Agata Dovì
Caleidoscopio

Titolo Caleidoscopio
Autore Agata Dovì
Genere Narrativa      
Pubblicata il 11/04/2017
Visite 205
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Spazioautori  N.  3661
ISBN 9788893390415
Pagine 212
Prezzo Libro 12,00 € PayPal

Versione Ebook

ISBN EBook 9788893390422
Prezzo eBook 4,99 €
Un romanzo duro narrato nel fluire discorsivo delle pagine, questo è “Caleidoscopio”. L’impressione è quella di trovarsi dinanzi a un burattinaio che governa due triadi autonome predestinate all’infelicità; da un lato la figura del gaslighter che ritiene di poter governare il tutto con la logica del denaro, dall’altro la disarmante Maria che rifiuta, sacrificando persino la ragione, un destino che non fornisce spiegazioni.
Severa nei giudizi, e nel contempo protettiva  nei confronti dei più deboli, l’autrice ci regala la fotografia strappata di una Genova in cui l’unica possibilità di salvezza sarebbe accettare il proprio destino.
Come molte antiche signore che hanno messo in disparte quasi tutte le suggestive ed emozionanti curiosità giovanili, mi trovo spesso a spiare senza alcuna cattiveria, ma anzi con bonomia e dolcezza, i segreti, gli smarrimenti e i sogni degli altri, e in queste mie innocenti ricerche il Caso mi ha condotto da una giovane e bella donna, figlia di un’amica, che di professione esercita l’avvocatura e frequenta le aule del tribunale un po’ per mestiere e un po’ per diletto cosicché in breve è divenuta esperta dell’animo umano e dei suoi moti. Di tanto in tanto ella mi racconta eventi più straordinari occorsi a persone apparentemente ordinarie: uomini e donne qualunque ma senza volto e soprattutto per me senza nome. E queste storie vagano irrequiete nella mia testa e prendono un volto e acquistano un nome, così io le traduco in parole scritte e con le mie emozioni le dono alla mia giovane amica che mi sorride e mi dice: “Avresti dovuto fare il giudice”.
Ella mi figura come un buono e saggio giudice che legge in profondità nelle coscienze, forse perché amo i miei personaggi e li assolvo e sempre li avvolgo di tutta la mia umana pietà.
Questa è appunto una storia veramente avvenuta, mai giunta a sentenza per il perdono arrivato all’ultimo momento da parte dei protagonisti, raccontata da alcuni avvocati ad altri avvocati e così attraverso la mia giovane amica, arrivata fino a me.
 
 
Il risveglio di Giulia fu così improvviso che le parve di esser scossa con veemenza. Sentiva il lenzuolo incollato alla pelle e la fronte imperlata di sudore. Non era solita accendere l’aria condizionata per cui, grazie alle finestre aperte, l’aria calda e umida di quel mattino primaverile, così simile ad una precoce estate, si era tuffata nella stanza e ne aveva reso l’aria satura. Buttò le gambe giù dal letto appoggiando il palmo delle mani sull’evidente rotondità di quel ventre giunto all’ottavo mese di gravidanza e lo accarezzò, quasi comprimendolo, per tenere tranquilla quella creatura che ultimamente si muoveva spesso e improvvisamente facendola sussultare sia di giorno sia di notte. Finalmente si alzò e andò in cucina a prepararsi la colazione, come se volesse render suo quell’istante, e percorse a piedi nudi la soffice moquette che copriva gran parte dei pavimenti del grande ed elegante appartamento che lei e il marito Corrado abitavano da più di cinque anni. Nonostante la nuova, buffa e faticosa andatura da gestante, cercava di muoversi senza alcun rumore per far pensare al marito che lei fosse ancora a letto.
Lui da diversi mesi dormiva in un’altra stanza in fondo al lungo corridoio a elle che divideva a metà il grande appartamento e adoperava gli altri due bagni, ben lontani da quello di Giulia; egli preferiva addirittura utilizzare, per i suoi spostamenti, la seconda porta di ingresso di quel grande attico che pareva separare più che unire i suoi abitanti.
Se dunque lui non fosse stato un marito molto attento e preoccupato per la salute di quel figlio ormai così vicino da venire alla luce, marito e moglie avrebbero potuto non incontrarsi mai per diversi giorni pur abitando insieme. Era stato Corrado a volere quella separazione per non disturbare i riposi e le abitudini della moglie così differenti dalle sue: egli era un imprenditore in forte ascesa, sempre in movimento e in viaggio verso città e nazioni in cui lo portavano le sue ambizioni e i suoi successi. La vita frenetica di Corrado continuava senza cambiamenti anche durante quella gravidanza tanto desiderata e sospirata e ormai Giulia si era abituata a vederlo all’improvviso o nei momenti più strani per ricordarle di misurarsi la pressione o di ricercare la proteinuria o di ingoiare le compresse di acido folico e olio di pesce che lei stentava a digerire e il cui sapore le tornava in bocca anche dopo diverse ore. Giulia era consapevole del perché Corrado fosse così tenacemente e severamente preciso e attento (come del resto avevano consigliato anche gli ostetrici) a scandire i momenti nei quali lei doveva riposare, fare la ginnastica preparto, farsi preparare dalla governante i cibi e le bevande stabiliti dal dietologo, prendere le medicine e fare i controlli del sangue e delle urine. Entrambi volevano quel figlio che sembrava non voler arrivare mai ed erano attenti ad eseguire tutto quello che era possibile perché non si verificassero eventuali incidenti che potessero causare l’interruzione di quella miracolosa gravidanza. Di fatto però lo scandire la giornata in una serie di obblighi e necessità, aggravata dalla solitudine legata alla lontananza del marito che telefonava o si faceva vedere per qualche minuto e soltanto per ricordarle “i suoi doveri per quel bambino in arrivo”, avevano intristito Giulia che, senza avere la forza di ammetterlo, pensava ormai a Corrado come a un carceriere.
Così quella mattina lei aspettava senza far rumore che il marito uscisse di casa: voleva uscire e raggiungere la scogliera per sentire il rumore del mare, spaccare quell’ovattato e lussuoso silenzio, evadere da quelle lucide stanze e dall’occhio vigile della cameriera filippina o della governante che poi riferivano tutti i suoi movimenti al marito.
Era la mattina giusta: Giulia era fortunata perché la cameriera e la governante avevano una giornata di libertà e lei poteva trasgredire gli ordini di quel marito che nonostante i cinque anni di matrimonio le faceva ancora un po’ di paura.
Giulia era una giovane donna di trentatré anni, graziosa e intuitiva più che intelligente, remissiva fino ad essere fragile; questa sua personalità leggera e volatile la metteva nella condizione di non riuscire mai ad opporsi a chiunque fosse più forte di lei o anche solo più deciso o arrogante e, per questi motivi e lei ne era cosciente, aveva sempre avuto bisogno di vivere all’ombra di qualcuno. Prima di sposarsi quest’ombra era stata quella del padre, in seguito quella di un fidanzatino tenero e devoto e, alla fine, l’ombra ingombrante e dominatrice del marito. Giulia era sempre molto grata alle persone che la sostenevano e l’aiutavano e non si accorgeva che così facendo, nella propria esistenza, aveva sempre accantonato tutte le cose che più la gratificavano o la interessavano, ripiegando così su quelle che piacevano ad altri o che altri avevano già scelto e deciso per lei. Per questi motivi era la figlia prediletta della madre e del padre che la portavano sempre ad esempio alla sorella maggiore Giuditta, donna forte e indipendente, che al contrario di Giulia, aveva studiato presso il liceo classico più severo della città e poi si era iscritta alla facoltà di Giurisprudenza avendo fin dalla adolescenza, la fermissima idea di divenire giudice.
La piccola Giulia invece non aveva alcuna idea o vocazione in proposito e di una sola cosa era certa, quella cioè di volersi sposare al più presto con un uomo che assomigliasse il più possibile a suo padre: sentiva la necessità di essere protetta da un tenero amore, camminare con lui e con due o tre figli sulla strada dell’esistenza. Decise allora di iscriversi, dopo le scuole medie, in una scuola che preparasse le signorine a divenire donne e dove, accanto a qualche spolverata di italiano, storia e francese, si imparava a ricamare, rammendare, cucinare e a comportarsi con educazione e cortesia nelle occasioni in cui i genitori o il marito le conducevano in alta società.
Giulia aveva reso suoi i suddetti insegnamenti e questo, unitamente alla grazia transitoria dei suoi freschissimi anni, aveva fatto innamorare un giovane sottotenente dei carabinieri nato come lei nel palazzone borghese dove entrambi erano cresciuti. Ella, per l’ingenuo romanticismo imparato sui banchi della scuola che aveva frequentato e grazie ai religiosi e candidi insegnamenti materni, ricambiò l’amore del giovane carabiniere come sapeva e poteva attingendo, per convincersi di essere veramente innamorata di lui, ad alcuni romanzi ottocenteschi che teneva sempre sul suo comodino. I prediletti erano Madame Bovary, Piccolo mondo antico, Anna Karenina ed altre storie similari in cui le donne avevano legami e passioni impossibili dal tragico esito. Giulia adorava quelle donne audaci e forti che per amore andavano incontro alla rovina e, pur essendo tanto diversa da queste, avrebbe voluto vivere una storia passionale ed eterna con un uomo che la volesse dividere con lei. Il giovane carabiniere era però un ragazzo un po’ timido e impacciato che in Giulia aveva visto una ragazza graziosa e pulita la quale lo avrebbe aspettato per sempre nonostante lo stipendio modesto, le frequenti assenze e gli spostamenti inevitabili a cui sarebbe stato soggetto in virtù del proprio lavoro.
«Ti rispetterò fino al giorno del nostro matrimonio» soleva dirle e si scambiavano teneri baci nell’androne del palazzo dopo aver fatto lunghe passeggiate tenendosi per mano. Purtroppo nei primi anni Sessanta i carabinieri non potevano sposarsi prima dei ventisette anni e Giulia in quei lunghi anni d’attesa, spesso passati da sola perché il ragazzo veniva mandato nelle caserme di tutta Italia, si identificò nelle sue eroine e mai avrebbe fatto qualcosa che potesse distruggere il “sublime sacrificio” di quella lunga attesa d’amore. Così a ventisette anni Giulia aspettava ancora e aveva bruciato in parte alcune delle sue grazie adolescenziali come la lucentezza dei lunghi capelli neri che aveva accorciato in un più sobrio caschetto e la perdita di una piccola parte della luminosità dei begli occhi scuri e del sorriso sicuramente meno splendente di quello di sette anni prima quando aveva giurato eterno amore all’eterno fidanzato.
La sorella Giuditta nel frattempo era diventata giudice ed era in attesa della nomina in qualche tribunale; la determinazione che la caratterizzava l’aveva portata a scendere nell’agone politico al quale dedicava molto del suo tempo ancora libero non solo con discorsi, conferenze e riunioni, ma addirittura partecipando attivamente ai cortei dei primi ragazzi dissidenti comparsi nelle strade a partire già dal 65. Faceva l’attivista di sinistra rischiando di rovinare il suo futuro di aspirante giudice poiché più di una volta venne ferita da manganelli e sassi o tornò a casa con gli occhi gonfi per i gas lacrimogeni, e fece piangere la madre e la sorella Giulia, più giovane di otto anni ma più composta e responsabile nelle scelte di vita.
Lontanissima dai pii insegnamenti della sua famiglia, la giudice aveva anche all’attivo già un paio di convivenze tumultuose con compagni di partito con i quali in realtà parlava più di rivoluzione e di lotta di classe piuttosto che d’amore e giudicava l’attesa paziente, borghese e sottomessa della sorella, in quegli anni di acceso femminismo, come una specie di malattia e quasi una situazione contro natura. Perciò cercava spesso di coinvolgerla in attività, incontri e anche feste interessanti dove lei si sarebbe potuta “svegliare” e rompere le catene d’altri tempi che la tenevano legata per di più a un odioso rappresentante di quelle forze reazionarie che Giuditta detestava e combatteva con tutte le sue energie.
Fu con queste intenzioni che un giorno dell’autunno del Sessantotto Giuditta impose perentoriamente a Giulia, che ormai aveva compiuto ventisette anni e con il suo carabiniere aveva deciso di “mettere su” casa e famiglia, di accompagnarla ad un party che si sarebbe svolto a bordo di uno lussuoso yacht ormeggiato ad una banchina insieme ad altre imbarcazioni che pur battendo bandiera diversa, avevano tutte in comune la grandiosità e il lusso.
La giudice che parlava, gridava e si batteva per un mondo migliore e uguale per tutti, si dimenticava talvolta i capelloni e barbuti che le erano compagni di strada e assecondava la debolezza di frequentare persone ed ambienti esclusivi così lontani dalla sua indole; fu appunto in uno di questi che trascinò la piccola Giulia dopo averle fatto indossare uno dei suoi costosi abiti. Pochi minuti dopo essere salita a bordo, Giulia capì di aver fatto un errore e venne quasi presa da una sorta di vertigine che la costrinse a rifugiarsi in un angolino del grande salone; lì c’era poca luce e la ragazza sperò che nessuno si accorgesse della sua presenza. La nave era gremita di sconosciuti tra i quali era sparita subito Giuditta dopo aver detto alla sorella “Divertiti!”. Tutta quella massa di volti festanti girava tra i saloni e i vari ponti ridendo, parlando a voce alta, bevendo e fumando in continuazione. C’era un’orchestra nel salone più grande ma, più passava il tempo più gli orchestrali avevano perso la speranza di far veramente giungere la loro bella musica agli invitati sempre più allegri e sparigliati alla ricerca di qualcosa che non trovavano mai nel luogo in cui erano.
La povera Giulia cominciò a cercare la sorella per farsi riaccompagnare a casa, ma si perse nei suoi giri che la portavano sempre di più a contatto con persone strane che le facevano domande quali “Sorella, hai dell’erba?” oppure “Da dove salti fuori Cappuccetto Rosso? Vieni dal tuo lupo che vuole mangiarti” e altre amenità del genere, mentre di Giuditta non si vedeva neanche l’ombra. Giulia arrivò a mimetizzarsi dietro una grande pianta di ficus, ben decisa a non uscire da quel nascondiglio se non avesse visto passare Giuditta. Senza che lei se ne accorgesse qualcuno l’aveva guardata ripetutamente e aveva notato i suoi tentativi di sottrarsi alla confusione e alla promiscuità perché quella creatura (a giudizio di chi la stava nascostamente osservando) si sentiva e sicuramente era diversa per carattere ed abitudini di vita. L’indiscreto osservatore era un giovane uomo sui trentacinque anni di bell’aspetto, molto alto e con un paio di spalle imponenti come può averle un nuotatore o un pugilatore.
Il suo nome era Corrado Sanzani e come molti degli invitati sullo yacht apparteneva ad una ricca famiglia di imprenditori ed era perciò un abituale ospite di feste come quelle in cui si era trovata catapultata la povera Giulia. Egli era l’unico figlio di un vecchio imprenditore edile che nell’ultimo decennio aveva ottenuto, grazie ai suoi contatti politici e a quelli con famiglie blasonate con molti santi in paradiso, decine di appalti in tutta Italia. La sua sigla “CO. MAR.”, (che riuniva la prima sillaba dei due nomi Corrado il figlio e Maius il padre), significava negli ambienti che contavano, potere, importanti conoscenze e ricchezza. Negli anni passati Corrado aveva naturalmente avuto diverse relazioni e anche due fidanzamenti ufficiali con giovani donne incontrate nel proprio ambiente sociale e non era difficile immaginarlo poiché, per il gradevole aspetto e soprattutto per il suo importante patrimonio, belle, giovani e ricche donne gli giravano attorno come le api con il miele.
In breve tempo tutti questi incontri e persino i due fidanzamenti (con tanto di ricevimenti e presentazioni a parenti e amici) erano finiti nel nulla in parte per i caratteri superficiali e mutevoli delle belle fanciulle, ma fondamentalmente per l’arrogante autorevolezza che unita ad un eccesso di autostima e di sicurezza rendevano Corrado un maschio padrone deciso a far camminare sul suo sentiero e solo su quello, la donna che avesse accettato di stare con lui nella vita. In cambio con le donne era generoso e spendeva i propri soldi in costose vacanze (in luoghi scelti da lui) e in splendidi gioielli e abiti di grandi sarti (abiti e gioielli che venivano comprati secondo il suo personalissimo gusto).
Corrado veniva più volte sollecitato dal vecchio padre Marius a formarsi una famiglia e mettere al mondo due o tre figli così necessari per un’importante impresa quotata persino in borsa e che ben presto avrebbe allungato i suoi tentacoli in altri stati europei. Perciò, dopo le delusioni subite, Corrado Sanzani era arrivato ormai a trentacinque anni aveva deciso di rivolgere le sue attenzioni non più alle ragazze allegre e disinvolte del suo ambiente, le quali scappavano a gambe levate non appena lui cominciava a parlare di matrimonio e di figli o quando iniziava ad esporre le linee guida che lui desiderava per una vita in comune, ma alle giovani donne della borghesia piccola-media borghesia che, fin dalla nascita secondo lui, venivano preparate e allevate appunto per quell’evento straordinario: il matrimonio.
Quella sera per l’appunto Corrado, dopo aver girato per i ponti e sale dello yacht, sentendosi disgustato e lontano dalla solita fauna femminile priva di freni o scrupoli, era sceso nella sala inferiore per fumarsi una sigaretta e per allungarsi su uno dei morbidi divani; la noia lo stava convincendo ad andarsene quando vide, nascosta dietro una grande pianta di ficus, una ragazza che aveva intravisto nella grande sala del piano superiore e, nonostante le luci fossero basse, gli parve che ella fosse quasi spaventata e desiderasse solo scappare da quella nave. Non le si avvicinò troppo per non allarmarla più di quanto già non fosse e le disse col tono dolce di chi si rivolge a una bambina: “Mi dica Cappuccetto Rosso, posso salvarla dal lupo cattivo?”.
Giulia arrossì e si voltò: quell’uomo dunque la osservava e forse aveva riso per la sua incapacità di rispondere, per il suo inutile fuggire!
Poi vide il bel sorriso di Corrado ed egli le parve un salvatore:
“Sto aspettando Giuditta, mia sorella.”
“Ah! La giudice, la conosco bene” e a Giulia sembrò che ci fosse una certa delusione nella sua voce “Andiamo a cercarla insieme”.
Nel salone principale illuminato da poche e strategiche luci, ballavano alcune coppie al lento ritmo di una struggente canzone d’amore di Fred Bongusto, autore in quegli anni della nascita e della fine di tanti amori.
Corrado non chiese a Giulia di ballare, ma fu come se lo avesse fatto e lei gli avesse risposto che non desiderava altro; con quel ballo lento accompagnato da una musica e da parole così convincenti, Giulia scoprì che esistevano uomini molto diversi dal suo carabiniere e che, come l’uomo che la stringeva sempre più forte, non sapevano aspettare né anni, né mesi e neppure giorni per far capire alla donna prescelta di desiderarla e di volerla per sé. Sentiva il giovane corpo dell’uomo chiederle con prepotenza “Mi vuoi, io sono pronto” e Giulia, in preda a un’emozione che non aveva mai provato nella sua vita, come una mosca sventata, cadde nella trappola di un ragno insidioso. Dopo quel ballo ce ne furono molti altri e lei dimenticò completamente il timido e rispettoso amore del suo fidanzato assieme ai loro piccoli sogni di formichine laboriose e alle promesse che da anni si scambiavano per poi scriverle in un’agendina rosa che lei teneva chiusa in un cassetto del comodino.
Quando Corrado la accompagnò a casa, entrambi avevano dimenticato la giudice e parve loro del tutto normale andare via da soli; Corrado notò il palazzone borghese nel quale abitava Giulia e che spiegava in parte la timida serietà e compostezza di lei, alle quali doti si aggiungeva un temperamento dolce e facilmente addomesticabile come lui aveva sempre sperato di trovare in una donna; la ragazza poi era graziosa con quel fisico alto e flessuoso e con quei capelli così lucenti che sottolineavano l’espressività di quegli occhi neri tanto espressivi quanto ingenui. Ella inoltre pareva in ottima salute: non l’aveva vista né bere né fumare e tutte queste cose erano ampiamente sufficienti per continuare a tessere la tela ormai iniziata con quell’incontro fortunato.
Da quella sera iniziarono i due mesi durante i quali Corrado si era riproposto di abbagliare e far innamorare senza più possibilità di ritorno la ragazza che, ogni giorno di più, gli sembrava quella giusta per i suoi pressanti progetti matrimoniali e per quelli del padre Marius che addirittura faceva già i conti di quando avrebbe potuto avere il primo nipote destinato ad essere avviato all’ingrandimento e al sostegno della famosa CO. MAR.
Giulia non sapeva comprendere quello che le stava succedendo: pensava di aver avuto un colpo di fulmine per quell’uomo ricco e interessante e proprio da un fulmine la sua tranquilla, piccola vita ordinata e metodica era stata colpita. Non pensava più ai modesti progetti con il suo carabiniere e d’altronde come avrebbe potuto farlo se ogni giorno veniva avvolta da un turbine di avvenimenti, nuove conoscenze, viaggi e regali completamente al di fuori delle sue possibilità di immaginazione e fantasia?
La sorella giudice le diceva: “E brava la nostra gattina che ha fatto il colpo grosso”, facendola piangere e confondendola ancora di più, ma poi aggiungeva: “Segui il tuo cuore e la tua testa sorellina e non ascoltare gli invidiosi che ti diranno che i soldi non danno la felicità. Ricordati che invece i soldi sono il miglior surrogato di quella felicità che purtroppo non riusciamo ad incontrare mai”.
Nel palazzone con tre scale A-B-C, dentro i cinquanta appartamenti (uno dei quali abitato dalla famiglia del giovane carabiniere) non si parlava che di Giulia e di quel suo nuovo “fidanzato” che ogni pomeriggio veniva a prenderla facendola salire su macchine mai viste da quelle parti, e poi sparire quasi fino all’alba per andare, secondo le parole di Giuditta, in luoghi esclusivi raggiunti con lo yacth e addirittura a volte con piccoli aerei da diporto. Era con questi incredibili mezzi di trasporto che quei ricconi andavano a mangiare le ostriche in Costa Azzurra, oppure a ballare in qualche locale di Lugano.
Così il povero carabiniere venne a conoscenza dell’accaduto e si precipitò a Genova dalla caserma dell’Umbria che, per altro, avrebbe dovuto lasciare definitivamente un paio di mesi dopo per ritornare a casa e finalmente sposare la storica fidanzata alla quale era rimasto castamente unito e fedele per sette anni. Per di più il povero ragazzo aveva pregato la sua famiglia di non parlarne ancora con Giulia per farle una sorpresa e poterle dare un tuffo di gioia al cuore.
Arrivò trafelato un pomeriggio e solo per un paio di minuti evitò di incontrare Giulia che, molto elegante, usciva dal portone per salire sulla Mercedes di Corrado mentre almeno trenta paia d’occhi spiavano l’incontro dalle fessure delle antine delle finestre ben chiuse. Anche il carabiniere guardò la scena ma non fino in fondo, ritirandosi bruscamente quando vide la lussuosa macchina bianca dell’uomo posteggiata in seconda fila e così in contrasto con le piccole utilitarie dei condomini con i quali fino ad allora Giulia aveva condiviso la propria vita.
Il mattino successivo il giovane carabiniere ripartì per ritornare in Umbria senza desiderare parlare con Giulia. Solo due settimane dopo ricevette dalla ragazza una lettera con la quale gli scriveva di non avere avuto il coraggio di parlargli di persona, ma che credeva di essersi innamorata di un altro uomo e che per onestà, nonostante fosse preda di dubbi e incertezze, preferiva lasciarlo libero, pregandolo di perdonarla per quei sette anni durante i quali era sempre stata certa che il sentimento che li univa fosse amore. Giulia e il carabiniere non si rividero mai più, perché lui, dolente e innamorato, si fece trasferire a Roma, dove anni dopo si sposò e mise al mondo quattro figli e, nonostante le traversie dell’esistenza, non riuscì a dimenticare mai la innocente Giulia.
I due mesi di corteggiamento parvero a Corrado sufficienti per poter chiedere a Giulia se volesse sposarlo; la ragazza si aspettava quella richiesta perché lui aveva già lanciato diversi messaggi in quella direzione ma, di fronte alla domanda diretta, ebbe un tuffo al cuore e quasi si spaventò. Così, mentre Corrado si aspettava un precipitoso sì accompagnato da due lacrime di emozione, e si era già preparato quella sera stessa all’incontro con la famiglia di lei per ufficializzare l’evento, Giulia, lasciandolo meravigliato e incredulo, lo pregò di concederle una settimana di tempo durante la quale desiderava rimanere assolutamente sola per pensare e riflettere.
Corrado pensò con irritazione e un certo rancore che ancora una volta aveva ricevuto da una donna se non un rifiuto, qualcosa che gli somigliava molto, ma decise di concedere a quella stupidella la settimana che gli chiedeva riflettendo che, se si fossero sposati, avrebbe dovuto esercitare su di lei una sorveglianza e delle pressioni superiori a quelle che quel fragile e remissivo tipo di donna, gli avevano fatto pensare di dover compiere.

Un romanzo duro narrato nel fluire discorsivo delle pagine, questo è “Caleidoscopio”. L’impressione è quella di trovarsi dinanzi a un burattinaio che governa due triadi autonome predestinate all’infelicità; da un lato la figura del gaslighter che ritiene di poter governare il tutto con la logica del denaro, dall’altro la disarmante Maria che rifiuta, sacrificando persino la ragione, un destino che non fornisce spiegazioni.
Severa nei giudizi, e nel contempo protettiva  nei confronti dei più deboli, l’autrice ci regala la fotografia strappata di una Genova in cui l’unica possibilità di salvezza sarebbe accettare il proprio destino.

 

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