Sergia Monleone
Primo Miraggio

Titolo Primo Miraggio
Autore Sergia Monleone
Genere Narrativa - Giallo, Noir, Poliziesco      
Pubblicata il 18/03/2016
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Editore Liberodiscrivere edizioni
Collana Spazioautori  N.  3605
ISBN 9788899137748
Pagine 284
Prezzo Libro 14,00 € PayPal

Versione Ebook

ISBN EBook 9788899137762
Prezzo eBook 5,99 €
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Cresciuto in Piemonte, di famiglia siciliana, il commissario Primo Miraggio studia a Genova e lì intraprende la carriera in polizia. La sua vita trascorre placida, posto che tale si possa considerare l'esistenza di un uomo tanto testardo, acuto, intransigente. Adagiata sul conto alla rovescia verso la pensione, la vita del commissario collide con quella di Mirna, una donna diversa in tutto, opposta e complicata anche più di quanto il commissario pensi di essere disposto a tollerare, in un Big Bang devastante proprio perché inaspettato. Primo e Mirna sono reciproca fonte di sorpresa, gioia, preoccupazione, paura, complicità, confidenza, rispetto, considerazione e amore: due vite capovolte, sconvolte, messe sottosopra a vicenda tra le fitte maglie di una trama a tinte gialle. Perché «ciò che nasce tondo non muore quadrato. Può diventare ovale, se proprio insiste… ».

erano le undici. Mi trovavo in commissariato e mi passarono una telefonata.
“Ciao, Primo, brutto momento?”
“Sempre. Dimmi.”
“Avrei bisogno della tua attenzione per cinque minuti. Li hai?”
“Adesso?”
“Quando puoi.”
“E adesso posso. Vieni qui? Ci vediamo fuori? Che facciamo?”
“Anche per telefono.”
“Ti ascolto.”
“Ti avevo raccontato che negli anni ottanta ero stato assegnato per una decina d’anni alla sezione della Guardia di Finanza di Sanremo?”
“Ah… ! Certo Mario, certo, come no? Certo che me lo ricordo.”
“Beh, ti dicevo. Pensa un po’ chi è il nuovo aiuto di chirurgia toracica dell’ospedale S. Martino?”
“Cos’è? Ti sei messo a collaborare con Bartezzaghi, adesso?”
“Chi?”
“Va be’, niente. Dimmi. No, non lo so. Chi è?”
“È di quelle parti. La conosco da quando ancora studiava medicina. È figlia di un mio carissimo amico, un medico, professore e primario di cardiochirurgia morto qualche anno fa; anche il marito era medico, ricercatore, morto pure lui l’anno scorso in un incidente stradale, che la lasciò poco più che trentenne con due figli piccoli.
E ora è qui perché, dopo la tragedia, non volle più restare dalle sue parti e tre mesi fa prese servizio. Vado troppo di fretta?”
“No no, figurati, quando mai? Allora, se ho capito bene: giovane, medico, figlia di medico morto, vedova di medico morto, due figli e a duecento chilometri da casa, per dimenticare. Mi sono perso qualcosa per strada?”
“No, ma… Dio, Primo, comunque sì, in sintesi… ”
“E perché me lo conti a me?”
“Perché mi telefonò. Sapeva che ero stato trasferito qui e non conosce nessun altro di cui potersi fidare.”
“Qualche problema?”
“Così pare.”
“È una cosa seria?”
“Forse. Se ha ragione, sì, molto.”
“Puoi dirmi qualcosa di più?”
“C’entra l’ospedale, per questo non sa con chi parlarne. Ho pensato a te ma dovevo chiedertelo, prima.”
“E hai fatto bene.”
“Posso dirle che l’ascolterai? Magari poi non è niente, ma la conosco: non è una paranoica o una rompiscatole; è preoccupata davvero, e questo non mi piace.”
“Ti piace?”
“No, non mi piace.”
“No, dico, lei… ti piace?”
“Primo! Buon Dio, ma che c’entra? È come una figlia, per noi! Certo che mi piace. Le vogliamo bene, l’abbiamo vista crescere, diventare donna, laurearsi, specializzarsi. È stata in Germania. La madre è di lassù. Parla tedesco e inglese. È stata anche in America, dove ha fatto tirocinio nei più prestigiosi policlinici universitari per fare esperienza. È tornata che se la contendevano tutti, tanto è brava, e ha fatto la fila, come tanti. Sai com’è. Anche in quel campo non si scherza: sono proprio quelli bravi che non fanno strada. Ma ha tenuto duro, si è adattata, ha girato per gli ospedali del nord Italia e qualche anno fa, si sposò con… ”
“Sì sì… già me l’hai detto, con il marito morto, il padre morto lui pure. Vai avanti… ”
Dio che sfiga!
“Non so altro, posso dirle che può parlartene?”
“Sì, certo, quando vuole. Sono a sua disposizione. Dalle pure il mio numero di cellulare e dille che può chiamarmi in qualunque momento.
Hai fatto preoccupare anche me, accidenti; non mi mancava altro, oggi… ”
“Male feci?”
“No, figurati! È sempre un piacere.”
“Grazie Primo, sei un amico. Margherita e io volevamo invitarti a cena, una di queste sere.”
“E fatelo!”
“E lo sto facendo! Ti invitiamo a cena per una sera di queste, va bene così? Quando sei libero?”
“Per voi sempre, fai tu.”
“Magari sabato?”
“Magari! Non mancherò. Il vino, porto?”
“Quello di tuo padre?”
“E perché, degli altri ne vuoi?”
“E che lo domandai a fare? A sabato allora, ciao e grazie ancora.”
“Ti aggiorno per quell’altra cosa. A proposito, com’è che si chiama?”
“Chi?”
“Come chi? Tua nonna, Mario! E chi sennò? La dottoressa!”
“Oh, che suonato! Mirna… Mirna Santelmo.”
“M i r n a S a n t e l m o. Che bel nome.”
“Anche lei è bella.”
“Ci vediamo Mario. Salutami Margherita, dalle un bacio da parte mia e di’ a Mirna di chiamarmi.”
“Va bene, Primo, e grazie ancora… ciao.”
“Ciao.”
“Pronto… ”
“Commissario Miraggio?”
Voce forestiera, femminile e modulata.
“Si, sono io, con chi parlo?”
“Sono Mirna Santelmo, buongiorno commissario. La disturbo?”
Erre arrotondata alla francese detta anche moscia, voce calda, dolce, morbida, ma decisa: Mirna Santelmo, la “figlia” di Mario.
“No no, dottoressa, non mi disturba affatto. Voleva vedermi?”
“Non so. Preferisce che le racconti di persona?”
“Forse sarebbe meglio. Mario mi ha accennato qualcosa. Come possiamo fare?”
“Finisco qui in pronto soccorso verso l’una e mezza, le due; dopodiché avrei tempo fino alle tre e mezza. Poi però devo proprio scappare, perché mio figlio esce da scuola alle quattro e mia figlia ha un po’ di febbre, così mia mamma non può uscire e… ”
“Altrimenti?”
“Domani pomeriggio avrei più tempo. Mio figlio esce all’una, per cui, è già a casa quando esco.”
“Ce la facciamo in un’ora?”
“Sì, penso di sì.”
“Allora l’aspetto. Può venire qui o è un problema?”
“No, per le due e mezza dovrei essere lì, Salvo complicazioni; altrimenti l’avviso e facciamo per domani? Davvero non le porto via troppo tempo?”
Come si fa ad avere una voce così… dove si trova?
“No, non si preoccupi, Salvo complicazioni va bene anche per me. Casomai le faccio sapere. Posso chiamarla a questo numero? Nel caso in cui… ”
“Si, certo. Allora a più tardi, lì da lei in commissariato. A dopo e grazie sin d’ora.”
Ma sin da ora grazie a te, per aver chiamato, per avere una voce così, per essere gentile, educata e sicuramente, bella.
“Dottore, dottore!”
“Zunino, che c’è?”
“Mi deve scusare, Dottore.”
“E perché?”
“Perché cosa, dottore?”
“Perché ti dovrei scusare?”
“Così… ”
“Che è successo?”
“Due neri. Se le sono date di santa ragione al pronto soccorso del San Martino.”
“Una rissa? Al pronto soccorso dell’Ospedale San Martino?”
“Signorsì Dottore, esattamente.”
“Ora ora?”
“Hanno, chiamato adesso, sono ancora lì.”
“E perché non ci vanno quelli del commissariato di San Fruttuoso?”
“Troppo occupati con cose diverse, sono.”
“Firpo, Galleano, prendete la macchina. Andiamo a al San Martino.”
“Che c’è, dottore?”
“Firpo, porta manette, sfollagente, tre agenti e un’altra macchina. Veloci, che sono ancora là dentro. Mettiti in contatto con il Posto di Polizia in viva voce!”
“Sì, pronto, sono l’Ispettore Firpo del commissariato Centro, stiamo arrivando. Mi passa il Posto di Polizia, gentilmente?”
“Gentilmente… ”
“Eh gentilmente, sempre gentilmente, sì, pronto, sono l’ispettore Firpo del commissariato Centro di Genova. Che succede lì?”
“Eh, niente Ispettore, che succede… succede che due ambulanti tunisini si sono azzuffati, hanno spaccato due vetri, un mobile e hanno fatto a botte. Li abbiamo separati. Adesso si sono calmati. Tanto spavento, un po’ di confusione… ”
“Ma sono ancora lì?”
“Sì, sono ancora qua, vanno avanti a minacce, insulti e sputi, ‘sti cretini, ma è finita. Li abbiamo ammanettati.”
“Si è fatto male qualcuno?”
“Non so, Ispettore, un po’ la dottoressa, forse, quella nuova, poverina, era il suo primo giorno in pronto soccorso. Si è messa in mezzo. La stanno medicando; e i due cretini… qualche livido… ”
“Va bene, fate rapporto. Siamo arrivati.”
“Allora?”
“Solo lividi per i litiganti e qualche taglio al dottore di turno, la stanno medicando.”
“Sappiamo come si chiama?”
“Ancora no: è nuova. Ecco il pronto soccorso: guardi che casino!”
“Firpo, portateli via che li interrogo dopo. Fateli calmare e chiudeteli in cella di sicurezza. Dov’è la dottoressa ferita?”
“Di qua commissario. Sono l’agente di turno. Non siamo arrivati in tempo, mi spiace… ”
“Avete fatto rapporto?”
“Se ne sta occupando il collega che ha parlato al telefono con l’Ispettore Firpo; di qua, prego.”
E l’ebbi davanti.
Stava seduta di traverso sul lettino di una cameretta, le gambe penzoloni, e parlava col dottore che le stava fasciando una mano, il camice macchiato di sangue, il suo, temevo.
Era calma, un poco pallida, truccata appena, con la stessa voce morbida, dolce ma decisa; non pareva scossa più di tanto.
Non mi vide subito e mi diede una decina di secondi per guardarle il viso di tre quarti: era bella, altezza media, snella ma non magra, gambe affusolate abbastanza lunghe, pelle chiara da bionda, da nordica, ma non proprio bionda e nemmeno castana, un colore che non avevo mai visto, naturale, color miele schiarito dal sole, ecco, con i capelli raccolti sommariamente da un fermaglio a mo’ di guscio di conchiglia trafitto in orizzontale da uno stecchino, e che ne mettevano in risalto i lineamenti eleganti e delicati.
A quel punto girò completamente la testa verso di me, mi vide, e mi mancò per un attimo il fiato.
“È permesso? Disturbiamo?”
Ovale perfetto, zigomi alti, tratti simmetrici e due grandi e bellissimi occhi azzurri, di quell’azzurro intenso come a volte è il mare, quello di Sori alle sette del mattino quando mi ci tuffo e se potessi, non ne uscirei più.
Invece di dirmi con quegli occhi incredibili qualcosa come: ‘e-tu-chi-sei-cosa-vuoi-non-vedi-che-sono-occupata-poi-arrrivo’ mi disse ‘scusami-ho-avuto-un-contrattempo-ma-se-mi-dai-solo-un-minuto-mi-occuperò-di-te-e-andrà-tutto-bene.
Il dottore finì, alzò la testa e si girò pure lui verso di me.
“Oh buongiorno commissario, che piacere rivederla, come sta? Ha visto che roba? Ma ci crede? Quei due hanno aspettato di venire qui per regolare i loro conti e adesso ci vorrà tutto il pomeriggio per rimettere a posto. Va già bene che non si è fatto male nessuno… ”
“Nessuno?”
“Dei pazienti intendo, li stiamo trasferendo nei reparti; entro stasera cambiano i vetri e torna tutto come prima. A proposito, le presento la Dottoressa Santelmo.”
Feci l’atto di porgerle la mano, ma mi fermai poco prima.
“Piacere, sono il commissario Miraggio, mi dispiace immensamente. Tutto bene?” Dissi indicando la sua.
“Grazie, si, è la destra. Tolti i punti tornerà come nuova.”
“Io ho finito: la lastra è a posto, lunedì togliamo i punti, dieci giorni e sarà solo un brutto ricordo. È stato un piacere commissario, sempre in gamba eh? Mi raccomando. Vado di là a dare una mano. Prima di andare via ti do qualcosa, casomai facesse troppo male, e ricordati l’antibiotico.” Le fece il collega.
Lei lo ringraziò sorridendo, poi si rivolse a me.
“Eccomi commissario, cosa posso fare per lei?”
Per me? Tutto, penso, Occhibelli.
“Rispondere a qualche domanda: era lei la responsabile quando è avvenuto il fatto.”
Mi rispose di sì e io continuai quasi come un automa:
“Stendiamo un verbale. Non ci vorrà molto, e per la firma possiamo aspettare che la mano sia guarita.”
“Sono mancina… ” continuò lei, sempre sorridendo e guardandomi negli occhi.
Scese dal lettino, feci l’atto di aiutarla, ma fu più veloce e la ebbi di fronte.
Avevo visto giusto, ma a quel punto intuii anche più di quello che lasciava intravedere il camice aperto: era perfetta, come credo ogni uomo dotato di buon senso, intelligenza e buon gusto si aspetti che sia una donna.
Seguendo il mio sguardo si guardò il camice, notò le macchie e fece l’atto di toglierselo, ma stavolta arrivai in tempo e l’aiutai.
Lo infilò in una busta di plastica, da uno stipetto ne prese uno pulito e allo stesso modo l’aiutai a infilarselo.
Fu tutto naturale, non glielo chiesi, e nemmeno lei a me, ma facemmo tutto per bene.
“Lei era già qui quando sono arrivati?”
“Si, c’è stata un’emergenza, così mi hanno chiamata in reparto. Avevo quasi finito, stavo completando una cartella clinica, quando ho sentito voci maschili dai toni un po’ accesi e mi sono affacciata per vedere cosa stesse succedendo.”
“E poi?”
“Era tutto tranquillo, nessuno si muoveva. Ho chiesto di abbassare un po’ la voce che c’era gente che stava male e sono tornata al mio lavoro. Dopo qualche minuto ho sentito di nuovo le stesse voci, solo che stavolta i due erano in piedi e si stavano fronteggiando.”
Disse tutto d’un fiato.
Calma, calma! Calmati. Non c’è bisogno di correre: ho tutto il tempo che ci serve.
“Io non capivo cosa si stessero dicendo, ma a un certo punto sono venuti alle mani e non c’è stato il tempo di fare altro. Mi sono buttata in avanti d’istinto per allontanarli dall’armadietto dei medicinali, uno mi ha afferrata e mi ci ha buttata contro, ho rotto una vetrina con la mano e loro hanno continuato a darsele. Poi sono intervenuti gli agenti del Posto di Polizia.”
“Si ricorda di averli già visti prima?”
“No, non credo.”
“Va bene, Dottoressa, direi che basta così. Se me lo consente, completo il verbale con le sue parole e quando può me lo firma. Devo però chiederle la cortesia di venire in commissariato, è la prassi. Devo accertarmi della sua identità e tutto il resto, così le faccio fare una copia per l’assicurazione e una per lei.”
Annuì sorridendomi e mi ringraziò.
“A proposito, immagino che per una settimana non verrà in ospedale. Quando ha finito, se la sentirebbe di fare un passo prima di andare via? Così facciamo tutto oggi e non ci pensiamo più?”
“Si, facciamo così, detesto lasciare le cose in sospeso. Poi rischiano di complicarsi… ”
A chi lo dici…
“Per quanto ne ha ancora?”
“Finisco due cartelle di dimissioni che devo consegnare prima di andarmene; su in reparto è tutto a posto e sono pronta. Facciamo verso l’una?”
“Perfetto. Piuttosto, come va a casa?”
“Con la macchina… ”
“Quale?”
“La mia.”
“Ce la fa a guidare?”
“Ha il cambio automatico. Ci provo… ”
“Io qui ne ho ancora per almeno un’ora, l’aspetto, andiamo in commissariato con la mia, sistemiamo il verbale e poi torniamo qui. Lei prova a guidare e vediamo. Sicura che il dottore di prima sarebbe d’accordo?”
“No, non credo, ma devo tornare a casa e non glielo dico.”
“Dove abita?”
“A Sori.” Mario questo non me lo aveva detto.
“A Sori? E dove, di preciso?”
“Di fronte all’edicola, quella vicino alla farmacia, in centro.”
“A cinquecento metri da casa mia. Senta, facciamo così: finito in commissariato l’accompagno a casa e le faccio portare la sua macchina, stasera, da un mio Ispettore fidatissimo che ne avrà la massima cura. Si fida di me?”
“Si, mi fido.”
“Facciamo così, allora?”
“Va bene, ci vediamo per l’una. L’aspetto qui?”
“Si, per quell’ora avrò finito anch’io. La ringrazio.”
“Grazie a lei, a dopo.”
“Non mancherò, i miei omaggi.”
Cosa minchia le sto dicendo?
E non riuscii proprio a voltarle le spalle per uscire, ma arretrai di alcuni passi sbattendo contro lo stipite della porta e capii una cosa: che anche essere belle non rende sempre le cose facili; troppo bella per essere vera, potrebbe essere il titolo di un romanzo di Liala, e la salutai con la mano, come si fa con i bambini… che cretino.
Erano le undici e per due ore guardai l’orologio ogni quarto d’ora; non avevo più molto da fare e quel poco lo sbrigai in fretta ripensando alle parole di Mario: “C’entra l’ospedale.”
Quale ospedale? Questo? Un altro? Cosa voleva dire? Aveva ricevuto delle minacce?
Mi ripromisi di chiederglielo una volta in macchina, che nel frattempo mi ero fatto portare, ringraziai il cielo per essermelo dimenticato, prima, e capii una cosa: che me lo sentivo che c’entrava lei.
Qualcosa allo stomaco… mi succede di rado e lo avevo capito.
Finalmente, si fece l’una meno cinque. Mi diressi verso il pronto soccorso fermandomi poco prima della soglia della sua stanza e la vidi.
Concentrata, assorta, passò dal computer a un’agenda e poi, con una mano sola, scriveva. Sono sicuro di non aver fatto alcun rumore né arrivando, né dopo; il pronto soccorso era tornato alla sua attività normale tranne quell’ala, immersa nel più completo silenzio, in attesa degli addetti che avrebbero dovuto provvedere a sostituire l’armadietto danneggiato e a ripulire il tutto. Non c’era più nessuno.
La osservai per un minuto, lei alzò la testa, guardandomi per un attimo senza cambiare espressione e mi sorrise.
Ho letto da qualche parte che per farlo si attivano diciassette muscoli facciali, e chissà se anche lei lo sapeva.
Beh! Certo che lo sapeva, ma non è per questo che li attivò proprio tutti, e ne uscì un sorriso che non scorderò più. Sembrava che tutto il suo corpo sorridesse, anche la mano ferita da sotto la fasciatura.
“Prego, si accomodi, ho quasi finito. Che ore sono?”
“L’una. Sicura che non la disturbo?”
“Si, devo solo firmare e possiamo andare.”
La disturbavo o no? Lo presi per un no.
Firmò, ripose alcuni fogli, armeggiò un attimo col computer, chiuse l’agenda, posò la penna lasciando la scrivania in perfetto ordine e si alzò. In tutto ci mise poco più di un minuto, fece per togliersi il camice ed ero di nuovo lì; l’aiutai e sentii un colpo allo stomaco, sperai che non se ne fosse accorta.
Mi guardò diritto negli occhi, come avrebbe sempre fatto anche in seguito, e se ne uscì con un:
“È pulito e lo riponiamo nel mio stipetto per quando rientro.”
Noi, non io, non lei, ma noi; lo feci io, ovviamente, ma è come se l’avessimo fatto insieme. Sarà stata l’abitudine al lavoro di gruppo, pensai.
“Possiamo andare.”
Noi, andiamo noi. Non: ‘Ho finito’.
“Sì. Hai mangiato?”
Ma porc… mi era scappato, non volevo, non sono stato attento e mi era scappato. Parve non averci fatto caso e sperai che non avesse capito. Sarei stato più attento, la volta dopo.
“Sì, ho fatto colazione stamattina.”
“Si stanno facendo le due… ”
“Ah, adesso! No, non sempre ce la faccio, oggi proprio non ne ho avuto il tempo.”
Eh no, oggi no.
“Nemmeno io. Ce lo concediamo un boccone?”
“Io ho un po’ di nausea, non so. Forse è l’effetto dell’anestetico, del disinfettante o… dell’antibiotico, non saprei… ”
Forse quei due cretini che a momenti ti sfasciano?
“Lasciamo perdere il verbale: può aspettare.”
Veramente volevo dirle: ‘Per oggi basta così, ti porto a casa, ci pensiamo un’altra volta e non ti preoccupare’, ma mi fermai in tempo. “No no, non sto proprio male, solo non ho appetito. Le faccio compagnia, se non le spiace. Lei avrà sicuramente fame e così, forse possiamo parlare con più calma.”
Ora, con più calma non saprei ma ho senz’altro fame, sì, e non soltanto di te, pensai solo. Grande Lucio.
“Facciamo così: ci fermiamo un attimo da Luigi, un mio amico vicino al mio commissariato, in centro, che ha un bar con terrazza e che all’ora di pranzo serve alcuni piattini preparati bene e al momento con cose fresche, Oggi si starà benissimo e in genere non c’è mai tanta gente, di questa stagione. Poi vediamo.”
“Va bene.”
Salimmo in macchina, le tenni aperta la portiera e mi regalò un altro sorriso, solo che quello era a cinquanta centimetri da me e quel punto, allo stomaco, sentii un pugno.
“Ha mai ricevuto minacce?”
Si capiva che non era abituata a viaggiare accanto al conducente, non trovava l’aggancio della cintura, non conosceva la macchina, ci pensai io e ci ritrovammo a pochi centimetri.
“No, e non penso che ce l’avessero con me. Stavano litigando e mi sono intromessa. Magari si chiariscono e tutto finisce lì.”
Sì, infatti… cosa gliel’ho chiesto a fare? O magari all’indomani avremmo trovato uno dei due sgozzato e appeso a un albero legato mani e piedi, ma tant’era: cosa fatta, capo ha.
“Battesimo del fuoco oggi, eh?”
“Le notizie corrono veloci, qui.”
Era anche intelligente, ci aveva messo un attimo a capire che lo sapevo già: avrei dovuto stare molto, ma molto attento con lei.
“È preoccupata, ora?”
“Per questo? No, non penso che capiti poi così spesso, o sì?”
“No. Così spesso no. Ogni tanto qualche scaramuccia, magari, ma niente di eclatante, tutto sommato. Non mi ricordo sia successo niente di particolare in questi ultimi anni. Mario mi ha accennato qualcosa… ”
“Sì, riguarda il mio reparto. Sono praticamente certa che sparisca
della morfina. La teniamo sotto chiave per somministrarla agli operati e agli oncologici in fase terminale. Fatto sta che per due volte, su due pazienti e in due giorni diversi, quello che abbiamo somministrato loro non ha fatto effetto, ed è impossibile a quei dosaggi. E poi c’è un’altra cosa, ma forse è solo una sensazione… ”
Mi girai e la osservai per un attimo, guardava fisso davanti a sé, mi parve turbata.
“A volte servono anche quelle.”
Sempre, più di quello che immagini.
“Mi è sembrato, ma forse è stata solo suggestione, o stanchezza, che le confezioni esterne fossero già state aperte… che non fossero vergini. Come se qualcuno le avesse aperte, si fosse accorto di aver sbagliato e le avesse richiuse.”
“Chi ha accesso alla morfina?”
“La deve prescrivere il medico di turno, e la possono prendere i medici e la caposala, gli unici che hanno le chiavi dell’armadietto in cui teniamo le fialette che vanno somministrate, in genere, tramite una flebo. Bisogna stare molto attenti: uno sbaglio e può anche uccidere. Sono preoccupata perché non sono sicura, ora, se quello che prescrivo ai pazienti sarà loro d’aiuto. Sono dolori acuti; devo avere la certezza che funzioni, vivo con l’ansia di sentirmi dire dall’infermiera: ‘Dottoressa, non fa effetto, che facciamo?’ Gliene diamo un’altra? E poi?”
“Certo, capisco. Qualche idea se l’è fatta?”
“No, ma faccio fatica a pensare a qualcuno di fuori, un estraneo. Non è facile passare inosservati, è un reparto ben presidiato, anche di notte. Operiamo quasi tutti i giorni, non solo tumori ma anche incidenti, a volte espianti, anche fino a tardi, per cui un estraneo si noterebbe, anche perché poi, alla fin fine, siamo sempre gli stessi… ”
“Come fa a essere così sicura di due eventi distinti?”
“Perché fra i due episodi c’è stato il rifornimento di morfina. Quando restiamo a tre fialette, chiediamo il ripristino urgente della quota standard di dieci: tempo dodici ore e la farmacia dell’ospedale, di norma, ce le consegna.”
“Cosa vorrebbe che facessimo?”
“Controllare chi entra e chi esce da quella stanza giorno e notte, ma è veramente difficile, anche solo da fuori: darebbe nell’occhio.”
“E da dentro?”
“Ancora di più.”
“Però posizionando una telecamera nascosta… ”
“Sarebbe fantastico!”
“E noi lo facciamo.” Ci ragiono un attimo sopra e poi glielo chiedo di getto, senza pensarci su abbastanza per fermarmi prima.
“Se la sentirebbe di aiutarci?”
“Sì. Come?”
Non: ‘Come?’ e poi, magari, ‘Sì.’ Sottile e sostanziale differenza.
Non ci potevo credere!
“Siamo quasi arrivati: Come si sente?”
“Meglio. Quasi quasi ci provo.”
Magari, Occhibelli.
“A fare cosa?”
“A mandare giù un boccone.”
“Brava, vedrai che dopo ti sentirai meglio!”
A quel punto, aveva capito bene. Pausa.
“Va bene, possiamo farlo.”
Vuoi farmi venire un colpo?
“Fare cosa?”
“Darci del tu.”
Tombola! Era stato così semplice: possiamo darci del tu. Noi. Fatto.
“Vediamo se Luigi ha ancora qualcosa di buono per noi. Una birra?”
“No grazie, non mi piace.”
Niente birra?
“Una tedesca che non beve birra?”
“Nemmeno a tutti gli italiani piace.”
Steso. Che cretino…
“Allora un po’ di vino?”
“Buono, sì, ma non lo reggo, e comunque devo starci attenta.”
A chi lo dici…
“Alla linea?”
“Non solo.”
Anch’io.
“Eccoci arrivati. Luigi buongiorno, tutto bene?”
“Oh commissario, ancora tutto bene come da stamane. Oh, buongiorno, Dottoressa!”
“Vi conoscete?”
“Ha operato mio figlio tre mesi fa, si ricorda? Incidente d’auto con perforazione del polmone. Volete accomodarvi in terrazza? Non c’è molto vento, oggi.”
Ah! Sì, se ne ricordava.
“Che ci puoi dare oggi, Luigi? Qualunque cosa, se cucinata da tua moglie, va bene. Che ne dici? Qui è tutto sempre ottimo.”
“Per me un toast solo formaggio e senza prosciutto, per favore.”
Qualche nonna musulmana?
“ …e un tè al limone, anzi no, al latte.”
Dio Santo, dammi la forza.
“Ma il salame, la pancetta… ”
“Sì sì, quelli sì, ma non nel toast.”
Eh no, nel toast no. Ma almeno la nonna non c’entrava.
Ringraziammo Luigi e la guidai verso una scala in legno stretta e abbastanza ripida che ci portò alla terrazza, motivo per il quale, se niente è possibile, è lì che ancora oggi mi accomodo, quando riesco a trovare un’ora per mangiare qualcosa di decente: la vista è unica, c’è silenzio e un minimo di riservatezza data anche dalla gentilezza dei titolari e del personale, che ormai mi conoscono da anni.
“Non sono la cliente ideale, per un bar, lo so. Non bevo alcolici, caffè, bibite gassate… non resta molto altro.”
Luigi ci raggiunse con le posate, i bicchieri e il pane, mi guardò smarrito e io gli feci di sì con la testa. E cos’altro avrei potuto dirgli? Che la prossima volta, semmai, l’avrei portata da un’altra parte? No che non glielo potevo dire: era già abbastanza scosso così.
Ci portò tutto dopo cinque minuti e mangiammo. Cioè io mangiai, lei sbocconcellò il suo toast e bevve ‘sto tè, col latte, che perlomeno sembrava anche piacerle… Se non altro, riprese un po’ di colore, almeno quello. Finito di mangiare salutammo Luigi, che non avrebbe più voluto lasciarci andar via a forza di chiacchiere, di battute di spirito di buon gusto e garbate, come sono lui, la sua bella famiglia e i suoi gentilissimi collaboratori.
Beh, perlomeno Mirna non aveva nemmeno tentato di pagare la sua parte: pare che all’estero usi, e finito di mangiare, tornammo in commissariato.
Pare fermarsi tutto, quando mi precedette entrando.
Si bloccarono tutti, Mimmo, Firpo, Galleano, Zunino, tutti.
Avevano saputo e furono i primi a capire. Firpo ci portò il verbale, lo completammo, lei lo firmò e ce lo riconsegnò. Fatto.
“Firpo fermati. Allora, la Dottoressa Santelmo già la conosci. Ci aiuta a fare una cosa.”
E gli spiegai la mia idea.
“Quando sarebbe un buon momento per piazzare la telecamera?”
“Di notte, fra mezzanotte e le quattro, perché se tutto è abbastanza tranquillo le infermiere fanno un pisolino. Quanto tempo ci vuole?”
Guardai Firpo. Un’oretta, disse lui.
“Perfetto. Allora farei fra l’una e le tre, se per voi va bene.”
Sì, certo che va bene: qua sto.
“Benissimo. Quando?”
“La prima volta che sono di turno in pronto soccorso di notte. Il mio reparto è di fronte, al piano terra. Posso allontanarmi con la scusa di dare un’occhiata ad alcuni pazienti appena operati e vi faccio entrare dalla finestra. Poi, con la scusa di riposare un’oretta, evitare che qualcuno entri. Quando ve ne siete andati mi faccio vedere un po’ in giro e torno in pronto soccorso. Abbiamo solo bisogno di un briciolo di fortuna.”
Un briciolo non basterà, sai? Ce ne vorrà un autoarticolato, temo.
Minchia! Aveva fatto tutto lei.
Questa giovane donna mi fissò seria, con quei suoi occhioni azzurri spalancati e senza sorridere, senza aggiungere nemmeno una parola superflua e in attesa che qualcuno dicesse qualcosa.
Ma da dove sei uscita, Occhibelli? Dove sei stata fino a ora? Perché nessuno mi ha detto che c’eri anche tu a questo mondo, in questo universo?
“Mi sembra che possa funzionare, che ne dici Firpo?”
“Mi sembra buona, commissario. Parlo col tecnico.”
Anche a me sembra buona, anzi, ottima; lei, voglio dire.
“Va bene, faremo così; ci avvisa lei quando è pronta?”
“Lunedì mi tolgono i punti, e se è tutto a posto, faccio il turno di giovedì notte. Altrimenti alla prima occasione.”
“Rimaniamo in contatto e ci teniamo pronti. Firpo?”
“Va bene, commissario. Non mi piace molto ma… staremo attenti.”
“Allora, per ora abbiamo finito, qui. Mi fai due fotocopie del verbale per la Dottoressa che poi l’accompagno a Sori. Stasera recuperiamo la sua macchina e gliela portiamo sotto casa. Spiega tutto al Vicecommissario Anconetani. È tutto per ora, puoi andare Firpo, grazie.”
“D’accordo commissario, a dopo. Arrivederci Dottoressa e grazie.”
Firpo uscì e rimanemmo soli.
Mi diede la chiave della macchina e la tessera del parcheggio dell’ospedale e uscimmo anche noi.
In macchina chiacchierammo del più e del meno.
No, ancora non aveva avuto modo di visitare molto i dintorni. L’appartamento in affitto glielo aveva trovato Mario: era di alcuni conoscenti di Milano che ormai, in vacanza a Sori, non ci andavano più. È piccolo ma sufficiente, per loro quattro: la cosa fondamentale era stare al mare, soprattutto per i bambini. Sì, Lorenzo si trovava bene a scuola. No, non sembrava avere nostalgia dell’altra casa. Cose così.
“Fa male?”
“Non molto. Me lo faresti un favore?”
Tutti quelli che vuoi, Occhibelli.
“Certo!”
“Mi lasceresti davanti alla scuola? Lorenzo esce fra un quarto d’ora e non faccio in tempo a passare da casa.”
“Con piacere. Vuoi che vi aspetti?”
“Grazie, ma ne approfitto per farmi raccontare la giornata, faccio un po’ di spesa, poi a casa lo passo a mia mamma e ascolto la giornata di Silvia.”
“Lorenzo va già a scuola?”
“L’ultimo anno della materna. Silvia ci andrà l’anno prossimo e Lorenzo inizierà la primaria.”
“La Primaria?”
“Le elementari di una volta.”
Lorenzo cinque anni e Silvia due, più o meno.
“Siamo arrivati. Va bene qui?”
“È perfetto, grazie.”
“Allora stasera ti riporto tutto.”
“Non ti preoccupare. Tanto non mi serve, per ora.”
“Ti avviso quando arriviamo.”
“Va bene, grazie.”
“Grazie a te. Mi sento in colpa.”
“Anch’io, per non poter fare nulla.”
“No, tu già lo stai facendo! Mi sento in colpa io per averti coinvolta.”
“Intendo subito.”
No, subito non si poteva, non potevamo fare niente nemmeno noi.
Capii la sua angoscia: doveva essere tremendo sapere di non poter fare niente e sperai con tutto il cuore che la situazione, in reparto, non cambiasse fin quando non avessimo risolto, le dissi. Ma in realtà non mi dispiacque che non potesse andare in ospedale, almeno per qualche giorno. Questo, però, non glielo potevo dire.
“Andrà tutto bene, in un modo o nell’altro questa storia finirà. Te lo prometto.”
A tutti i costi.
“Sì, lo so. A stasera.”
“A stasera.”
La guardai avviarsi verso l’entrata della scuola. Girati, ti prego, girati. Anche se guardarla camminare da dietro era uno spettacolo e, come si fermò, si girò davvero, mi sorrise e mi guardò andare via.
Tornato in commissariato convocai tutti.
“Allora, dobbiamo stare molto attenti perché la Dottoressa non è del tutto al sicuro, là dentro: di fatto è una talpa; pertanto, per quanto la cosa non mi piaccia, correrà dei rischi, aiutandoci.
Resta da capire, secondo me, se si tratta di roba piccola o grossa.
Firpo, fai una ricerca e vedi se altri ospedali, farmacie, consultori e così via, hanno denunciato furti di stupefacenti o di metadone negli ultimi dodici mesi in tutta la provincia, o se si tratta di un episodio isolato. Poi valuteremo se allargare il campo o meno.
Teniamoci pronti già a partire da martedì e mettiamo a punto tutto quello che ci serve.
Per entrare dovremo avvalerci dell’aiuto degli agenti del Posto di Polizia interno e poi, una volta dentro, ovviamente non farci vedere, e lo stesso per uscirne.
Stasera ricordati di ricordarmi di dirle che non ci chiami mai, per questo motivo, dall’ospedale ma di inviarci solo messaggi. Li detesto ma stavolta servono, e di darle anche il numero del tuo cellulare. Entriamo il tecnico e io, Firpo rimani fuori dalla finestra e fai da palo esterno. L’agente del posto farà da palo interno. Per ora è tutto e ricordiamoci di avvisare gli agenti del Posto di Polizia, quando sarà il momento. Per ora non possiamo fare altro che aspettare.”
Passai il resto del pomeriggio a firmare verbali, leggere rapporti e telefonare.
Verso le otto raggiungemmo il parcheggio dell’ospedale per cercare la macchina di Mirna. Per trovarla prima facemmo scattare l’antifurto; si misero a lampeggiare i fanalini di posizione di un auto, tanto ingombrante da sembrare un transatlantico, posteggiata in retromarcia fra alcune utilitarie: una Mercedes-Benz familiare con targa straniera color grigio metallizzato.
All’estero magari ne girano parecchie fatte così, ma da noi se ne vedono poche, soprattutto fuori stagione.
“Questa è?”
“Eh pare proprio di sì, commissario. Ci sono anche i seggiolini.”
“E tu la sapresti guidare?”
“E che ci vuole?
“Ha il cambio automatico.”
“E allora?”
“E allora… E la guidi tu, e allora! Io manco su ci traso.”
“E all’estero usano queste… ”
Era superaccessoriata, il cruscotto sembrava la consolle di un aereo, pulita, in ordine, niente pupazzetti o ninnoli, niente sui sedili, nemmeno l’adesivo dietro con su scritto ‘Bebè a bordo’ o minchiate simili, come se quello dietro ti starebbe più addosso perché manca, oppure meno perché c’è, ma non mi stupii.
Aveva un piccolo ammacco ma glielo dovevano avere procurato: era su un fianco e perpendicolare, non una strisciata.
“Beh, forza allora. Che non possiamo passarci la notte, qui. Vediamo un po’ se parte, dai.”
Si mise in moto.
Non aveva il freno a mano ma a pedale, a sinistra del posto che solitamente è occupato dalla frizione che non c’era, e che si sgancia con una leva sempre a sinistra, sotto al cruscotto. Ma perché? Perché era tedesca e i tedeschi hanno sempre una risposta a tutto, anche quando la domanda manca o non esiste proprio.
Firpo sembrava tranquillo, spostò la leva del cambio che non era una di quelle normali, ma si muoveva praticamente in senso verticale, avanti e indietro; era posizionata sulla P, che stava per parking, cioè parcheggio, mi spiegò. L’abbassò verso una D passando per una R, sapeva il fatto suo, accese i fari, mi disse di scostarmi, e la macchina avanzò lentamente di un paio di metri.
Raggiunsi il muso, ci girai intorno e mi abbassai all’altezza del finestrino. Firpo mi disse che sarebbe andato avanti lui, che sapeva dove si trovasse l’edicola, di stargli abbastanza lontano perché “queste non frenano ma inchiodano perché hanno labiesse, labierre” e non ricordo cos’altro mi abbia detto “che funzionano davvero, altro che storie, commissario, queste sì, che sono macchine, eterne”, continuò a dire alquanto compiaciuto.
A me sembrava solo enorme, troppo grande già per un uomo, figurarsi per una donna. Ma all’estero gliel’avevano venduta, e si vede che là usa così.
Arrivati a destinazione davanti alla casa di Mirna, parcheggiò in retromarcia con un’unica manovra nemmeno fosse stata una Panda, spense i fari e il motore, scese e mi consegnò tutto; gli dissi di salire sulla mia che l’avrei accompagnato a casa e suonai il campanello.
Mirna arrivò subito; aveva i capelli, sciolti, niente trucco; era in jeans, camicetta e mocassini, dimostrava anche meno della sua età ed era bellissima.
Le porsi chiave e tessera e non riuscii, ma proprio non riuscii a spiccicar parola.
Firpo mi ricordò che non aveva chiuso la macchina, pensava che lei volesse controllarla, prima, ma Mirna premette il tasto del telecomando, quella lampeggiò e lei si girò verso di me. Firpo, oh Firpo! Mi ricordò di darle anche il suo numero di cellulare e allora mi ricordai a mia volta di dirle di comunicare con noi, dall’ospedale, solo con SMS, di chiudere sempre lo scambio con un chiudo e di tenermi aggiornato.
All’indomani mi sarei inventato un motivo per chiamarla ed era solo mercoledì: saremmo stati fermi sino a quando non le avessero tolti i punti e avesse ripreso a lavorare, per cui non ci restava che aspettare.
La salutai, le chiesi della bimba, mi rispose che stava meglio e mi augurò una buona serata.
“Anche a te.” le risposi solo. Mi girai, salii sulla mia macchina e ce ne andammo. Guidava Firpo, che di solito mi fa ‘sto favore ancora oggi; solo che quella volta non potevo guardare nello specchietto retrovisore senza farmi notare e me ne pentii. L’avevo dovuta lasciare lì a chissà quando, a chissà dove e sperai solo a presto.
Sabato sera, poi, andai a cena da Mario e Margherita. Lei è proprio il prototipo della donna del sud, di quelle che piacciono a me: dolce, buona, allegra, intelligente, misurata e bella. È siciliana come il marito, solo che Mario è cresciuto al nord, come mio padre, mentre Margherita lo ha raggiunto sposandolo, come fece mia madre e mia zia, e proprio come lei, ligure non lo sono mai diventate. Però sono ancora insieme, sia loro due che i miei genitori. A volte anche un po’ troppo, siciliana. Come dire? Trattenuta, discreta e, soprattutto, generosa. In tutti i sensi.
Hanno tre figli: Giancarlo, Guido e Giulia, avuta a quarant’anni: ‘l’equivoco più carino della nostra vita’, la definiscono ancora oggi.
Le serate con loro mi riportavano alla normalità: dopo tanto schifo, ascoltarli raccontare i fatti anche banali della loro vita mi faceva pensare che al di fuori del commissariato ci potessero essere anche cose belle, positive abbastanza per essere ottimisti, nonostante tutto.
Rassicurai Mario a proposito di Mirna, lui mi ringraziò e mi raccontò la sua storia.
Sapeva che quando lavoro cerco di farmi un’idea la più completa possibile della situazione e lui contribuì, per come poteva. Aspettammo che Margherita portasse il caffè e cominciò.
“Mirna è il frutto dell’unione alquanto improbabile, agli occhi dei più, fra il dottor Carlo Santelmo, cardiochirurgo di famiglia nobile originaria del genovese, laureatosi a Genova e impegnato in mezza Europa fra Lione, Montecarlo, Germania e Svizzera, e l’allora poco più che ventenne tedesca di Colonia, Gìsela Hammerschmidt.
Gìsela… ma con la G dura, come ghiaccio, non dolce come gelato…
diplomata presso la Scuola superiore di lingue e commercio con l’estero della sua città. Si conobbero ad Alassio all’inizio degli anni sessanta. Lui intorno ai trenta, di bell’aspetto, barba corta curatissima, capelli folti e neri, occhi verdi, nota questa giovane donna venuta dal nord con uno dei primi treni speciali diretti Amsterdam-Sanremo, dell’allora colosso turistico tedesco TUI. La guerra era finita già da quasi vent’anni ma la Germania ci mise parecchio a riprendersi, tanto gli americani e i russi la massacrarono anche quando era già in ginocchio, giusto per fargliela vedere proprio fino in fondo. Lei è orfana di padre, che non tornò più dal fronte russo, artista e restauratore abbastanza apprezzato e primo trombettista della sua Compagnia.
Restò a subirne le conseguenze insieme alla sorella gemella, alla madre e ai nonni materni, che persero tutto durante la guerra perché nonno Josef, importante imprenditore tessile, era socio di un ebreo rifugiatosi in Svizzera. Sopravvissero come poterono, riuscendo a studiare grazie anche alla madre, che pur di non far mancare almeno
l’indispensabile, si adattò a qualunque lavoro e non si risposò, tant’è che solo poco prima di morire decise di richiedere la morte presunta del marito.
A Gìsela, di lui, rimasero solo alcuni vaghi ricordi, della guerra alcune cicatrici e gli incubi notturni ricorrenti. Ancora oggi.
Carlo Santelmo la conobbe in un dancing, come si chiamavano allora le sale da ballo, il mitico e intramontabile ‘Caffè Roma’, quello del Muretto e di ‘Miss Alassio’, tanto per intenderci, che avevano l’orchestra dal vivo, prima che prendessero il sopravvento le discoteche.
Lei, insieme all’amica del cuore Hannelore, era stata avvicinata da un elemento non proprio raccomandabile che lui già conosceva, e, tanto per non lasciare nulla di intentato, si faceva sempre accompagnare da Giorgio, il suo miglior amico, giovane e brillante avvocato suo coetaneo e scapolo anche lui, con il quale aveva frequentato il liceo. Se la cavò: riuscì a togliere tutti dall’impaccio senza irritare il cafone, salvando dall’imbarazzo le due signorine e riuscendo a far passare a tutt’e quattro una piacevole serata.
Le cose, allora, non erano così semplici come adesso.
Carlo Santelmo era agnostico pur provenendo da una famiglia credente; Gìsela praticante pur venendo da una famiglia atea. Comunicavano fra loro solo in francese ed erano costretti, ciascuno per la propria parte, a tradurre sempre tutto a tutti gli altri, lui dal francese all’italiano, lei dal francese al tedesco.
All’inizio fu, soprattutto, un amore per corrispondenza.
Lettere e telegrammi del tipo: ‘Sono a Basilea dal al, riesci a fare un passo?’ lui a lei, e, sempre in francese: ‘No, sono stata due settimane fa a Friburgo, peccato, sarà per la prossima volta.’ lei di rimando.
Poi, per farsi contenti a vicenda, cominciarono a inserire lui alcune parole in tedesco prese dal dizionario, lei alcune in italiano, le sue, e così inventarono un idioma incomprensibile a tutti e a volte anche a loro stessi. Per anni si videro solo a Natale, a volte per Pasqua e tre settimane in estate, ma si capirono quanto bastò tanto che un giorno lui le inviò un telegramma in francese che citava testualmente: ‘Partito stanotte. Arrivo fra tre ore. Ti aspetto sotto ufficio con auto azzurra senza tetto. Fai con calma. Ti aspetto.’
Lei ricevette il telegramma verso le cinque del pomeriggio, scese a vedere e lui era lì, davanti all’ufficio, dall’altro lato della strada, appoggiato a una Alfa Romeo 2000 benzina decappottabile azzurra, in omaggio al colore dei suoi occhi, con la sua pipa di schiuma appartenuta al padre.
S’era fatto, da solo, diciotto ore di macchina partendo da Alassio alle undici di sera, percorrendo la costa, attraversando il Piemonte, la Valle d’Aosta, passando per il Gran S. Bernardo, la Svizzera e mezza Germania, in un’epoca in cui di autostrade non ce n’erano molte, e di autogrill, motel e tutto il resto men che meno.
Lei, per l’emozione, per la prima volta in vita sua attraversò fuori dalle strisce pedonali, gli si fermò davanti e l’unica cosa che riuscì a dirgli fu: ‘Hai la scarpa destra slacciata’, in francese puro, stavolta… voleva essere sicura che lui avesse capito bene.
Se la portò via una settimana dopo. Lei si licenziò, espletarono le formalità di rito unendosi civilmente presso il Consolato Italiano di Colonia, si sposarono nel Santuario di Savona con rito cattolico dieci giorni dopo e nove mesi più tardi, nacque Mirna.
Dopo altri tre anni arrivò anche Riccardo, architetto d’interni specializzato nel recupero dell’esistente, tanto eclettico e geniale quanto la sorella è razionale e metodica, oltre che intelligente. Sono molto legati.
Anche le date di nascita avrebbero dovuto dire qualcosa: Gìsela nasce il 25 aprile, data insignificante lì per lì, ma più tardi avrebbe avuto una certa rilevanza per tutta l’Europa; Mirna il primo maggio, e Riccardo il 18, lo stesso giorno di Papa Wojtyla.
Carlo pensò bene di nascere sotto il segno della bilancia e portò sul naso, per tutta la sua vita, quello lasciatole da un anello con pietra di Gìsela, durante uno dei suoi incubi notturni.”
Mi rilassai preparandomi al peggio che sapevo ormai vicino, prima della fine di quella serata…
Mario proseguì, aiutato da Margherita. Si capiva, quanto le volessero molto bene.
“Per fartela in breve, conosco la sua famiglia a un galà della Croce Rossa di Sanremo: erano stati raccolti dei fondi con i quali donarono una nuova ambulanza alla sede locale dell’ente; grande festa, banda musicale, rinfresco, discorsi e applausi, sai com’è.
Mirna è carina, puoi immaginare, e Gisela non è solo bella, è un tornado, di bassa potenza ma pur sempre un tornado. Parla bene italiano, anche se con uno spiccato accento. I suoi titoli di studio in Italia sono carta straccia ma lei non si perde d’animo. Potrebbe fare semplicemente la moglie del, nel frattempo, Professor Santelmo, accompagnarlo in giro per l’Europa durante i suoi Convegni e Seminari e lo fa, ma non solo quello. Si batte, come rappresentante di classe di Mirna in prima elementare, affinché la scuola organizzi un corso di inglese sperimentale pomeridiano. Parliamo degli anni settanta, Primo, particolare non trascurabile. Dopo numerose resistenze, il corso verrà poi commutato, ma solo molto più tardi, in obbligatorio e materia scolastica al pari delle altre.
Si inventa una professione nuova: Addetta e Mediatore Culturale. Cos’è? Beh, a quell’epoca quasi un’eresia: tenere i contatti fra le Università e le scuole locali con quelle di lingua tedesca e francese. Contribuì alla creazione di ponti, viadotti e autostrade culturali di cui ancora oggi è rimasta traccia con Mostre, Festival musicali e teatrali di grande pregio e lo fece gratuitamente.
Si era integrata e ci mise impegno e passione, come in tutto, del resto: dare ripetizioni di italiano ai figli degli addetti di consolato trasferitisi là con la famiglia, assistere turisti coinvolti in inconvenienti capitati loro in vacanza come furti, risse e incidenti stradali; girò tutti gli ospedali, i Commissariati e le Caserme dei Carabinieri della zona; non si fece mancare nulla e, in un paio di occasioni, aiutò anche noi in alcune indagini tributarie relative a presunti investitori tedeschi, che poi si rilevarono truffatori. Era formidabile: aveva un fiuto e un talento fuori dal comune; avrebbe potuto fare il poliziotto, tanto era acuta e intuitiva. D’altra parte era stata un ispettore della ‘GEMA’, la SIAE tedesca, per cui era quasi una collega.
Ti auguro di conoscerla, ti piacerebbe molto.”
Mi sembrò già, di conoscerla.
Mario proseguì, e capii che stava arrivando la parte difficile di quella fantastica storia.
“Un giorno, il Professor Santelmo partì per Ginevra ed ebbe un infarto in sala operatoria. Lui lo sapeva, ma non volle fermarsi. Portò a termine l’intervento e solo quando vide ripartire il cuore del suo paziente pensò a curare il proprio. Non morì subito, ma non si riprese più. Passò gli ultimi due anni studiando, attaccato a un respiratore, tenendo lezioni in videoconferenza da casa sua e preparando dispense per i suoi allievi, con Gìsela che mollò tutto per stargli vicino sino alla fine.
Mirna era già rientrata in Italia e cominciò la sua gavetta. Si era sposata pochi anni prima e stava aspettando Lorenzo; superò il dolore aiutata dalla sua famiglia, anzi, da entrambe, perché aveva sposato Tommaso, il figlio di Giorgio, l’amico avvocato, quello del Dancing, compagno, anzi, fratello, del padre e di una vita ben spesa, se mi passi il termine.”
C’eravamo arrivati. Sentii che sarebbe stata dura, ma non potevo immaginare quello che seguì.
“Tommaso Montefiore è laureato in medicina, di cinque anni più grande e già affermato ricercatore a trent’anni. Si conoscono da sempre, non si frequentano più di tanto ma, a un certo punto, si ritrovano. Adulti e innamorati, si sposano e vanno a vivere a Celle Ligure, lui per essere vicino a Genova e a Milano, lei perché ancora gira per gli ospedali del nord ovest in attesa di sapere cosa farà da grande e, soprattutto, dove. Silvia arriva tre anni dopo Lorenzo.
L’anno scorso Tommaso, per non mancare il giorno del compleanno di sua moglie, decide in via del tutto eccezionale di rientrare quella notte stessa da Milano in tempo per portarle almeno una rosa.
Era una persona prudente, metodica e per niente incline al rischio, innamorato di sua moglie, dei suoi bambini e del suo lavoro.
Dissero che andava a centosettanta chilometri orari quando, senza nemmeno toccare i freni, sfondò verso le dieci di sera il guard-rail del viadotto poco prima di svoltare per Ventimiglia e fece un salto di venti metri che non gli lasciò scampo.
Lo dissero loro, ma noi non ci abbiamo mai creduto. Non beveva, non fumava, non rispondeva al cellulare mentre guidava, stava solo attento alla strada peraltro libera, in quella notte limpida e asciutta e, soprattutto, non correva: perché non lo faceva mai, perché era quasi a casa e perché la rosa ce l’aveva già in macchina. Sapeva che sarebbe arrivato in tempo ed era felice di fare una sorpresa alla donna della sua vita.
Mirna subito si rifiutò di capire, disse che si stavano sbagliando, che suo marito le aveva detto che sarebbe partito l’indomani, riposato e con la luce del giorno, che aveva fatto tardi in laboratorio la sera prima e che sarebbe arrivato per pranzo, con le paste. Lo ripeté, disperata, per tutta la mattinata.
Poi, quando la stradale le portò quanto restava dei documenti e dei suoi effetti personali, dovette arrendersi.
Se ne era dovuto andare. Lo avevano chiamato a guarire una brutta malattia, lontano, ad aiutare tanti bambini e tante mamme meno fortunati: questo disse a Lorenzo, appena ne ebbe la forza.
E così rimase sola con quello che rimaneva della sua famiglia: sua mamma. Resistette un anno, poi capì che tutto e tutti, là, le avrebbero procurato dolore e sofferenza e, prima di crollare, decise di andarsene. Gìsela le disse che l’avrebbe seguita ovunque avesse voluto, anche per sempre, se necessario, e lei si ritrovò a poter fare cambio con un collega di Genova, uno di Loano e uno di Savona, che avevano chiesto il trasferimento all’Ospedale di San Remo, dov’era lei. Scelse Genova e il S. Martino perché era più lontano da là, quel là che non poteva più sopportare. Si fidò del nome, e poi ci sapeva qui.
La madre mantenne la promessa, chiuse gli occhi e li seguì: la sua bambina con i suoi due cuccioli, e il resto lo sai.”
Mi venne la pelle d’oca. Sarà che Mario le sa raccontare bene le storie, ma quella era pazzesca e a Margherita vennero le lacrime agli occhi.
“Qui non so quanto sia stata fortunata. Il primario l’adora e cerca di proteggerla da tutto e da tutti, perché è brava, preparata, e instancabile, come il padre. Ma è vecchio e lei si ritrova in un vespaio di invidia, gelosie e tutto il resto… Speriamo bene.”
Già, oltretutto era anche bella, e questo non l’avrebbe aiutata.
Li salutai che era mezzanotte passata, me ne tornai a casa e stentai a trattenermi dal mandarle un messaggio.
D’altronde non avrei nemmeno saputo cos’altro dirle.
‘Cosa posso fare per te?’ Già lo sapevo.
‘Conta su di me, per qualunque cosa?’ Già lo sapeva.
Quello che avrei voluto fare era stringerla fra le braccia e tenermela così, anzi, abbracciarli tutti e tre, ce li avrei potuti far stare, e dire loro che da quel momento in poi ci sarei stato anch’io: che li avrei protetti, che volevo loro bene e che ci sarei stato sempre, finché lo avessero voluto, e finalmente capii. Capii che c’era qualcosa che dovevo sforzarmi di capire, altrimenti non avrei nemmeno saputo come guardarla in viso, la volta seguente.
Com’è che in tanti anni di relazione con Giulia, io non avessi mai sentito davvero la necessità di sposarla se non per via delle nostre rispettive famiglie?
Com’è che ero felice, al settimo cielo, quando arrivava, ma non troppo triste quando ripartiva?
Com’è che a volte, telefonandole tutte le sere per augurarle la buonanotte, non sentivo il bisogno di stare al telefono per più di dieci minuti?
All’inizio avevo sperato che si trasferisse qui, poi sempre meno.
Giulia ce l’aveva con me per non averla sposata in tempo, prima che suo padre morisse; dopo il divorzio da Marisa, effettivamente io ero titubante.
Marisa era una cugina di terzo grado da parte di mia madre, ci eravamo conosciuti da bambini durante le ferie estive che noi tre trascorrevamo dai miei nonni in Sicilia, e dopo un congruo fidanzamento a distanza mai consumato, peraltro, era venuta a studiare qui, visto che c’erano i suoi parenti. Ci sposammo in comune in Via Garibaldi a Genova ancora prima che si laureasse con l’idea di celebrare il matrimonio in Chiesa in grande stile a casa sua, appena avesse finito di studiare, di quelli classici come si usa dalle nostre parti, con non meno di duecento invitati per organizzare il quale, Marisa voleva essere libera da qualsiasi altro impegno, ma facemmo appena in tempo ad avere Enrico che, subito dopo aver ultimato gli studi, lei cercò lavoro al sud e, incredibile ma vero, lo trovò a Palermo e là rimase con nostro figlio ancora piccolo.
Andavo giù per Natale, per Pasqua, tre settimane ad agosto e un fine-settimana al mese: di più non era proprio possibile e manco ci riuscivo sempre.
Loro, al nord, venivano solo quando Marisa doveva partecipare a un congresso o un corso di aggiornamento, e io li raggiungevo quando questi ultimi si svolgevano abbastanza vicino a Genova da riuscire a passare insieme anche solo alcune ore… Capii quasi subito che sarebbe finita. Io provai ad avvicinarmi a loro, ma senza riuscirci e così rimasi dov’ero. Lei e io non ci sentiamo più, nemmeno per le feste. Enrico ormai è grande, è laureato in ingegneria meccanica e lavora a Londra. Ci vediamo una volta all’anno, quando viene in Italia per trascorrere le ferie con la sua fidanzata.
Conobbi Giulia una decina di anni fa, abitava a Venezia e faceva l’operatore turistico. Sì, lo so che sarebbe operatrice turistica, solo che proprio non riesco a pronunciarlo: è brutto e suona malissimo. Era di padre italiano, e la madre era per metà slovena e per metà slovacca. Parlava inglese, sloveno, slovacco, russo e italiano, lavorava non meno di sessanta ore alla settimana tutto l’anno e ci conoscemmo qui, perché un componente il gruppo di turisti russi che accompagnava era stato scippato.
Ci siamo piaciuti subito, a prima vista. Lei era bellissima, occhi verdi, lunghi capelli mossi color rosso tiziano autentico come solo le donne di Venezia possono avere, pelle vellutata e perfetta rallegrata da una manciata di pallide efelidi e una leggera somiglianza con la Meryl Streep del film La Donna del Tenente Francese. Una donna-donna come piacciono a me, ma moderna, intelligente, dinamica e autonoma, molto femminile, elegante, un tantino civettuola in maniera talvolta fastidiosa, petulante al limite della sopportazione, precisina ma non abbastanza da farmi incazzare. Però ci vedevamo poco, ci parlavamo ancora meno, ma in compenso, a letto e in tutto il resto, era il meglio che avessi mai conosciuto.
Ci rincorrevamo in giro per il centro-nord Italia.
Lei partiva in macchina da Venezia per Viareggio, dove aveva appuntamento con alcuni albergatori per lavoro? Perfetto. Verso le otto di sera io facevo altrettanto da Genova, talvolta senza nemmeno passare da casa, per raggiungerla nella camera che aveva prenotato e dove mi stava aspettando, magari già nel letto o immersa nella vasca da bagno. Facevamo l’amore in una maniera quasi selvaggia, ovunque fosse possibile, in tutti i modi possibili, senza inibizioni o tabù, prediligendo gli spazi aperti, motivo per cui Giulia chiedeva sempre una camera con ampio balcone e all’ultimo piano, proprio perché d’estate potessimo passarci le poche ore che ci separavano dall’alba. Poi io rientravo a rotta di collo a Genova e lei faceva quello per cui era andata sin lì.
Dopo un paio di anni al cardiopalmo, spingendo la macchina, e non solo lei, al limite fisico della sue capacità e resistenza, iniziò a non funzionare più come prima.
Sarà stato anche a causa di sua madre che non stava bene e teneva pure una certa età, ma gli incontri cominciarono a diradarsi, le occasioni a sfumare. Veniva a Genova sì e no una volta al mese, si portava dietro il computer portatile e passava tutto il tempo dividendosi fra di lui e due cellulari, girava per casa con le cuffiette, una penna sempre infilata dietro a un orecchio, un block-notes e una calcolatrice tascabile addosso, occupando l’unico tavolo e le poche sedie disponibili con cartelline, classificatori, carica-batterie, evidenziatori fosforescenti…
Al telefono, in genere, non erano altro che discussioni.
Anche se le teneva in russo, credo, si capiva che le conversazioni non erano per niente amichevoli: gesticolava, alzava gli occhi al cielo e si appartava come per non farsi sentire. Ma io all’epoca vivevo in un appartamentino di quaranta metri quadrati, per cui…
Non c’era mai, per le festività, perché per lei era alta stagione. Né per Capodanno, né per Pasqua, e non riuscivamo a vederci durante l’estate se non per alcune ore ma quasi sempre solo perché andavo io dalle sue parti.
Una sera mi incazzai sul serio: eravamo al cinema, era la sera del venticinque dicembre, e si dimenticò di abbassare la suoneria del cellulare.
Mi alzai, uscii fuori e non tornai più in sala.
Avrei dovuto farlo prima, pensai soltanto.
Dopo un po’ lei uscì, azzerò la suoneria del cellulare e tornammo a Sori senza scambiarci una parola.
Io mi feci una doccia e quando entrai in camera, la trovai addormentata.
Partì due giorni dopo senza dirmi niente, mentre ero in commissariato.
Tornato a casa, non trovai più le sue cose e nemmeno un biglietto.
Non le telefonai: non l’avevano rapita e non aveva avuto un incidente, per cui…
Erano passati quasi tre anni, ci sentivamo ancora per telefono ogni tanto, ma sempre più di rado. Avevo smesso di sperarci e nemmeno mi importava più di tanto, ormai. Non l’avevo sposata quando era stato il momento di farlo. Questo condannò il nostro rapporto a una lenta e inesorabile agonia. In effetti, mi chiedo ancora oggi cosa sia stato: durante i primi tempi ero riuscito a resistere alle tentazioni, da solo, consolandomi con cibo, caramelle, gomme da masticare e sigarette, motivo per cui misi su anche alcuni chili, ma dopo sempre meno e sentendomi sempre meno in colpa.
Era stata la donna che avevo amato di più, fino a quel momento, ma era finita.
Mi era parso di capire che stesse con un suo collega, uno con la barca, divorziato. Sperai bene per lei, ma soprattutto per lui.
Sperai che perlomeno lei avesse imparato qualcosa, da noi, e glielo augurai davvero con tutto il cuore.
E fu quella notte, appena rientrato a Sori dopo aver passato la serata con Mario e Margherita, che cominciai a temere di aver capito.
Ed ebbi paura.
Cresciuto in Piemonte, di famiglia siciliana, il commissario Primo Miraggio studia a Genova e lì intraprende la carriera in polizia. La sua vita trascorre placida, posto che tale si possa considerare l'esistenza di un uomo tanto testardo, acuto, intransigente. Adagiata sul conto alla rovescia verso la pensione, la vita del commissario collide con quella di Mirna, una donna diversa in tutto, opposta e complicata anche più di quanto il commissario pensi di essere disposto a tollerare, in un Big Bang devastante proprio perché inaspettato. Primo e Mirna sono reciproca fonte di sorpresa, gioia, preoccupazione, paura, complicità, confidenza, rispetto, considerazione e amore: due vite capovolte, sconvolte, messe sottosopra a vicenda tra le fitte maglie di una trama a tinte gialle. Perché «ciò che nasce tondo non muore quadrato. Può diventare ovale, se proprio insiste… ».

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