni per cui sia stato sottratto solo il Barroco, dal momento che, nella cassaforte in cui era custodito, si trovavano anche altri preziosi di grande valore.

 

 

I

 

Il profumo della libertà

 

Era un tiepido pomeriggio di aprile quando le porte della Casa Circondariale di Genova Marassi si aprirono con il loro clangore e due occhi di quel colore azzurro che il mare pallido e stanco assume d’inverno, si aprirono verso il sole, rivelando sofferenza nel fisico e nel cuore.

Erano anni che soffriva e gli ultimi li aveva sofferti in una cella, lontano dagli affetti e dalla libertà.

L’aria tiepida gli riempì i polmoni di una folata di ritrovata libertà, e subito trasse dalla tasca posteriore dei jeans sgualciti l’iPod e le cuffie.

Non sapeva dove andare e voleva isolarsi subito da quel mondo libero e sempre così ostile.

Non aveva amici e mai ne aveva avuto; non aveva famiglia, non aveva affetti, non aveva un posto in cui tornare.

La lunga e tormentata strada della tossicodipendenza aveva ulteriormente alimentato quelle difficoltà relazionali che lo avevano contraddistinto fin da bambino.

Solo sua madre lo capiva, ma anche lei lo aveva abbandonato, lo aveva lasciato ancora imberbe, solo, ad affrontare un mondo che lui non comprendeva.

Non sapeva dove andare.

Collegò l’iPod alle cuffie e sulle note di una canzone di Gianluca Grignani cominciò a camminare incontro al sole: “Cammina nel sole e brucia le suole… finché avrai la sensazione di essere libero.”

All’improvviso sentì forte il richiamo di sua madre, ma il ricordo sfumato dei lineamenti del suo volto lo colpì allo stomaco come un pugno sferrato con rabbia.

Si guardò l’anulare destro; indossava l’unico ricordo tangibile di sua madre: un anello con una perla strana, irregolare, ma bellissima.

Un anello da donna che poco si addiceva al suo aspetto; alto, giovane, biondo, bello come un eroe greco, ma con un volto così intenso da tradire la sofferenza di anni di solitudine e con occhi così stranamente azzurri da ricordare dolorose tempeste.

E intanto non sapeva dove andare.

La voce di Grignani gli riempiva il cuore, mentre continuava a camminare senza meta, incolonnando stancamente i piedi l’uno appresso all’altro, in ordinata fila indiana.

Si incamminò lungo la strada che conduce al cimitero; il carcere distava poco da Staglieno, a piedi avrebbe impiegato al massimo dieci minuti.

In ginocchio sulla tomba di sua madre, mentre spolverava la fotografia in bianco e nero sulla lapide, gli venne in mente che di lei non ricordava il colore degli occhi né dei capelli, né i lineamenti del volto.

Piangendo si sentì le guance pervadere dal ricordo del calore dei baci e delle carezze di sua madre, quando la sera lo coccolava accarezzandogli i capelli, cercando di farlo addormentare sereno, lontano dalla perfidia del mondo.

Solo nei suoi viaggi riusciva a ritrovare quel calore e quella serenità.

Felicità era parola a lui sconosciuta.

Chino sulla tomba, un raggio di sole illuminò la perla dell’anello che portava al dito, vibrando verso il cielo la luminosità di un animo inquieto.

“Sei bellissima mamma, mi sei sempre mancata tanto” sospirò, mentre ripuliva dalle erbacce quel che restava del letto di marmo chiaro, mentre la fotografia sbiadita sembrava sorridergli.

Si asciugò gli occhi con la manica della maglietta: “Devo andare via, mamma, devo fare presto; so che non potrai mai perdonarmi, mamma, ma io la amo nello stesso modo in cui ho amato te.”

Si rialzò di scatto da terra e, raccolto il vecchio borsone scolorito contenente le poche cose che il carcere gli aveva restituito, si ritrovò a pensare che ora sapeva esattamente dove doveva andare.

“Destinazione Paradiso” pensò – e a passo lento si incamminò verso il centro storico, pronto a recarsi al suo prossimo appuntamento.

Il secondo appuntamento di quella sua prima giornata di libertà, dopo tanti anni trascorsi tra il grigiore dei muri solidi e freddi di un luogo ormai neppure più così inospitale, era l’appuntamento cui non poteva mancare.

Lei lo stava aspettando.

Certamente si sarebbero incontrati nei pressi di Vico Croce Bianca; lei non lo avrebbe deluso, lei non lo aveva mai deluso.

La amava, ma non come si ama una donna; di lei amava anche l’odore, così intenso da dare la nausea; per lei aveva affrontato il carcere e le sue meschinità.

Lei, che non riusciva a dimenticare.

Lei, alla quale tutto perdonava.

Lei, che tornava sempre avidamente in tutti i suoi pensieri, che colorava i suoi gesti quotidiani.

Lei, che lui cercava sempre con la frenesia e l’ardore dei primi incontri, furtivi e clandestini, nonostante fossero ormai trascorsi anni dal loro primo appuntamento.

Lei, che riusciva a fargli sopportare il gelo delle notti d’inverno fuori casa, nascosto negli androni freddi dei palazzi semi abbandonati del centro storico.

Lei, che placava la sua fame nelle giornate senza luce, che leniva il dolore delle sue ferite, che curava i lividi scuri lasciati sulla pelle dalle troppe botte prese.

Lei, che sapeva infondergli serenità anche nelle lunghe notti passate in guardina in attesa del processo.

Lei, che riusciva a fargli accettare la privazione della libertà come un inevitabile dolore che prelude alle sensazioni meravigliose che con lei avrebbe di nuovo provato.

Aveva bisogno di lei come un uccello dell’aria, come un pesce del mare, come la terra del sole, come un tossico dell’eroina… 

Arrivato nei pressi di Vico Croce Bianca non ebbe bisogno di cercarla troppo a lungo. Forse fu lei a trovare lui, ma questa volta arrivò accompagnata non dalla mano di uno come lui, ma di un signore distinto, fuori luogo in quel posto ed in quel momento, a pensarci dopo.

Ma Gabriele non aveva il tempo né di fare domande né di aspettare risposte; non appena la vide il suo sguardo si illuminò, ed un sorriso comparve finalmente sul suo volto segnato dalle vicissitudini della vita e del tempo.

 

 

La petite patisserie

 

In quella piccola strada in discesa cha da via Lagustena conduce a piazza Remondini, in prossimità del minuscolo parco giochi, un piccolo locale, arredato con gusto, era diventato il nuovo luogo di lavoro di Irene.

Quel pomeriggio era intenta a sistemare portacenere e tovaglioli sui tavolini del dehor, disponendoli con grazia, cercando di dare un senso estetico appropriato agli oggetti della sua quotidianità.

Era quasi l’ora degli aperitivi e presto il bar si sarebbe riempito di avventori.

La Petite Patisserie, poco distante dal Monoblocco dell’Ospedale San Martino, era un ritrovo ideale a qualsiasi ora del giorno: collocato al piano terra, il piccolo locale, sia pur modesto, offriva ottimi piatti e calda ospitalità.

Due grandi finestre con inferriate di ferro battuto, decorate con foglie in rilievo, si affacciavano sullo spazio antistante l’ingresso principale del locale, offrendo alla vista il riflesso colorato degli scivoli e delle altalene del vicino parco giochi.

La terrazza, divisa in due parti da un vialetto in pietra, era un vero salotto a cielo aperto: vasi di fiori sempre freschi e colorati delimitavano uno spazio arredato con gusto artistico; tavolini in ferro, comode sedie con braccioli, ombrelloni per ripararsi dal sole in estate; funghi riscaldanti per l’inverno e infine piccole luci incassate a terra che, senza disturbare, rilasciavano una bassa luce diffusa. 

Anche gli alberi lungo la discesa che portava alla Petite Patisserie contribuivano a creare quella atmosfera tipica dei boulevardes parigini; le due grandi piante ricche di foglie sempre verdi, ai lati della strada, richiamavano vagamente il Lungo Senna. 

Dalla radio Jovanotti cantava: “E gira gira il mondo… bella come una mattina d’acqua cristallina… ”, mente Irene accompagnava le note con la sua voce intonata.

Lavorava seriamente, sebbene non fosse quello l’impiego che aveva sperato, ma le dava di che vivere e le lasciava, comunque, tanto tempo libero, che trascorreva partecipando a conferenze, mostre, e soprattutto leggendo libri di cui talvolta sognava di diventare la protagonista.

Un po’ stanca della solita monotonia, della mancanza di sorprese che la vita le aveva riservato, si era anche iscritta ad un corso di disegno per imparare la tecnica della ricostruzione somatica finalizzata agli identikit.

In realtà pareva avere un po’ di talento, ma le strade della notorietà sono infarcite di difficoltà ed Irene non era certo una stupida, lo sapeva bene.

Ripeteva sempre a se stessa “senza le conoscenze giuste è difficile trovare la strada” e Irene era solo una barista, e lo sapeva bene!

“Barista per scelta o per necessità?” si chiese accendendosi una sigaretta.

A volte si domandava se quel lavoro le dispiacesse davvero così tanto, visto che, tutto sommato, oltre a consentirle di mantenersi dignitosamente, certo senza pretese, ma onestamente, le permetteva anche di incontrare persone nuove, di ambienti e culture diverse.

“Chissà – pensava Irene – che un giorno non capiti, magari per caso, proprio qui la persona giusta per me!” 

Fantasticava ad occhi aperti, quel tardo pomeriggio di aprile, ignara del fatto che quella sera, suo malgrado, avrebbe assistito ad una conversazione particolare, preludio di una tragedia che la avrebbe vista protagonista.

A NewYork un anello meraviglioso, con una storia misteriosa, viene sottratto ad un collezionista di gioielli antichi e sembra ricomparire, in circostanze insolite, tra le vie della Superba dove la vicenda si snoda tra i caruggi, Palazzo Ducale e la zona universitaria di S. Martino.



Il Barroco, così è soprannominato il gioiello, lega tra loro i destini di un pugno di personaggi che nulla sembra accomunare: un tossico, un barone universitario, tre donne innamorate.



Le loro vite, delineate sapientemente con pochi tratti e accompagnate da un leitmotif musicale, vengono sconvolte da due morti improvvise e brutali.



Sarà Irene, criminologa per formazione, e barista per necessità, a risolvere il caso.



 

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