Giacomo Walter Cavallo
Alla ricerca di Ignazio Alessandro Pallavicini

Titolo Alla ricerca di Ignazio Alessandro Pallavicini
Uomo del Risorgimento italiano
Autore Giacomo Walter Cavallo
Genere Storia      
Pubblicata il 26/10/2015
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Editore Liberodiscrivere
Collana Koine´  N.  33
ISBN 9788899137670
Pagine 160
Prezzo Libro 15,00 € PayPal
La figura del Marchese Ignazio Alessandro Pallavicini (Milano, 1800 - Genova 1871), si rivela ancora oggi, in buona parte, poco conosciuta, con riferimenti alla sua magnanimità e interesse alla Cultura, oppure per avere fatto costruire un parco nella sua villa di Pegli tra i più famosi d'Europa.
Il presente volume si prefigge di recuperare la sua intera parabola umana, sulla scorta del maggior numero di documenti a stampa e d'archivio, tanto editi quanto inediti, reperiti sino ad oggi, con particolare attenzione alla sua figura di imprenditore e uomo delle istituzioni (Sindaco di Genova, Senatore del regno Sabaudo e poi d'Italia).
“Ignazio Alessandro Pallavicini del fu illustrissimo signor marchese Paolo Girolamo, Senatore del Regno, nato casualmente nella città di Milano, domiciliato e abitante in Genova”. Questo è il sinteticissimo schizzo autobiografico che si trova esteso nell’atto notarile del 2 marzo 1867, con il quale il nostro personaggio - quattro anni prima della propria morte - nominava suo procuratore speciale un tal Nicolò Sacco[i] fu Giuseppe.
Le ragioni della casualità di questa nascita a Milano sono strettamente legate con il ruolo pubblico svolto dal padre e anche dal nonno.
Sulla fine del Settecento la potenza di Genova, che man mano era andata sempre più declinando rispetto ai tempi epici di Andrea Doria, poteva contare comunque ancora su di un vasto territorio che si estendeva da Ventimiglia a Sarzana. A nord dell’ambito cittadino, nel basso Piemonte, comprendeva le municipalità di Gavi e di Ovada; la frazione di Torriglia confinava con Piacenza, quella di Santo Stefano d’Aveto con Parma[ii]. Con la perdita delle colonie nel Mediterraneo, Genova non poteva vantare l’antica potenza militare e commerciale. Nel 1768, incapace di domare gli insorti indipendentisti capitanati da Pasquale Paoli, aveva venduto la Corsica al re di Francia, il quale non ebbe remore a fare sia il lavoro in guanti bianchi di annessione sia quello sporco di repressione (fu quindi per un solo anno che Napoleone Buonaparte, classe 1769, nacque cittadino francese[iii]). Il non essere riuscita a conservare il dominio sulla Corsica testimonia la debolezza della repubblica, che pure portava il nomignolo di Superba.
Secondo quanto risulta dal libro mastro compilato nel 1776, il territorio genovese rimasto poteva contare per la sua difesa, in caso di attacco, su 2.418 soldati effettivi. Prigioniera dei suoi ampi confini, la città, che raggiungeva i 95.000 abitanti, non poteva progredire sotto il profilo politico; tuttavia, per merito di una classe in ascesa, la borghesia, poteva espandersi ancora sotto l’aspetto economico, e poteva anche abbellirsi esteriormente. Unica ma non trascurabile risorsa di sviluppo era il commercio marittimo, antica funzione cittadina che non era mai venuta meno, per l’abilità e la tenacia caratteristiche delle genti genovesi nei secoli. Desiderosa di mettersi in auge e carica di idee innovatrici, la ricca borghesia mercantile e bancaria sentiva, magari in modo ancora confuso, che stava per venire il suo momento. Nonostante tutto, per opportunità o forse per timore, ostentava deferenza a quella frazione della classe nobile che governava, che deteneva il potere. Ben diversi gli intenti della nobiltà cosiddetta “povera”, che riteneva di avere tutto da sperare da una riforma costituzionale che le avrebbe permesso di risorgere accompagnandosi alla borghesia in ascesa.
Personaggio di spicco nella Genova di quel tempo era il Marchese Gian Carlo Serra[iv] a cui la sorte “destinava una cospicua vita politica”[v]. Dopo avere studiato a Vienna, al suo ritorno in patria, grazie alla sua vasta cultura e capacità intellettuale divenne il leader di quella parte di nobiltà che desiderava una riforma dello stato oligarchico. Anche il fratello Gian Battista che, stabilitosi a Parigi, aveva seguito e esaltato le vicende della rivoluzione dichiarandosi orgoglioso del soprannome che gli avevano affibbiato (“Il giacobino”) era entusiasta delle idee egualitarie; le comunicava epistolarmente al fratello e scriveva su riviste dell’epoca. Questo Gian Battista Serra ebbe un ruolo importante nell’orientamento dell’opinione borghese nella Genova di fine Settecento. Tutti e due avversi tanto al Piemonte sabaudo quanto al consunto potere oligarchico genovese, i fratelli ritenevano che Genova dovesse essere francese o alleata dei Francesi. Nel 1789 scoppia la Rivoluzione a Parigi. Proclamati dall’Assemblea Nazionale e dall’Assemblea Legislativa i diritti dell’uomo, abolita la nobiltà, distrutti i privilegi feudali e del clero, soppressa la monarchia, si inaugurava per il mondo occidentale un nuovo periodo storico. Per reazione, re Vittorio Emanuele I di Savoia propose un’alleanza tra i governi italiani per arginare i moti rivoluzionari che serpeggiavano ovunque. Le due Repubbliche di Genova e Venezia risposero freddamente e dichiararono di mantenersi neutrali.[vi] L’Inghilterra, che si era alleata con Vittorio Emanuele I e l’Austria contro la Francia, mandò una flotta nel Mediterraneo per difendere la Riviera di Ponente da un’incursione francese e per indurre Genova a entrare nella nuova lega.
La Genova di quel tempo (a parte i già menzionati fratelli Serra) è convintamente neutrale e lo vuole rimanere. Quando, il 12 agosto 1793, il nuovo ministro plenipotenziario inglese domanda di conferire con un rappresentante della Repubblica Oligarchica di Genova, viene designato Giovanni Carlo Pallavicini (già Doge dal 1785 al 1787), il nonno di Ignazio Alessandro[vii]. Sono gli anni in cui i Pallavicini hanno una fonte importante delle loro ricchezze in Sicilia, nel possesso delle tonnare nelle Isole Egadi; e l’isola era allora nel campo dei coalizzati, oltretutto resa inespugnabile dalla protezione dell’invincibile flotta inglese. Nonostante ciò, sin dal primo momento Giovanni Carlo respinge fermamente le lusinghe e i neppur tanto sottili ricatti del plenipotenziario londinese. In questo comportamento Giovanni Carlo Pallavicini è appoggiato dal Doge in carica, Giuseppe Maria Doria, che è personalmente ostile alle pretese degli Alleati e allo stesso tempo avverso al rappresentante francese.
Le truppe comandate da Napoleone avanzavano intanto vittoriose, e la Repubblica di Genova, presa tra due fuochi (gli inglesi dal mare e i francesi per via terra), il 9 ottobre 1796 finisce per allearsi con i secondi. I giacobini genovesi, i già citati nobili Serra alleati con borghesi innovatori come Agostino Pareto[viii], a seguito dei successi dell’esercito napoleonico, organizzano una vittoriosa sommossa che mette in crisi il fragile equilibrio politico. La caduta del governo oligarchico viene decretata dallo stesso Bonaparte che, con la Convenzione di Mombello del giugno 1797, detta le direttive programmatiche per l’istituzione di un nuovo governo schierato in posizione filofrancese.
Nel 1797 nacque quindi la Repubblica Ligure[ix] di ispirazione napoleonica. Il marchese Paolo Girolamo Pallavicini IV (figlio dell’appena citato diplomatico ed ex Doge Giovanni Carlo, e più tardi padre del nostro Ignazio Alessandro) era generale dell’esercito dell’originaria Repubblica di Genova. A lui spettò il compito di consegnare, di supporto all’ultimo Doge Giacomo Maria Brignole (che rimarrà ancora in carica con il governo dettato da Napoleone), la città ai nuovi rappresentati filofrancesi.[x] Dopo di lui, ricorda Angela Valenti Durazzo[xi], dal 1800 al 1805, Doge fu Gerolamo Luigi Durazzo. A lui toccò il compito di liquidare anche la Repubblica Ligure, consegnandola nelle mani di Napoleone Bonaparte. Il Durazzo svolse il compito con grande dignità (l’ultima arma degli sconfitti) ma i contemporanei non gli serbarono alcuna gratitudine. “Gerolamo, proprio per il suo ruolo di ‘notaio’ della fine dell’indipendenza cittadina, fu colpito da una sorta di condanna morale della cultura ottocentesca”[xii].
Come era accaduto altrove, il nuovo governo ispirò la sua politica ai principi di libertà, fraternità e uguaglianza portati in tutta Europa dalla Rivoluzione francese. Venne statuita la sovranità popolare mediante la significativa affermazione della parità giuridica di tutti i cittadini. Il fatto comportava l’abolizione degli antichi privilegi sia della nobiltà sia degli enti ecclesiastici. In questo modo l’oligarchia - che era stata per secoli il nerbo dello sviluppo e del potere genovese - finiva per decadere a danno della giovane e più dinamica borghesia. Vennero ampliate le libertà personali, compresa quella di stampa: fiorirono “Gazzette” e altre forme di rivista per diffondere sempre più i princìpi dell’uguaglianza e della fratellanza. Nel dicembre 1797 veniva varata la nuova costituzione, che prendeva a modello quella francese di due anni prima. Il potere esecutivo veniva affidato a un direttorio di 12 membri, mentre quello legislativo spettava al Consiglio dei “Giuniori” (300 membri) e a quello dei Seniori (60 membri). In questo modo non era snaturata la formula della Repubblica, anzi la nuova formula segnalava semmai un cauto conservatorismo; in modo che tutto cambiasse lasciando sembrare che niente cambiasse. L’adesione del popolo minuto peraltro non venne raggiunta, in particolare nelle campagne, dove la fede e il latifondo costituivano un humus quasi insostituibile. A un primo momento di entusiasmo seguirono delle ribellioni verso il ceto al potere, che imponeva gravose imposte a beneficio quasi esclusivo dei conquistatori francesi. I moti vennero repressi duramente, e questo scavò sempre di più un solco profondo tra la borghesia al potere e i ceti popolari. L’assedio anglo-austriaco del giugno del 1800 vide riaffacciarsi gli antichi timori e i dubbi di aver scelto l’alleanza sbagliata, tanto più che dopo un intenso bombardamento dal mare le fortificazioni, in particolare quella di Quezzi, cedettero. I francesi e i filofrancesi, capitanati dal generale Massena, tentarono una resistenza a oltranza, che costrinse la gente a mesi di stenti e fame. Migliaia furono i morti[xiii] ma nonostante tanta eroica pertinacia la città capitolò.
In questa Genova assediata, nell’estate del 1799, si affacciò un giovane ufficiale di pelo rosso e di fisico gagliardo di nome Ugo Foscolo. Il bell’Ugo trovò la città fervente di idee repubblicane, con atmosfere e ambienti ricchi di suggestioni. Come di abitudine si mise a corteggiare belle donne. Per quanto possa sembrare strano, durante il blocco, le truppe che stavano all’interno della cerchia imposta dagli assedianti, almeno gli ufficiali, nelle loro luccicanti uniformi, si davano alla bella vita. Feste e banchetti erano frequenti e il Foscolo era in prima linea nel parteciparvi. Non si hanno informazioni sul suo incontro con Luigia Ferrari, giovane sposa del patrizio genovese Domenico Pallavicini[xiv]. Foscolo forse vide il “soggetto” della sua celeberrima Ode nel corso del ricevimento dato dal principe Imperiale di Sant’Angelo nella villa di Campi, fuori dalle porte di Genova, in Valpolcevera. Era l’ottobre 1799 e si festeggiava il ritorno di Napoleone dalla Francia. In città, in quel tempo, era di gran moda fare stampare piccoli libretti con poesie in omaggio alle dame. Il 14 dicembre 1799 Angelo Petracchi, autore anche di un fondamentale diario dell’assedio di Genova, pubblicava una raccolta di versi - Galleria di Ritratti - in cui si cantava il profilo di ventuno beltà genovesi, tra le quali era compresa anche Luigia Pallavicini, da poco vittima di una caduta da cavallo che le avrebbe deturpato il viso irrimediabilmente. In questo clima salottiero e un po’ allusivo a galanterie e flirts nasce l’Omaggio a Luigia Pallavicini, sfortunata amazzone, devozione di un gruppo di poeti e militari per testimoniare, attraverso una corona di versi, affetto alla dama contro la sorte così ingiusta. L’incidente avvenne nel luglio 1799. L’Omaggio fu stampato tra il marzo e l’aprile del 1800. Il Journal des opérations militaires du siège e du blocus de Gênes, dell’aiutante generale Paolo Thiébault, che faceva parte dello stato maggiore di Massena, comandante della piazza di Genova, riassume le condizioni di prostrazione e i drammi subiti dai genovesi durante quei mesi. Tra la rievocazione delle scene di disperazione e i tentativi di ribellione del popolo contro i francesi, colpevoli di averlo costretto in quella situazione. Thiébault racconta pure l’antefatto dell’incidente capitato a Luigia Pallavicini. In previsione di dover rientrare in Francia, Thiébault si era deciso a cedere i due cavalli di sua proprietà. “Tra questi ve ne era uno arabo, bellissimo, che era stato assai notato in Genova e che avrebbe trovato non poche persone desiderose di acquistarlo. La signora Pallavicini, una delle più belle donne d’Italia e la migliore delle amazzoni, si affrettò a chiedermi di poterlo provare. Le scrissi subito che il cavallo era a sua disposizione, ma che a parer mio, nessuna donna, servendosi di una sella da signora, sarebbe stata in grado di cavalcarlo perché faceva salti e scarti continui ed era di una vivacità che non bastavano a calmare nemmeno dodici o quindici leghe di cammino. La Pallavicini mi rispose ringraziandomi dei motivi che mi avevano indotto a scriverle, ma aggiunse che non aveva paura di nessun cavallo”[xv]. Nonostante il consiglio di Thiébault Luigia Pallavicini, un giorno d’estate del 1799, partì in groppa al focoso stallone. Nella zona detta Deserto di Sestri il destriero le sfuggì di briglia e l’amazzone fu disarcionata. Cadendo si sfigurò il volto. Ferita “storica” che la fece entrare di diritto tra le grandi ispiratrici della letteratura italiana.
Fu la vittoria napoleonica di Marengo[xvi] a ribaltare nuovamente le cose e a riportare a Genova l’influenza francese più dominante di prima. Mostrando risentimento nei riguardi dei suoi pari che fraternizzavano con i transalpini, Paolo Girolamo Pallavicini si dimise dal suo ruolo di generale e lasciò Genova nei primi giorni del mese di settembre 1797. Proscritto e condannato a pagare una penale considerevole, partì assieme a tutta la famiglia: la ventiduenne seconda moglie, Maddalena Grimaldi, il figlio della prima moglie Giuseppe e il fratello Ranieri, oltre a un certo numeri di servitori. Il 9 settembre arrivò a Firenze, capitale del Granducato di Toscana,[xvii] e alloggiò in borgo Ognissanti, nel palazzo del Principe Rospigliosi.[xviii] Nel marzo 1799 il Granduca di Toscana a sua volta fu costretto all’esilio, e alla fine di novembre dello stesso anno i Pallavicini dovettero di nuovo fare armi e bagagli. Trasferirono la residenza a Milano, a quel tempo capitale della Repubblica Cisalpina[xix]. Per tutto il tempo della sua permanenza milanese, Paolo Girolamo Pallavicini vivrà in affitto nel palazzo Crivelli di Piazza Santa Marta, dove resterà per più di tre anni.
Il 5 aprile 1800 nasce casualmente (come si è sottolineato all’inizio) a Milano il futuro genovesissimo marchese Ignazio Alessandro Pallavicini, che solo sopravvivrà ad altri cinque fratelli[xx]. Tra i documenti dell’Archivio Pallavicini di Genova si trova una petizione mediante la quale, tramite segretario, in data 16 febbraio 1800, “la cittadina Maddalena Grimaldi, moglie del Cittadino Paolo Gerolamo (sic) Pallavicino (sic)” comunica alla Commissione di Governo della Città di Milano che “ritrovarsi incinta, anzi quasi prossima al parto nella città di Milano in compagnia del prefato Cittadino suo marito condannato d’esilio (sic) dal Dominio Ligure; sebbene sembri di non essere colpita dalla legge ultima del richiamo degli ex nobili, come consorte di un esule, […] attesa la di lei impossibilità di potersi qui trasferire per l’inoltrata di lei gravidanza, invita a prorogarle il termine per quel tempo meglio visto ad oggetto di rinpatriare (sic)”. Maddalena ottenne una proroga di sei mesi.
Il generale Napoleone Bonaparte, prima ancora di diventare Imperatore dei francesi[xxi] opera delle trasformazioni sui luoghi conquistati: il territorio della Liguria viene suddiviso in tre dipartimenti, Genova, Montenotte e Appennini. Ogni dipartimento è governato da un prefetto e da un consiglio di prefettura. L’inserimento di Genova per dieci anni circa nell’impero come una provincia francese produce effetti positivi; la sua classe intellettuale assorbe la cultura evoluta, sia filosofica che letteraria, ma soprattutto giuridica, economica e scientifica di una Francia che era il paese più avanzato e moderno d’Europa e la città, grazie all’estensione dell’ordinamento francese ai settori vitali della vita pubblica, migliora le proprie strutture amministrative e giudiziarie incrementando il sistema economico. Viene introdotta la previdenza sanitaria, istituita la prima Camera di Commercio e, dopo il censimento abitativo e delle persone, è redatto una catasto moderno. Le strade delle due riviere e quella del passo dei Giovi vengono ampliate. Anche la vita culturale della città cresce intorno all’Università e l’Accademia imperiale. Sono gli anni in cui pittori e vedutisti raccontano per immagini la Genova borghese che si muove tra la spianata di Castelletto e le colline affacciate sul mare tra la Zecca e Ponticello, tra Strada Nuova e le ville dello Zerbino.

I
Dalla nascita (1800) alla nomina a Decurione
[i] All’Archivio (privato) Pallavicini ho consultato diverse lettere a firma del marchese Ignazio Alessandro Pallavicini con le quali impartisce disposizioni al signor Nicolò Sacco, custode della villa di Pegli, circa varie problematiche della gestione della stessa (fitti, ritardi nei pagamenti, vegetazione della villa e altro di questo tenore). In particolare il Sacco risulta essere il responsabile degli incassi derivanti dalle visite al parco della villa di Pegli. In uno scambio di corrispondenza il marchese segnala di avere inviato il regolamento di visita alla villa di Pegli.
[ii] Roffo Stefano, Breve storia di Genova - dalle origini ai giorni nostri, Tascabili Economici Newton, Roma, p. 45.
[iii] Il cognome originario della famiglia conteneva la “u”: Buonaparte. Napoleone soppresse la vocale nel 1796, per rendere la pronuncia facile ai francofoni.
[iv] La Famiglia genovese Serra è di origine viscontile, discendente cioè da uno dei figli del visconte Ido che a metà del secolo X rappresentava l’autorità dei marchesi Obertenghi. Come ramo autonomo appare nel secolo XII, derivato da uno dei figli di Ottone De Mari che prese nome da una località di Val Polcevera, e si divise più tardi in numerose branche stabilite, oltre che a Genova, in Sardegna, nel Regno di Napoli (con gli appellativi di Cassano e Gerace) e nella Spagna. Nel 1528 fu unita all’Albergo Lercari; riprese il proprio nome nella riforma del 1576 e da allora acquistò maggiore importanza. Alla fine del secolo XVIII i Serra di Genova appaiono divisi nei due rami tuttora esistenti che, dal luogo di dimora, si dissero della Porta dei Vacca e di via Serra. A questo ramo appartennero: Domenico (morto nel 1813), che aprì a proprie spese la strada, e suo figlio Gian Carlo (1766-1844) maire di Genova nel dominio napoleonico, conte dell’Impero, insignito di cariche e onori dopo l’annessione al Piemonte. Più importante, politicamente, l’altro ramo rappresentato da Giacomo, che si oppone alla cessione della Corsica, e dai numerosi figli, dei quali più notevoli: Gian Francesco (1776-1854), scienziato e scrittore; Vincenzo (1778-1846), che fu sindaco e rettore dell’università; Gian Battista (1768-1855), dapprima entusiasta della rivoluzione sino a farsi chiamare Serra il Giacobino, poi ammiratore, come i fratelli, di Napoleone, importante per caratteristici accenni unitarî; Gian Carlo (1700-1813), fautore di una cospirazione antioligarchica, detto perciò il duca d’Orléans, partecipe del primo governo della repubblica democratica ligure, ambasciatore a Parigi e Madrid per la repubblica e poi per Napoleone in Spagna e in Polonia, assassinato a Dresda, autore di commentarî storici. Il maggiore di tutti fu Girolamo (vedi nota xxi).
[v] Vitale Vito, Breviario della Storia di Genova, vol. 1, Società Ligure di Storia Patria, Genova, 1955, p. 452.
[vi] La Repubblica di Genova, il 1° giugno 1792, proclama la propria neutralità.
[vii] Giovanni Carlo (anche indicato come Gio. Carlo) è stato Senatore della Repubblica di Genova nel 1766, e sarà il secondo Doge Pallavicini (1785-1787), dopo 148 anni dal primo e a soli due dal terzo. Il primo Doge appartenente alla famiglia Pallavicini è stato Agostino, eletto il 13 luglio 1637, membro di una “casa” totalmente diversa da quella di Giovanni Carlo e dei suoi discendenti. L’ultimo Doge Pallavicini, eletto il 30 luglio 1789 è stato Aleramo, di genealogia lontanissima a quella che trattiamo e con la quale non pare vi siano stati contatti di sorta. Giovanni Carlo in vita erediterà dalle due mogli morte prematuramente, i feudi di Frignano, Mombaruzzo, Sassello, Masone, Cabella, Morsasco, Montaldo, Fontanarossa, e Morbello, metà del condominio di Sicilia, terreni agricoli nei pressi di Novi e Tortona, l’antico feudo aleramico di Rezzo. I figli, Paolo Girolamo IV e Ranieri riceveranno un lascito ereditario poderoso non solo dal punto di vista finanziario/economico ma anche morale, culturale e politico. (Bologna Marco, a cura di, Gli Archivi Pallavicini di Genova - 1 Archivi Propri, Soc. Ligure di Storia Patria, Genova, p. 30).
[viii] Agostino Pareto nasce a Genova il 5 ottobre 1773, terzo figlio di Lorenzo Antonio e Angela Balbi. La famiglia paterna era di recente nobiltà, originaria della Fontanabuona, ascritta al patriziato genovese nel 1727. Con l’invasione dell’armata francese e la caduta della Repubblica aristocratica, sancita dalla convenzione di Mombello del 6 giugno 1797, aderì al nuovo regime e il 14 giugno fu designato tra i membri del Governo provvisorio, che restò in carica sino all’inizio del 1798. Cercò di assecondare una trasformazione in senso democratico della Repubblica, che ne salvaguardasse l’esistenza nel quadro di uno stretto rapporto con la Francia del Direttorio. La sua posizione moderata finì però per essere attaccata come ostile alla rivoluzione; all’inizio del 1798, Pareto si appartò dalla vita politica. Dopo la reazione austriaca, che portò a una breve occupazione della città, e la vittoria napoleonica di Marengo, con il conseguente ripristino del governo repubblicano, nel luglio 1800 Pareto fu nominato con decreto di Napoleone tra i membri della Commissione straordinaria di governo destinata a rimanere in carica fino all’entrata in vigore di una nuova costituzione. All’interno dell’organo, si occupò soprattutto della gestione delle finanze e del rapporto con le autorità francesi, due ambiti di decisiva importanza in quella fase, a causa delle difficoltà di controllo del territorio e del disordine finanziario causato dalla guerra e dalle contribuzioni levate per esigenze belliche. Politicamente, Pareto si collocava all’interno della maggioranza moderata, guidata dai Serra, che perseguiva il mantenimento dell’indipendenza della Repubblica nel quadro di un’adesione alla stabilizzazione napoleonica. Ma una tale prospettiva finì presto per sfumare di fronte alla volontà di Napoleone di una stretta integrazione politico-militare della Liguria con la Francia. A seguito dell’entrata in vigore della Costituzione del 1802, alla cui redazione aveva contribuito, Pareto entrò (giugno 1802) a far parte del Senato, la più importante magistratura della Repubblica. In seguito fu nominato tra i direttori del ricostituito banco di S. Giorgio. La sua posizione divenne però sempre più debole nel corso dell’estate 1803, quando la ripresa delle ostilità tra Francia e Inghilterra portò a una crescente pressione del nuovo rappresentante di Napoleone a Genova, Cristoforo Saliceti, sul governo della Repubblica affinché questo operasse una decisa scelta di campo. In tale contesto, le personalità più indipendenti, come Pareto e Girolamo Serra, furono prima escluse dall’esecutivo e poi, nel giugno 1804, dal Senato, sulla base di un voto assunto in deroga alla Costituzione, che prevedeva che il rinnovo periodico di un terzo dei senatori avvenisse per sorteggio. Pur se politicamente marginalizzato, Pareto rimase un esponente di rilievo dell’élite politica genovese. Fu nominato tra l’altro membro del Tribunale di commercio (luglio 1804), presidente dei direttori del Banco di S. Giorgio (gennaio 1805) e membro del Consiglio direttivo dell’Istituto nazionale, incaricato di coordinare l’istruzione e l’educazione nazionale, divenuto poi Accademia imperiale delle Scienze e Belle Arti. Nel giugno 1805, chiamato a esprimersi in quanto membro dell’Istituto nel plebiscito per l’annessione di Genova all’Impero francese, votò contro. Nonostante ciò, il 22 settembre, fu nominato sindaco della città, carica che mantenne fino al gennaio 1810. Pur strettamente vincolato agli indirizzi del prefetto, poté svolgere un importante ruolo di mediazione tra le autorità francesi e la popolazione genovese, riproponendo il tradizionale patriottismo cittadino. A testimonianza della sua costante presenza sulla scena politica cittadina sta pure il fatto che nel 1808, in occasione delle riunioni dei collegi elettorali per designare i rappresentanti delle supreme magistrature, fu chiamato a presiedere i collegi di circondario di Genova. Solo nel corso del 1814, quando si era ormai avviato il disfacimento dell’Impero napoleonico, Pareto tornò a giocare un ruolo di rilievo. Inviato insieme con Emanuele Balbi presso William Bentinck, comandante delle truppe inglesi in Italia, per trattare la resa di Genova, il 26 aprile 1814 entrò a far parte del governo provvisorio nominato dallo stesso Bentinck. All’inizio di maggio, fu inviato come ministro plenipotenziario a Parigi, dove era in discussione un primo progetto di sistemazione dell’Europa dopo la caduta di Napoleone, con il compito di sostenere le ragioni dell’indipendenza della Repubblica e del ristabilimento di un regime politico aristocratico, ma aperto a una più larga partecipazione, secondo la prospettiva caldeggiata dallo stesso Pareto e in qualche modo avallata da Bentinck al di là delle istruzioni ricevute dal suo governo. Le istruzioni di Pareto gli lasciavano un certo spazio di manovra, dandogli anche facoltà di acconsentire a modifiche nel regime politico, pur di evitare l’annessione di Genova, ma le iniziali speranze caddero di fronte all’atteggiamento elusivo dei rappresentanti delle potenze vincitrici. Già con una clausola segreta del trattato di Parigi del 30 maggio 1814, fu sancita l’attribuzione di Genova al Regno di Sardegna. Mentre il governo genovese si predisponeva a difendere l’indipendenza della città al congresso che avrebbe dovuto riunirsi a Vienna, Pareto si trasferì in Inghilterra, per cercare l’appoggio dell’opposizione whig, ma, nonostante le simpatie che la sorte di Genova poté suscitare in singoli esponenti della politica inglese, non ottenne risultati di rilievo. Con il passaggio di Genova al Piemonte sabaudo, nel novembre 1814, Pareto cessò di svolgere un’attività politica significativa. Morì a Genova il 14 marzo 1829.
[ix] La Repubblica Ligure (1797 - 1805) è il nome che ha connotato uno stato preunitario dell’Italia nord-occidentale durante il periodo napoleonico, comprendente il territorio della ex Repubblica di Genova che comprendeva la Liguria, l’isola di Capraia e la regione dell’Oltregiogo.
[x] Il 9 giugno 1797 il Minor Consiglio, approva la Convenzione di Mombello ponendo fine all’esistenza della Repubblica oligarchica. Il 14 avrà luogo la prima seduta del Governo Provvisorio e quando a Giacomo Maria Brignole viene fatto notare che il titolo di Doge richiama il passato, egli assume quello di Presidente e ben presto si astiene dal partecipare ai lavori, presieduti allora a turno dai commissari e, ritiratosi a Firenze, vi muore monaco nel 1801.
[xi] Angela Valenti Durazzo, I Durazzo - da schiavi a Dogi delle Repubblica di Genova, Masetti Rodella Editori, 2004.
[xii] Bruno Cilento, Ritratti di casa Durazzo, in bollettino ligustico, 1990, p.114.
[xiii] È una pagina drammatica della storia ligure. Il generale napoleonico Massena, dopo aver perso un terzo dei suoi soldati, attende invano di essere liberato dall’Armata di riserva, mentre malattie e carestie decimavano la popolazione. Il 2 giugno1800 Massena accetta di trattare la resa. Alla trattativa con il generale austriaco e l’ammiraglio inglese era presente per la Repubblica Ligure il ministro Luigi Crovetto.
[xiv] Il marchese Domenico Pallavicini (1748 - 1805) sposerà in seconde nozze nel 1789 Luigia Ferrari. Non ci sono legami parentali stretti, se non di “Albergo”, con Ignazio A Pallavicini e la sua famiglia. La vicenda è ricordata per l’importanza mediatica del sonetto dedicato dal Foscolo alla moglie Luigia.
[xv] Marcenaro Giuseppe, Genova e le sue storie, Bruno Mondadori, Milano, 2004, pp. 77/78
[xvi] La battaglia di Marengo fu combattuta il 14 giugno 1800 nel corso della seconda campagna d’Italia tra le truppe dell’Armata di riserva francese, guidate dal Primo console Napoleone Bonaparte e l’esercito austriaco comandato dal generale Michael von Melas. La battaglia fu combattuta nei pressi dell’attuale Spinetta Marengo. Lo scontro iniziò il primo mattino con l’attacco a sorpresa degli austriaci che mise in grave difficoltà Bonaparte; le truppe francesi dopo una strenua resistenza sembrarono condannate alla disfatta ma l’arrivo nel pomeriggio dei reparti di rinforzo guidati dal generale Louis Desaix permise a Bonaparte di contrattaccare e sbaragliare il nemico. Alla fine della giornata il Primo console aveva concluso la battaglia con una grande vittoria e l’esercito austriaco era in rotta tanto che il giorno seguente il generale von Melas chiese un armistizio. La battaglia divenne subito uno degli eventi più importanti della leggenda napoleonica ed ebbe un’influenza decisiva dal punto di vista militare, ripristinando il predominio francese in Italia, e dal punto di vista politico, consolidando definitivamente il prestigio e il potere del Primo console Bonaparte in Francia.
[xvii] Nel febbraio 1795 la Toscana fu il primo stato a concludere la pace e a ristabilire le relazioni con Parigi. La cautela del Granduca non servì però a tenere fuori la Toscana dall’incendio napoleonico: nel 1796 le armate francesi occupavano Livorno per sottrarla all’influenza britannica e lo stesso Napoleone entrava in Firenze, ben accolto dal sovrano ed occupava il Granducato, pur non abbattendo il governo locale. Solo nel marzo 1799 Il Granduca Ferdinando III fu costretto all’esilio a Vienna, in seguito al precipitare della situazione politica della penisola. Le truppe francesi rimasero in Toscana fino al luglio 1799, quando furono scacciate da una controffensiva austrorussa ma la restaurazione fu breve; già l’anno dopo Napoleone tornava in Italia e ristabiliva il suo dominio sulla Penisola; nel 1801 Ferdinando doveva abdicare al trono di Toscana e il 9 febbraio 1801, con il trattato di Lunéville, la Toscana viene ceduta dall’Austria alla Francia. Soppresso il Granducato di Toscana, viene istituito il Regno d’Etruria. Nel dicembre 1807 il Regno d’Etruria viene soppresso e la Toscana è amministrata per conto dell’impero francese da Elisa Bonaparte Baciocchi, nominata a capo del restaurato Granducato di Toscana. Ferdinando III tornò in Toscana solo nel settembre 1814, dopo la caduta di Napoleone La restaurazione in Toscana fu, per merito del Granduca, un esempio di mitezza e buon senso: non vi furono epurazioni del personale che aveva operato nel periodo francese; non si abrogarono le leggi francesi in materia civile ed economica (salvo il divorzio).
[xviii] La Famiglia Rospigliosi è originaria di Pistoia. Trapiantata a Roma con l’avvento al soglio pontificio nel 1667 del Cardinale Giulio con il nome di Papa Clemente IX, sotto il suo pontificato un rappresentante della famiglia, Giovanni Battista (1646-1722), nel 1658 venne nominato principe del Sacro Romano Impero e nel 1670 sposa Maria Camilla Pallavicini ereditando i beni ed il titolo di questa famiglia, ma con l’obbligo di assumere il nome di Pallavicini. Da quel momento la storia dei Rospigliosi e delle loro proprietà si identifica con quella dei Pallavicini.
[xix] La Repubblica Cisalpina, costituita il 29 giugno 1797, fu uno stato che si estese principalmente nelle odierne regioni Lombardia ed Emilia Romagna e, marginalmente, in Veneto e Toscana. Filofrancese al tempo di Napoleone Bonaparte mutò il proprio nome in Repubblica Italiana (1802-1805) e di seguito in Regno d’Italia (1805-1814).
[xx] Il sito internet del Senato della Repubblica, alla voce Senatore Pallavicini Ignazio, quali fratelli indica quattro nominativi: Gianfrancesco, Giacomo Filippo, Giuseppe, Giovanna, ma la lettera scritta a Napoleone dal padre, Paolo Girolamo Pallavicini non lascia dubbi. Sull’argomento vedere nota xvii e nota xxii.
[xxi] Il Generale Napoleone Bonaparte diventa Imperatore dei francesi, con il nome di Napoleone I dal 2 dicembre 1804 al 14 aprile 1814 e nuovamente dal 20 marzo al 22 giugno 1815. Fu anche presidente della Repubblica Italiana dal 1802 al 1805, Re d’Italia dal 1805 al 1814, «mediatore» della Repubblica Elvetica dal 1803 al 1813, e «protettore» della Confederazione del Reno dal 1806 al 1813.
La figura del Marchese Ignazio Alessandro Pallavicini (Milano, 1800 - Genova 1871), si rivela ancora oggi, in buona parte, poco conosciuta, con riferimenti alla sua magnanimità e interesse alla Cultura, oppure per avere fatto costruire un parco nella sua villa di Pegli tra i più famosi d'Europa.
Il presente volume si prefigge di recuperare la sua intera parabola umana, sulla scorta del maggior numero di documenti a stampa e d'archivio, tanto editi quanto inediti, reperiti sino ad oggi, con particolare attenzione alla sua figura di imprenditore e uomo delle istituzioni (Sindaco di Genova, Senatore del regno Sabaudo e poi d'Italia).
  • ’Alla ricerca di Ignazio Alessandro Pallavicini’ è un documento storico di prima grandezza, preciso, dettagliato, piacevole da leggere e consultare, in quanto anche supportato da esauriente documentazione storica. Grande attenzione per l’aspetto umano del personaggio, che probabilmente, senza questa opera a lui dedicata, non sarebbe emersa.
    Voto attribuito: 4
    Sergia Monleone (03/10/2016 13:42:37)

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